<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss' xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'><id>tag:blogger.com,1999:blog-3929441310239027592</id><updated>2011-12-21T11:04:31.607Z</updated><title type='text'>ORIENTAMENTI STORICI</title><subtitle type='html'>Recensioni e discussioni su saggi, ricerche e articoli di storia contemporanea</subtitle><link rel='http://schemas.google.com/g/2005#feed' type='application/atom+xml' href='http://orientamentistorici.blogspot.com/feeds/posts/default'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3929441310239027592/posts/default?max-results=100'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://orientamentistorici.blogspot.com/'/><link rel='hub' href='http://pubsubhubbub.appspot.com/'/><author><name>andrea rossi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/10741692204208134661</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='23' height='32' src='http://img512.imageshack.us/img512/125/carlistasdy2.jpg'/></author><generator version='7.00' uri='http://www.blogger.com'>Blogger</generator><openSearch:totalResults>29</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>100</openSearch:itemsPerPage><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3929441310239027592.post-18088336959891694</id><published>2011-12-18T11:07:00.005Z</published><updated>2011-12-21T11:04:31.620Z</updated><title type='text'>XIX-XX secolo. Italia, Europa.</title><content type='html'>&lt;strong&gt;ALCUNI BUONI VOLUMI PER LE VOSTRE STRENNE...&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt; TEXT-ALIGN: justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:Times New Roman;"&gt;Tutto un altro meridione&lt;?xml:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" /&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt; TEXT-ALIGN: justify"&gt;&lt;span style="font-family:Times New Roman;"&gt;Sergio di Giacomo, &lt;i style="mso-bidi-font-style: normal"&gt;Il sud del console Goodwin&lt;/i&gt;, Roma, Aracne, 2010&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt; TEXT-ALIGN: justify"&gt;&lt;o:p&gt;&lt;span style="font-family:Times New Roman;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt; TEXT-ALIGN: justify"&gt;&lt;span style="font-family:Times New Roman;"&gt;E’ pur vero che la storia non si può fare con i “se” e i “ma”; resta il fatto che nel momento in cui ci si imbatte nelle descrizioni di chi ebbe incarichi di rappresentanza diplomatica nel Mezzogiorno borbonico per le maggiori potenze europee, non si può che rimarcare ulteriormente i limiti (pluricentenari) di una certa storiografia italica, prodiga nel rappresentare un sud miserevole e disperato che attendeva i garibaldini, come in “Noi credevamo” del regista Mario Martone. &lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:Times New Roman;"&gt;Le cose, come emerge nello studio di Sergio di Giacomo, stanno in modo diverso e sono spesso assai più complicate di come la vulgata vuole. Il lavoro è incentrato sull’analisi, compiuta con dall’autore con scrupolo e dettaglio, di un documento prezioso di metà ‘800, ossia un lungo rapporto che il console britannico in Sicilia James Goodwin inviò a Londra per descrivere cent’anni di storia dell’isola, ossia dal 1740 fino al 1840; il quadro che emerge dall’analisi lascia numerosi spunti di riflessione per chi volesse ulteriormente addentrarsi senza pregiudizi nella storia d’Italia nel XIX secolo. Sia pure fra ombre innegabili – e tuttavia con molte luci spesso oscurate successivamente – emerge il quadro di una Sicilia tutt’altro che immobile e in balìa di feudatari ignoranti o di un clero ingombrante e onnipresente (Goodwin, da protestante, avrebbe potuto largamente calcare la mano su quest’ultimo tema, che invece non è centrale). &lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:Times New Roman;"&gt;Emerge invece un’isola “a due velocità”, in cui la costa appare più dinamica della Sicilia centrale; le città marinare, soprattutto Catania e Messina, sono aperte ai traffici economici del Mediterraneo, tanto da indurre il console a compiere una seria riflessione se alla flotta britannica, militare e commerciale, non fosse convenuta una maggiore presenza in termini di investimenti e capitali proprio in queste città, anche a scapito di Malta; la presenza inglese è tutto meno che marginale nel primo trentennio dell’ottocento in quest’area, tanto da indurre il console a richiedere di poter realizzare un oratorio di confessione protestante nella cattolicissima Palermo, per assistere spiritualmente le migliaia di suoi connazionali che si stabilivano per periodi anche lunghi nel capoluogo dell’isola. Certo, non mancano i lati oscuri nella bilanciata indagine del diplomatico: la povertà drammatica dell’interno, un ceto contadino spesso miserabile, una nobiltà terriera non all’altezza del proprio compito storico. Eppure, nonostante questi sbilanciamenti, il quadro generale offerto da Goodwin attorno al 1850 è tutt’altro che pessimista, anzi il console si spinge a immaginare una Sicilia nell’ambito della sfera di influenza britannica. &lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:Times New Roman;"&gt;Ciò, come ben sappiamo non avverrà, eppure ancora successivamente al fatale 1860, nelle raccomandazioni della diplomazia estera britannica c’è quella, rivolta al Piemonte, di investire in un area strategica per le rotte commerciali mediterranee. Purtroppo sappiamo che le cose sono andate diversamente, ma non per questo è possibile ignorare le valutazioni acute e originali del console inglese, attuali più che mai come contraltare a una certa retorica da“centocinquantesimo”. &lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:Times New Roman;"&gt;Siamo grati al giovane autore per aver offerto alla comunità scientifica (e non solo) una ricerca documentata, ben curata e di lettura assai godibile.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt; TEXT-ALIGN: justify"&gt;&lt;o:p&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:Times New Roman;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt; TEXT-ALIGN: justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:Times New Roman;"&gt;Un Europa diversa&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt; TEXT-ALIGN: justify"&gt;&lt;span style="font-family:Times New Roman;"&gt;Stefano Bottoni, &lt;i style="mso-bidi-font-style: normal"&gt;Un altro novecento&lt;/i&gt;, Roma, Carocci , 2011&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt; TEXT-ALIGN: justify"&gt;&lt;o:p&gt;&lt;span style="font-family:Times New Roman;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt; TEXT-ALIGN: justify"&gt;&lt;span style="font-family:Times New Roman;"&gt;Chi scrive, come altri colleghi, ha probabilmente sperimentato spesso la sovrana confusione di molti giovani universitari attorno alle più elementari conoscenze geografiche sull’Europa centro-orientale; ancora di recente, nel corso di un esame di storia contemporanea, a fronte della canonica domanda “ci descriva le componenti dell’Impero austro ungarico allo scoppio della prima guerra mondiale”, dopo aver ricevuto come risposta certa “Austria e Ungheria”, abbiamo sprofondare il candidato nelle foschie dei propri lontani ricordi di qualche gita a Praga o delle vacanze marine in Croazia. &lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:Times New Roman;"&gt;L’autore ci perdonerà questo divagare, ma nell’appassionante lettura del suo pregevole studio, spesso ci è venuto in mente quanto lontana, ed assieme vicina, è trascorsa la storia della Mitteleuropa nell’arco del XX secolo. &lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:Times New Roman;"&gt;Bottoni, in una sintesi piana e ben scritta, mette in rilievo le singolarità delle storie nazionali partendo dal termine del primo conflitto mondiale e dal “contagio” della rivoluzione russa, che fu profondo ma di breve durata, tanto che molta parte del centro Europa, sia pure con difficoltà, trovò una sua strada verso il parlamentarismo. Certamente l’intervallo fra le guerre mondiali non fu di pace sovrana in molte regioni che ebbero i confini disegnati a Versailles, e una guerra a bassa o a media intensità (conflitti civili o guerriglia fra stati) finì per coinvolgere a diverse riprese Polonia, Ucraina, la Finlandia e l’Ungheria. Nonostante questo alcune nazioni conobbero un benessere mai sperimentato prima, come la Cecoslovacchia o i paesi baltici; altrove le cose andarono diversamente, e i rancori etnici finirono per esplodere poi con brutalità nel secondo conflitto mondiale. Nel centro Europa, oltre alla declinazione genocida nei confronti delle comunità ebraiche, si conobbero sopraffazioni sanguinose fra popolazioni che avevano convissuto per generazioni; il redde rationem del 1945 fu comunque tragico per tutti gli attori, tanto che condividiamo la citazione riportata nel testo che “mentre alla fine della prima guerra mondiale vennero spostati i confini, alla fine della seconda vennero spostati i popoli”, e in alcuni casi presenze millenarie di enclavi etniche (tedesche e ungheresi soprattutto) furono dissolte in modo rapido e cruento. &lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:Times New Roman;"&gt;Anche per quanto concerne la stagione della cortina di ferro non mancano sorprese nello studio di Bottoni: nella grigia uniformità delle “democrazie popolari”, in realtà c’erano profonde differenze fra i comunismi d’importazione, intollerabili o quasi per i magiari o i polacchi e quelli endogeni che ridussero secolari diseguaglianze promuovendo riforme altrimenti impossibili, come in Bulgaria, Romania e soprattutto Jugoslavia. Le rivolte del 1956 (come sia pure diversamente quelle del 1968-69) erano comunque velleitarie: a ovest come a est, le grandi potenze non avevano la minima intenzione di modificare lo status quo di Yalta. Dopo un ventennio di stagnazione (ancora oggi rimpianta da molti in Europa centrale) il collasso dell’Urss provocò a catena una serie di rivolte nazionali e il “crollo del muro”, le cui impreviste conseguenze rappresentano ancora oggi uno dei più clamorosi fallimenti degli analisti atlantici. Diviso anche in questo caso tra il “velluto” della separazione cecoslovacca, il bastone del post comunismo rumeno, e il sangue delle tragiche guerre civili balcaniche, il centro Europa ha conosciuto nell’ultimo quindicennio uno sviluppo costante anche se diseguale, che ha portato alla ribalta argomenti nuovi e antichi: la robusta economia ceca, la straordinaria crescita polacca, la stagnazione ungherese, il fervore delle piccole repubbliche baltiche o l’inquietudine ucraina. Incredibilmente – ma neppure tanto – occorre tornare a guardare la mappa dell’Europa centrale del 1918 per capire cosa è il centro Europa oggi. Ed è quello che fa l’autore, a cui siamo grati per averci offerto una indagine finalmente equilibrata, senza fronzoli ideologici o tesi precostituite.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt; TEXT-ALIGN: justify"&gt;&lt;o:p&gt;&lt;span style="font-family:Times New Roman;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt; TEXT-ALIGN: justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:Times New Roman;"&gt;Nel cuore nero del Reich&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt; TEXT-ALIGN: justify"&gt;&lt;span style="font-family:Times New Roman;"&gt;Gianluca Falanga, &lt;i style="mso-bidi-font-style: normal"&gt;L’avamposto di Mussolini nel Reich di Hitler&lt;/i&gt;, Milano, Marco Tropea, 2011&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt; TEXT-ALIGN: justify"&gt;&lt;o:p&gt;&lt;span style="font-family:Times New Roman;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt; TEXT-ALIGN: justify"&gt;&lt;span style="font-family:Times New Roman;"&gt;Questo di Gianluca Falanga è davvero un bel libro. La parabola dei rapporti italo – tedeschi narrata dal punto di vista dell’ambasciata italiana a Berlino offre spunti di riflessione interessanti e innovativi. &lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:Times New Roman;"&gt;Il periodo preso in considerazione è quello del III Reich, dal 30 gennaio 1933 fino alla cruenta fine del regime hitleriano alla fine di aprile del 1945; in questo lasso di tempo si susseguirono nella importante sede diplomatica quattro ambasciatori, di diverso livello e capacità: il tecnico Vittorio Cerruti, il fine cucitore di rapporti Bernardo Attolico, l’incapace Dino Alfieri, e il fascista a oltranza Filippo Anfuso. Ognuno di questi lasciò la propria traccia nelle complesse relazioni con Adolf Hitler e la sua corte brutale, specchio dell’incapacità di Benito Mussolini di comprendere e di gestire in modo equilibrato le relazioni col nazismo; la sensazione che si ha nello scorrere il volume è soprattutto quella dell’ondivago atteggiamento del duce, che nel giro di un decennio passò da una iniziale, prudente diffidenza fino alla stesura di un patto demenziale, in cui l’unico acciaio era quello delle catene con cui la Germania stringeva l’Italia in un comune destino di morte e distruzione. Questa metamorfosi è ben rappresentata dal comportamento dei nostri rappresentanti a Berlino. Vittorio Cerruti comprese quasi subito la pericolosità del Fuehrer, e restò inorridito dalla vicenda della “notte dei lunghi coltelli”, tanto da risultare in breve sgradito alla diplomazia feroce di Joachim von Ribbentrop. Bernardo Attolico resse poi l’ambasciata in modo dignitoso e coraggioso nella stagione delle grandi crisi europee, e da quanto emerge dalla documentazione riportata da Falanga, fu un ostacolo decisivo allo scoppio della guerra europea già al momento dell’invasione nazista in Boemia e Moravia; lo sprezzante giudizio di Hitler, che definì “canaglia” colui che aveva scongiurato quella che poteva essere la prima guerra del III Reich, la dice lunga su come la nostra diplomazia berlinese avesse scelto di rischiare grosso perché il continente (e soprattutto l’Italia) non precipitasse nella catastrofe. &lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:Times New Roman;"&gt;Restano poi i due “ambasciatori di guerra”: Dino Alfieri, e Filippo Anfuso; il primo, fascista ottuso e fanatico, si distinse soprattutto per la propria boriosa incompetenza, monumento all’incomprensione fra due rapaci dittature impegnate, con diseguali risultati, in un conflitto di aggressione e sopraffazione ai danni del resto del continente; il fatto che Alfieri, convocato alla decisiva seduta del gran consiglio del&lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt; &lt;/span&gt;25 luglio non avesse nemmeno compreso di aver votato per la fine del regime, la dice lunga sul grado di insipienza del gerarca improvvisato diplomatico. Diverso, infine, il discorso per Anfuso, diplomatico di lungo corso e mussoliniano convinto, nonostante l’amicizia – quantomeno simulata – con Galeazzo Ciano. Unico fra gli ambasciatori italiani ad aderire al governo della RSI, ebbe l’ingrato compito di reggere, con distacco e fatalismo, la sede diplomatica in una Berlino semidistrutta dai bombardamenti alleati e priva di quasi tutto il personale, rimasto fedele al governo del re e quindi internato. Di lui, oltre che l’indefessa fede nel grigio duce lacustre, va sottolineata la sostanziale indifferenza nei confronti delle sofferenze delle centinaia di migliaia di nostri connazionali fatti prigionieri senza diritti e sfruttati come manodopera schiava fino al termine delle ostilità. Scampato al dies irae post 25 aprile e ad alcuni processi per collaborazionismo e complicità nell’assassinio dei fratelli Rosselli, il diplomatico catanese fu, con Giorgio Almirante, tra i fondatori del MSI. &lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:Times New Roman;"&gt;Il volume, privo di enfasi e sbavature, offre quindi uno sguardo inedito sull’Asse Roma-Berlino, ed è spunto importante per possibili nuove ricerche sul tema.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt; TEXT-ALIGN: justify"&gt;&lt;o:p&gt;&lt;span style="font-family:Times New Roman;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt; TEXT-ALIGN: justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-family:Times New Roman;"&gt;Quando eravamo moderni&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt; TEXT-ALIGN: justify"&gt;&lt;span style="font-family:Times New Roman;"&gt;Marco Gervasoni, &lt;i style="mso-bidi-font-style: normal"&gt;Storia d’Italia degli anni ’80, &lt;/i&gt;&lt;span style="mso-bidi-font-style: italic"&gt;Venezia, Marsilio, 2010&lt;/span&gt;&lt;i style="mso-bidi-font-style: normal"&gt; &lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt; TEXT-ALIGN: justify"&gt;&lt;o:p&gt;&lt;span style="font-family:Times New Roman;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;p class="MsoNormal" style="MARGIN: 0cm 0cm 0pt; TEXT-ALIGN: justify"&gt;&lt;span style="font-family:Times New Roman;"&gt;Era il “&lt;em&gt;New gold dream: 81, 82, 83, 84&lt;/em&gt;” cantato da Jim Kerr dei Simple Minds; e quegli anni furono davvero irripetibili e formidabili (con buona pace di Mario Capanna), perché pacifici, finalmente deideologizzati, ricchi di entusiasmo, novità, nuove prospettive in ogni ambito: economico, politico, sociale e nei costumi. Chi oggi ha fra 40 anni e 50 anni, come l’autore di questo importante volume non può non rivedersi nei fatti e nelle interpretazioni di quel decennio; ci si lasci dire, che Gervasoni fa finalmente giustizia in modo leggibile, gustoso e ben scritto, di una invadente e uggiosa storiografia che negli ultimi anni ha cercato in ogni modo di imporre una lettura densa di indignato rigetto di quella stagione (si pensi ai terribili mattoni ideologici di Enrico Deraglio o di Paolo Flores d’Arcais), talvolta con iperboli talmente eccessive da risultare risibili per chi ebbe modo di vivere gli anni ’80. &lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:Times New Roman;"&gt;L’inizio del decennio, come indica con chiarezza l’autore, è segnata da un momento decisivo che nulla ha a che fare con la politica, ed è la vittoria italiana ai mondiali di calcio del 1982, vero punto di svolta di un paese che comprende di aver superato i plumbei anni ’70, i quali si erano protratti ben oltre il 1980 (si pensi alla strage di Bologna, e agli ultimi feroci rigurgiti brigatisti). Poi, improvvisamente, cambiò tutto; le ideologie omicide parevano consegnate al passato chiuso a doppia mandata, e il presente era denso di novità di opportunità, anche in ambito politico. Alcune formazioni sembrarono improvvisamente residuati di un passato remoto: il PCI berlingueriano, oggi rimpianto da molti, in realtà pareva davvero l’armadio della grisaglia, scantonato perfino dalle organizzazioni giovanili del partito, ben felici di aprirsi alla modernità del linguaggio e di uno stile di vita creativo e innovativo. &lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:Times New Roman;"&gt;Chi scrive, visse quel periodo all’interno dei giovani democristiani, dove in modo diverso queste pulsioni erano ben presenti e vive; tutto questo, si badi bene, non significò fine dell’impegno politico e sociale, come alcuni maestri rancorosi oggi vogliono dare a intendere. Anzi, ci fu l’esplosione del terzo settore, del volontariato, delle associazioni no profit specie in ambito cattolico (si pensi all’espansione conosciuta da CL e da MP). Semplicemente la declinazione più specificamente “ideologica” del conflitto sociale era defunta, scomparsa, sotterrata, sparita; i del decennio precedente parevano reduci di guerra, sopravvissuti a un mondo che stentavano a riconoscere. La politica cercava forme nuove di leadership, sia pure in modo ondivago, così come nuovi modelli di sviluppo industriale e commerciale; non tutto andò come si sperava, ma quel decennio vide l’espansione dei servizi e il declino della “classe operaia”, che non fu più capace di restare al centro della scena dopo la marcia dei &lt;?xml:namespace prefix = st1 ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:smarttags" /&gt;&lt;st1:metricconverter st="on" productid="40.000 a"&gt;40.000 a&lt;/st1:metricconverter&gt; Torino. Emergeva una nuova categoria imprenditoriale, forse rapace e piratesca, ma indubbiamente nuova rispetto a quella che aveva portato l’Italia al boom economico. Ci fu l’espansione (bulimica? Chi può dirlo…) della televisione ai danni degli altri media, tramite l’arrivo dirompente delle reti private di Silvio Berlusconi, le quali, bon grè, mal grè, segnarono un punto di svolta irreversibile nella storia del paese.&lt;span style="mso-spacerun: yes"&gt; &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:Times New Roman;"&gt;Fu tutto rose e fiori? Certamente no. Ma tante disuguaglianze si erano accorciate, non c’era odio all’interno della stessa generazione, e bene fa Gervasoni a sottolineare il dimenticatissimo “movimento dell’85”, quando gli studenti superiori scesero in piazza per una scuola migliore senza l’ombra di bandiere, in modo colorato e “stilysh”, con la divisa di ordinanza di quel periodo: Monclair, Jeans e Timberland. Non c’erano pugni chiusi, non c’erano saluti romani, tutte cose ricomparse successivamente, e purtroppo rimaste all’ordine del giorno delle manifestazioni giovanili di questi ultimi quindici anni. Forse non poteva durare, e non durò. La caduta del muro di Berlino fu l’inizio della fine del “New gold dream”, e il ritorno a una realtà conflittuale e violenta, che colse impreparata una intera generazione. Divergiamo dall’autore solo sul punto conclusivo di quel decennio,che secondo noi non si situa nel 1990, ma poco dopo, nel 1991-92, con la crisi economica, gli attentati di mafia che costarono la vita ai giudici Falcone e Borsellino e l’esplosione di tangentopoli. S&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:Times New Roman;"&gt;iamo grati a Marco Gervasoni per averci riportato in un periodo sereno delle nostre vite, scrollandoci via la “cenere sul capo” che tanti accademici malmostosi hanno voluto imporci in questi ultimi anni.&lt;/p&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3929441310239027592-18088336959891694?l=orientamentistorici.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3929441310239027592/posts/default/18088336959891694'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3929441310239027592/posts/default/18088336959891694'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://orientamentistorici.blogspot.com/2011/12/xix-xx-secolo-italia-europa.html' title='XIX-XX secolo. Italia, Europa.'/><author><name>andrea rossi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/10741692204208134661</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='23' height='32' src='http://img512.imageshack.us/img512/125/carlistasdy2.jpg'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3929441310239027592.post-1626641801602028986</id><published>2011-10-24T11:40:00.005+01:00</published><updated>2011-10-24T11:55:57.273+01:00</updated><title type='text'>Storie in nero</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;strong&gt;Radiografia della Milizia&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Piero Crociani, Pier Paolo Battistelli, &lt;em&gt;Le camicie nere 1935-1945&lt;/em&gt;, Gorizia, LEG, 2011&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Libreria editrice goriziana (meritevolmente) pubblica in lingua italiana questo saggio uscito lo scorso anno per i tipi dell’inglese Osprey, e dedicato alla vicenda della MVSN a cavallo fra quattro guerre: Etiopia, Spagna, conflitto mondiale e guerra civile. I due autori, esperti nella (neglettissima) storia militare, fanno propria, fin dal titolo, una tesi a noi cara: la vicenda dell’esercito di Mussolini va letta in un “continuum” che copre appunto l’arco di dieci anni, nei quali le varie fratture (guerra coloniale, guerra antipartigiana all’estero, guerriglia “in casa”) furono eventi che incisero in maniera modesta sulle sorti di queste formazioni e sulle convinzioni ideologiche dei militi. I reparti in camicia nera, infatti, pur subendo modifiche in termini di organizzazione territoriale, equipaggiamento, uniformi, armamento e addestramento, ebbero un filo conduttore unico, ossia l’essere la forza armata della “rivoluzione fascista”, unica ad avere reclutamento unicamente su base volontaria e a basarsi su elementi esplicitamente animati dalla dottrina del regime.&lt;br /&gt;Crociani e Battistelli con dovizia di dettagli e documentazione, ricostruiscono le vicende dei reparti, il loro impiego nei vari scenari di guerra, gli intrecci complicati fra le competenze del regio esercito e del comando generale della MVSN i quali emanavano spesso disposizioni contraddittorie e confuse. Viene poi finalmente fatta chiarezza su quello che pare ancora oggi un vulnus nella ricostruzione storica, ossia il comportamento successivo al 25 luglio e all’8 settembre. Gli autori, infatti, smentiscono tutte le vulgate che vogliono la milizia “disciolta” dopo la caduta di Mussolini e “dissolta” dopo l’armistizio: la MVSN non fu disciolta da alcuno, fu anzi integrata nell’esercito. Dopo l’8 settembre (spesso prima ancora della liberazione di Mussolini) non solo non avvennero “dissoluzioni”, anzi, la quasi totalità dei battaglioni in camicia nera passò ai tedeschi e successivamente divenne il nerbo della Guardia Nazionale Repubblicana (GNR) della RSI. Siamo grati per l’opera minuziosa dei due autori, e confidiamo che anche in qualche volume divulgativo si cominci a prendere atto dei fatti realmente accaduti, i quali sono quelli sopra riportati e non altri.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;strong&gt;Ali nere&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Marco Mattioli, &lt;em&gt;I falchi di Mussolini&lt;/em&gt;, Roma, IBN, 2011&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La vicenda dell’Aeronautica Nazionale Repubblicana (ANR) è fra quelle che hanno ricevuto la maggiore attenzione degli studiosi di cose militari, oltre che essere da mezzo secolo oggetto di decine di memoriali, agiografie e romanzi. Pochi fra i volumi pubblicati in questo lasso di tempo hanno avuto il pregio di raccontare in modo documentato e obiettivo la frammentaria e complessa storia dei componenti della regia aeronautica che decisero di proseguire la guerra assieme alla Luftwaffe fino al 1945. Mattioli, in questo agile studio, non ha la pretesa di dare risposte esaustive su tutti i fatti che videro protagonisti gli aviatori della RSI dall’armistizio al 25 aprile, ma di offrire una cronologia delle vicende che coinvolsero i caccia dell’ANR nei 600 giorni di Salò, sulla base della bibliografia esistente e sulla documentazione disponibile presso l’archivio storico dell’aeronautica militare (che forse andava citata con maggiore precisione nel testo).&lt;br /&gt;Il quadro che emerge è privo dei toni agiografici presenti in molta produzione sul tema; nella RSI operarono senza dubbio alcuni tra i migliori piloti da caccia italiani, i quali furono intralciati in ogni modo da camarille politiche, interferenze naziste e un apparato militare pletorico e inefficiente (sul quale prima o poi qualcuno dovrà scrivere qualcosa: centinaia di “aviatori da scrivania” percepirono lauti stipendi mussoliniani senza spostarsi dalle lacustri sedi ministeriali, salvo poi proseguire la propria carriera nella democratica aeronautica post-bellica…). Compaiono poi in modo finalmente visibile i veri “padroni di casa” degli aeroporti del nord Italia, ossia gli onnipresenti ufficiali di collegamento della Luftwaffe, che fecero e disfecero come e quanto vollero ai danni dei propri “alleati”, fino a provocare i gravi incidenti dell’agosto 1944, quando il comando della Luftflotte 2 provò a inserire “de facto” l’ANR nell’arma aerea germanica, scatenando in molti aeroporti l’irata reazione degli italiani, che distrussero quasi ovunque i propri velivoli. Altro dettaglio che emerge sono le perdite, altissime, a fronte degli scarsi risultati nell’impiego bellico: l’autore sottolinea infatti correttamente come le vittorie aeree accertate siano meno di metà di quelle effettivamente dichiarate da molti storici nostalgici. Peraltro, aggiungiamo noi, il rapporto perdite inflitte/perdite subite, nell’ultimo anno di guerra fu terribile anche per la Luftwaffe, con dati non diversi da quelli della modesta pattuglia degli aviatori di Mussolini, a dimostrazione che, nei cieli ormai sotto pieno dominio anglo-americano, la vita era complicata anche per gli aviatori del III Reich.&lt;br /&gt;Nel volume si dà conto infine anche delle vicende del battaglione “Forlì”, il quale fu formato da aviatori “appiedati” che vollero creare una sorta di X Mas dell’aeronautica, e furono l’unico reparto della RSI ad essere schierato per oltre sei mesi esclusivamente al fronte. Purtroppo non c’è traccia invece dell’impiego delle formazioni dell’antiaerea (Flak Italien) che ebbero un ruolo grave e poco conosciuto nella guerriglia antipartigiana.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;strong&gt;Il bignami di Dongo&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Pierre Milza, &lt;em&gt;Gli ultimi giorni di Mussolini&lt;/em&gt;, Milano, Longanesi, 2011&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel leggere questo volume di Pierre Milza, la nostra principale riflessione esulava dalle ricostruzioni dello studioso francese; più prosaicamente, ci chiedevamo cosa sarebbe accaduto se uno dei tanti carneadi animati da buone intenzioni avesse presentato un volume come “Gli ultimi giorni di Mussolini” a qualsiasi casa editrice a diffusione nazionale. La cosa più probabile è che lo sventurato avrebbe assistito al passaggio della propria fatica dalla buca delle lettere direttamente nel cestino. Si dirà che questa è una analisi drastica e forse ingiusta, ma anche ad una seconda o a una terza lettura, chi scrive trova piuttosto inspiegabile la pubblicazione di questo libro sulla fine del duce, denso di cose straconosciute e stralette.&lt;br /&gt;Pierre Milza ha senz’altro scritto di meglio in passato, e anche per questo troviamo inspiegabilmente scadente il livello di questa ricerca; il lavoro è sciatto nella scrittura, povero nella bibliografia, indisponente negli inserti cartografici (le località del lago di Como sono scritte in un italiano traballante, dettaglio colpevolmente sfuggito al momento della correzione delle bozze), ovvio nelle conclusioni e sconcertante in alcune rivelazioni: senza citare le proprie fonti, Milza sostiene che il partigiano “Bill”, Urbano Lazzaro, che sapevamo vicentino, era di origini slave e si chiamava Karol Urbaniec (!), mentre la 52° brigata Garibaldi aveva in organico decine di polacchi, tanto da farne una vera e propria “brigata internazionale” (sic); come questi compatrioti del futuro Papa Giovanni Paolo II fossero giunti nei pressi di Menaggio è mistero doloroso, perché Milza non aggiunge altri dettagli in merito, così come permane la nostra curiosità su quale lingua si usasse in questa stravagante formazione partigiana: forse l’esperanto.&lt;br /&gt;Sulle vicende relative alla cattura del duce e del governo della RSI, nulla si dice nuovo e molto si scrive di vecchio, visto che il canovaccio sono le polverose memorie di Pier Bellini delle Stelle, superate da numerosi studi scientifici editi nell’ultimo decennio. Appena accettabili, infine, appaiono alcune riflessioni, come la possibile veridicità della cosiddetta “pista inglese” per comprendere l’uccisione di Mussolini: si può convenire che la presenza di Winston Churchill nell’estate 1945 proprio nei luoghi in cui si consumarono le ultime ore dell’ex duce risulta effettivamente sospetta, ma l’autore non porta alcun documento che non fosse stato già pubblicato e conosciuto da anni nel nostro paese.&lt;br /&gt;Il valore (scarso) del volume è quindi quello di essere una specie di “Bignami”, un libricino utile per chi voglia affrontare da neofita un argomento che annovera autentici specialisti, i quali non a caso sono definiti “dongologi” per la cura maniacale delle proprie ricostruzioni. Milza però non si avvicina minimamente a questa pattuglia, restando a parer nostro piuttosto distante, come qualità del lavoro, anche dal livello medio che può essere considerato accettabile per una casa editrice a distribuzione nazionale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;strong&gt;La missione più segreta&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Francesco Gnecchi Ruscone, &lt;em&gt;Missione Nemo&lt;/em&gt; (a cura di Marino Viganò), Milano, Mursia, 2011&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Spesso la locuzione “se l’Italia fosse un paese normale …” è la premessa per sciorinare terribili ovvietà, come “… tutti pagherebbero le tasse”, “… i treni arriverebbero in orario”, “… non ci sarebbe la mafia” e via banalizzando. A chi scrive però non viene in mente niente di meglio per introdurre questo volume, la cui curatela è opera di Marino Viganò, uno storico che “in un paese normale”, appunto, sarebbe cattedratico da lustri, forse semplicemente in base alla propria sterminata bibliografia; invece, come in centinaia di altri casi, il lagnoso mondo accademico nostrano, attento soprattutto alla protezione corporativa dei propri interessi, si è privato di uno dei migliori ricercatori di cose militari della nazione. Motivo in più per non essere particolarmente commossi o indignati per i previsti tagli economici al settore.&lt;br /&gt;Ciò premesso, lo studio si articola in una introduzione, redatta da Viganò, dal memoriale di Gnecchi Ruscone, inedito in Italia e pubblicato in proprio in Gran Bretagna nel 1999, e da una ricca appendice di documenti, che chiariscono in modo esemplare le vicende narrate. La storia è quella, davvero inedita e scarsamente conosciuta, della missione “Nemo Sand II” coordinata dal capitano di corvetta della regia marina Emilio Elia (“Nemo”), e che ebbe fra i suoi collaboratori l’autore, allora nemmeno ventenne. I compiti di questo gruppo di agenti segreti provenienti dal sud Italia (ma con numerosi collaboratori reclutati nella zona di occupazione tedesca) era quello di raccogliere informazioni sulla dislocazione dei comandi e delle formazioni della Wehrmacht e di infiltrare propri uomini nelle strutture di governo di Salò.&lt;br /&gt;Quest’ultima parte della missione è quella sino ad oggi meno conosciuta e più sorprendente. Gli uomini di Elia, infatti, nell’ultimo inverno di guerra trovano diversi gerarchi bendisposti a collaborare con la Resistenza al fine, piuttosto ovvio, di crearsi benemerenze postbelliche. Due in particolare risulteranno di fondamentale importanza ai fini della operazione “Nemo”: il prefetto Temistocle Testa, che raccoglie e trasmette informazioni direttamente dal ministero degli Interni della RSI, e Vincenzo Cersosimo, giudice presso il tribunale speciale repubblichino, il quale a sua volta modificherà decine di sentenze riguardanti partigiani in mano fascista, sottraendo tra l’altro l’intero fascicolo relativo a Ferruccio Parri, poi liberato in virtù del complesso di trattative per la resa tedesca in Italia.&lt;br /&gt;L’appendice documentaria riguarda soprattutto questi doppiogiochisti di Salò, e risulta di particolare interesse per sfrondare ulteriormente il mito dei “duri e puri” di Mussolini: Cersosimo, il “Robespierre fascista” che mandò a morire Galeazzo Ciano, nemmeno un anno dopo la sentenza di Verona nascondeva documenti e alterava sentenze, peraltro con la compiacenza dei propri colleghi magistrati in camicia nera, nonostante i cruenti giuramenti di fedeltà sino alla tomba. Quella altrui, evidentemente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;strong&gt;Carnefici e vittime nella Genova fascista&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Andrea Casazza, &lt;em&gt;La beffa dei vinti&lt;/em&gt;, Genova, Il melangolo, 2011&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Difficile immaginare un volume così controproducente come quello di Andrea Casazza. L’autore si inserisce nella scia di studi all’insegna dell’antifascismo militante, scatenati dalla pubblicazione (e dal notevole successo editoriale) delle opere di Giampaolo Pansa; alcuni di questi scritti, densi di roboante retorica partigiana – che sempre retorica rimane, anche se democratica, plurale e progressista – sono rimasti confinati nell’ambito della storia locale. Altri, come “Il sangue dei vincitori” di Massimo Storchi, da noi recensito qualche tempo addietro, sono effettivamente opere articolate e complesse, sulle quali occorre soffermarsi indipendentemente dalle proprie convinzioni personali.&lt;br /&gt;La tesi dell’autore non è particolarmente innovativa, ed è quella che i processi ai fascisti si siano conclusi nella stragrande maggioranza con un nulla di fatto; per suffragare questa interpretazione, Casazza utilizza come fonti soprattutto le sentenze della corte d’assise straordinaria del capoluogo ligure; se l’obiettivo era quello di suscitare l’indignazione dei lettori, si resta però perplessi di fronte ai “case study” presentati; effettivamente appaiono vergognose le vicende processuali di Arturo Bigoni, Livio Faloppa e Carlo Emanuele Basile (rispettivamente questore, federale e prefetto di Genova), le quali, peraltro, meritavano maggiore spazio Le altre storie narrate invece sono vicende minori o trascurabili: che dire di capitoli intitolati “un commesso in camicia nera”, “il primario collaborazionista” o addirittura “l’amore ai tempi di Salò”? Insomma, un po’ difficile indignare il lettore raccontando di bulli di borgata, truffatori scalcagnati, medici fascisti e commesse innamorate del duce.&lt;br /&gt;Il paradosso viene raggiunto dalla vicenda dell’ausiliaria Giuseppina F., una adolescente con deficit psichici, che era stata rapita dai partigiani nell’estate 1944, catturata dagli alpini della divisione Monterosa e successivamente consegnata al distaccamento di Chiavari della brigata nera “Parodi”. Le testimonianze sul suo caso sono confuse e contraddittorie: probabilmente la ragazza è stata stuprata da partigiani e fascisti, e quando arriva nella caserma del terribile Vito Spiotta ha solo voglia di sfogarsi urlando contro tutti (unico dettaglio che compare in tutte le testimonianze). Casazza, senza accorgersi minimamente dell’empatia suscitata dalla disgraziata giovane, chiude la narrazione sostenendo che l’ingiusta assoluzione giunse a Giuseppina F. mentre quest’ultima era in manicomio da due anni (!): quale “beffa dei vinti” rappresenti questa tragedia umana, è difficile da comprendere, almeno a parere nostro.&lt;br /&gt;In conclusione, anche tralasciando le carenze in termini di bibliografia, le trascuratezze nella scrittura (l’autore utilizza spesso brigate nere e GNR come sinonimi) e lo stile ridondante, rimangono notevoli perplessità sull’utilità di lavori come questo, destinati evidentemente a un pubblico di militanti incapaci di farsi domande sulla stagione della guerra civile.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3929441310239027592-1626641801602028986?l=orientamentistorici.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3929441310239027592/posts/default/1626641801602028986'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3929441310239027592/posts/default/1626641801602028986'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://orientamentistorici.blogspot.com/2011/10/storie-in-nero.html' title='Storie in nero'/><author><name>andrea rossi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/10741692204208134661</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='23' height='32' src='http://img512.imageshack.us/img512/125/carlistasdy2.jpg'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3929441310239027592.post-7867329215065613092</id><published>2011-08-29T13:22:00.009+01:00</published><updated>2011-08-29T13:57:58.796+01:00</updated><title type='text'>La scoperta dei vinti: intervista a Giampaolo Pansa</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;La scoperta dei vinti?&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;em&gt;di Andrea Rossi&lt;/em&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;Questo “Orientamenti storici” riporta una intervista esclusiva a Giampaolo Pansa; indipendentemente dal’opinione che si può avere del giornalista monferrino, i suoi volumi dedicati ai fatti di sangue successivi alla fine della guerra in Italia sono da anni oggetto di infinte discussioni fra i ricercatori di storia contemporanea; diversi di questi hanno fatto dell’“antipansismo” (pessimo neologismo, ma che ci pare l’unico capace di definire correttamente questa corposa corrente di pensiero) una specie di ossessione che ha finito per deragliare dalla – sia pure legittima – polemica interpretativa, assumendo in modo piuttosto strumentale i contorni di una battaglia a sostegno dei valori fondanti del nostro tribolato paese: da un lato gli storici antifascisti e scientifici, dall’altro i pubblicisti nostalgici e i loro discepoli, veri o presunti. Così, a coronamento di una lunga serie di saggi e articoli assai duri e polemici redatti da vari storici italiani, un paio di anni fa è stato dato alle stampe un volume collettaneo curato da Angelo del Boca, &lt;em&gt;La storia negata&lt;/em&gt; (Vicenza, Neri Pozza, 2009, la nostra recensione del lavoro è in: &lt;a href="http://orientamentistorici.blogspot.com/2010/04/venticinque-aprile-e-dintorni.html"&gt;http://orientamentistorici.blogspot.com/2010/04/venticinque-aprile-e-dintorni.html&lt;/a&gt;), quasi interamente dedicato a Giampaolo Pansa, qui ufficialmente gratificato dell’epiteto di “&lt;em&gt;rovescista&lt;/em&gt;”: fumosa definizione che dovrebbe indicare l’essere propugnatore di ricostruzioni e interpretazioni errate, faziose e diffamatorie della Resistenza: qualcosa nell’ambito della storiografia scientifica non si è mai visto ne’ sentito, ma tant’è … &lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;Curiosamente questo pessimo aggettivo risulta ostico non solo all’orecchio, ma anche al correttore automatico di “word”: “rovescista” diventa infatti "&lt;em&gt;rovesciata"&lt;/em&gt; e qualche incauto addetto ai lavori, affascinato dall’inascoltabile appellativo, è poi rimasto vittima dello stesso vocabolo: nel saggio che Maria Elisabetta Tonizzi ha dedicato a “La Resistenza in Italia: Partigiani, Alleati, usi pubblici della storia” (&lt;em&gt;Il mestiere dello storico&lt;/em&gt; n. 1-2011) si trova infatti in più parti la parola "&lt;em&gt;rovesciata"&lt;/em&gt; completamente avulsa dal contesto, e quindi del tutto incomprensibile per il lettore. Le cose, a nostro avviso, sono più complesse di come molti vorrebbero, e non ci pare inutile sottolineare un dato essenziale da cui tutti “bon grè mal grè” devono partire, ossia l’incapacità dei critici dell’editorialista di “Libero” di confutare &lt;em&gt;uno solo&lt;/em&gt; degli episodi da lui narrati; se Pansa avesse proposto ricostruzioni deformate di vicende inesistenti, non sarebbe stato difficile smentirlo, come è avvenuto nel caso di altri e meno accorti ricercatori. Di conseguenza paragonare un giornalista e studioso scrupoloso (rammentiamo che il suo volume dedicato alle forze armate di Salò, &lt;em&gt;Il gladio e l’alloro&lt;/em&gt;, pubblicato da Mondadori nel 1991, è tuttora uno strumento indispensabile per approcciare in modo scientifico le vicende dell’ultimo esercito di Mussolini) con gli sciamani dell’antisemitismo, creatori di fatti mai avvenuti e negatori di eventi accertati, è a parer nostro operazione scorretta e deontologicamente riprovevole. Come diceva Leonardo Sciascia: “... i fatti si dividono in due categorie: quelli accaduti e quelli inventati ...”: non è quindi colpa del "&lt;em&gt;rovescista&lt;/em&gt;” Pansa se alla cartiera di Mignagnola (solo per citare un caso) i partigiani del comandante Falco ammazzarono fra la fine di aprile e i primi di maggio 1945, dopo atroci torture, non meno di ottanta prigionieri fascisti, uomini e donne; e non si può addebitare al “&lt;em&gt;rovescista&lt;/em&gt;” Pansa la distrazione pluridecennale della storiografia antifascista su questo come su decine di altri episodi simili (salvo poi fare uscire tre volumi in due anni dedicati alla strage, guarda caso, non prima ma subito dopo l’uscita de &lt;em&gt;Il sangue dei vinti&lt;/em&gt;). Si può anche dire che il giornalista piemontese è un “... rovistatore della Resistenza ...” come con scarso aplomb ha sostenuto Angelo d’Orsi qualche anno addietro, ma di certo non si è fatto un buon servizio alla storia della guerra di Liberazione tacendo questi eventi luttuosi e screditando strumentalmente chi li ha descritti con cognizione di causa. Forse sarebbe stato meglio invece parlarne prima, diffusamente e senza censure, ma questo avrebbe comportato uno sforzo per andare oltre alle appartenenze a ideologie decrepite. Invece queste ultime sono, ancora oggi, le colonne d'Ercole di una non marginale parte del mondo accademico. &lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;INTERVISTA A GIAMPAOLO PANSA&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;em&gt;“I figli dell’aquila” è stato pubblicato nel 2002, “I vinti non dimenticano” è del 2010. Nel mezzo ci sono quasi dieci anni e sette volumi dedicati agli strascichi sanguinosi della guerra civile in Italia. E’ un lasso di tempo sufficiente per fare un bilancio su questa tua lunga stagione di ricerche?&lt;br /&gt;&lt;/em&gt;Si, senz’altro, anzi penso si possano fare diversi bilanci. Quello professionale è assolutamente positivo, specie nell’osservare che ha pagato la “diversità” con cui ho trattato il tema della violenza sui vinti. Lo scrivere con un taglio non conforme alla retorica resistenziale, è stato la chiave di tutto; ho cercato fin dal principio di “cantare” un’aria musicale mai intonata nel mondo della storiografia antifascista, e se devo stare al riscontro editoriale, direi che questa scelta mi ha dato ragione: &lt;em&gt;Il sangue dei vinti&lt;/em&gt; e i volumi successivi hanno venduto centinaia di migliaia di copie, e le ristampe non si contano.&lt;br /&gt;C’è poi un bilancio umano, che non è meno importante; ho potuto dare voce a un mondo che fino a qualche anno fa non conoscevo e che per decenni era stato costretto ad elaborare in silenzio le proprie dolorose vicende familiari: continuano ad arrivarmi centinaia di lettere e fino ad oggi credo di averne ricevute non meno di ventimila.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;em&gt;Qualche rammarico?&lt;br /&gt;&lt;/em&gt;Il bilancio politico credo sia deludente. La sinistra italiana ha dimostrato una incredibile miopia su questi argomenti; la classe dirigente dei DS e poi del PD avrebbe potuto approfittare dell’occasione per fare pubblicamente i conti con una parte inconfessabile del proprio passato, invece i leader post comunisti hanno scelto il silenzio, o peggio: hanno fatto finta che l’argomento fosse inesistente, e che i miei libri fossero una specie di “fuoco amico” sui miti fondativi della repubblica. È stata una occasione perduta per dare credibilità vera alla scelta riformista dell’ex PCI.&lt;br /&gt;&lt;em&gt;Dalla pubblicazione de “Il sangue dei vinti” in avanti hai partecipato a decine di dibattiti, tavole rotonde, interviste televisive e radiofoniche. Ti sei mai trovato davanti a qualcuno che ti abbia detto apertamente che scrivi falsità?&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;No, mai. E fino a oggi non sono mai stato citato in giudizio da nessuno e nemmeno costretto a scusarmi per aver detto cose non vere. Per questo molti storici di professione che hanno polemizzato con me alla fine sono stati messi sotto scacco, tanto che sempre meno spesso trovo critiche ai miei lavori, come accadeva qualche anno fa; prima di pubblicare un libro, ho sempre controllato la veridicità dei fatti non una, ma due, tre, quattro volte, incrociando sempre fonti diverse fra loro. La mia scuola non sarà quella dello storico di professione, ma è senz’altro quella dei cronisti dei quotidiani di una volta, quando si diceva “meglio beccarsi una querela che essere costretti a una smentita”.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;em&gt;Scrivi ancora molto, eppure hai diradato le tue apparizioni in pubblico.&lt;br /&gt;&lt;/em&gt;Ho praticamente sospeso gli incontri pubblici non per timore del contraddittorio, ma perché dall’ottobre 2006, dopo le violenze avvenute durante la presentazione de “La grande bugia” a Reggio Emilia, la mia presenza comporta anche precauzioni legate alle forze dell’ordine. E’ una cosa che vivo come una limitazione dei miei diritti civili. Ho sempre pensato che Carabinieri e forze di Polizia debbano difendere i cittadini più deboli di me.&lt;br /&gt;&lt;em&gt;Infine per quanto riguarda le interpretazioni, come ti spieghi l’ostilità di tanti studiosi universitari?&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;Perché ho detto chiaramente quello che nessuno di loro vuole ammettere per motivi ideologici: la Resistenza non fu tutta uguale. Alcuni partigiani combattevano per la democrazia, e altri combattevano per instaurare in Italia una dittatura comunista, come in Jugoslavia. Se gli storici non fossero spesso anche dei militanti politici, queste banalità sarebbero già state chiarite da un pezzo …&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3929441310239027592-7867329215065613092?l=orientamentistorici.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3929441310239027592/posts/default/7867329215065613092'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3929441310239027592/posts/default/7867329215065613092'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://orientamentistorici.blogspot.com/2011/08/la-scoperta-dei-vinti-intervista.html' title='La scoperta dei vinti: intervista a Giampaolo Pansa'/><author><name>andrea rossi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/10741692204208134661</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='23' height='32' src='http://img512.imageshack.us/img512/125/carlistasdy2.jpg'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3929441310239027592.post-6963686740322966355</id><published>2011-06-27T12:41:00.002+01:00</published><updated>2011-06-27T12:44:43.766+01:00</updated><title type='text'>Vittime della storia. Storia delle vittime.</title><content type='html'>&lt;p align="justify"&gt;&lt;strong&gt;Vite normali di vittime designate&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Mario Avagliano – Marco Palmieri, &lt;em&gt;Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia&lt;/em&gt;, Torino, Einaudi, 2011&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Proseguendo la felice intuizione avuta con il precedente Generazione ribelle, Mario Avagliano, in collaborazione con Marco Palmieri, ci offre, tramite lo strumento dei diari e delle lettere, lo specchio delle riflessioni, dei giudizi e dei pensieri che scrissero di getto, “in tempo reale” i componenti delle comunità ebraiche italiane dall’introduzione delle leggi razziali nel 1938, sino ad arrivare al tragico biennio 1943-45.&lt;br /&gt;A leggere questo interessante e largamente inedito materiale, emerge con chiarezza un sentimento dominante che percorre le varie fasi dalla “persecuzione dei diritti e dei beni” fino alla stagione catastrofica della “persecuzione delle vite”: lo stupore e l’incredulità, prima ancora che la rabbia o il timore.&lt;br /&gt;La spiegazione, espressa in decine di scritti, è sostanzialmente la stessa, ossia l’incapacità di comprendere l’abisso in cui l’Europa stava per entrare. Agli occhi di questi uomini e donne, in genere di cultura media o elevata, con attività commerciali e industriali fiorenti, risulta pressoché impossibile da comprendere la barbarie elevata a sistema che si stava impadronendo dell’intero continente. Addirittura, da parte della non marginale minoranza che aveva apertamente appoggiato il fascismo e che ne condivideva l’ideologia nazionalista, ci sono – almeno all’inizio – forme di larvata giustificazione delle scelte mussoliniane del 1938 (cosa che avevamo anche ampiamente incontrato nella biografia di Renzo Ravenna “Il podestà ebreo” redatta da Ilaria Pavan). Il legame nazione-identità ebraica, specie nella sua declinazione più “patriottica” (e forse addirittura patriottarda) emerge con chiarezza negli scritti di chi aveva partecipato alla prima guerra mondiale, o che addirittura era stato fervente interventista. Tanti si rifiutano di accettare che la stessa patria in cui si sentivano integrati ora li respingeva come una entità estranea (un rifiuto che porta anche ad alcuni suicidi).&lt;br /&gt;Nonostante lo scoppio della seconda guerra mondiale e la progressiva discriminazione dalla vita nazionale, gli ebrei italiani, in maggioranza, non si ribellano ai soprusi, compresi quelli più gratuiti e violenti (come la devastazione della Sinagoga di Ferrara nel 1941), cercando piuttosto un modus vivendi con la nuova realtà. Le prime frammentarie notizie sull’avvio del programma nazista di sterminio, vengono anch’esse commentate con sostanziale incredulità, almeno fino a quando, con l’occupazione nazista, i treni piombati iniziano a partire anche dal nostro paese.&lt;br /&gt;Solo nel momento più atroce e irrimediabile, nel viaggio verso i campi della morte, tramite biglietti, lettere e messaggi letteralmente gettati nelle stazioni di mezza Italia, si avvertono i congiunti e gli amici che l’unica salvezza è la fuga: quasi come se per centinaia di uomini, donne, vecchi e bambini, la catastrofe finale fosse arrivata come un temporale in mezzo all’irreale calma creata per dare una parvenza di serenità alle famiglie colpite dalla follia delle ideologie omicide.&lt;br /&gt;Questo è forse l’aspetto più toccante e tragico dell’intera vicenda, che porta a chiedere a ciascuno di noi quale reazione potremmo avere di fronte alla persecuzione immotivata (e crediamo che questo sia il nodo centrale) della propria vita e dei propri affetti. Una domanda che deve restare ben presente nella coscienza civile del paese.&lt;br /&gt;Siamo grati a Mario Avagliano per averci condotto, con rispetto e delicatezza per chi ha lasciato quelle strazianti note, a riflettere ancora una volta su quella terribile stagione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Vittime e criminali&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Davide Conti, &lt;em&gt;Criminali di guerra italiani&lt;/em&gt;, Roma, Odradek, 2011&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’autore, in questo volume, prosegue proficuamente le ricerche iniziate con il precedente “L’occupazione italiana dei balcani”, incentrando l’attenzione dello studio sulle richieste espresse da Grecia, Albania, Unione Sovietica e Jugoslavia di estradare i criminali di guerra italiani per essere giudicati davanti a corti marziali.&lt;br /&gt;Conti, con bravura, coglie con esattezza le situazioni – anche molto differenti fra loro – in cui si trovavano al termine della guerra le nazioni sopra citate, e di conseguenza le differenti prospettive di trattamento che potevano attendersi i nostri militari macchiatisi di atrocità nel periodo 1941-43. Non abbiamo inserito in questo elenco gli USA, che pure ebbero a subire perdite a causa di azioni criminali, ma questo unicamente per il fatto che gli americani (come anche i britannici: si veda il caso del generale Nicola Bellomo) procedettero sempre in autonomia e per le spicce con chi cadeva nella rete dei servizi di intelligence a stelle e strisce, e che finirono tutti o quasi davanti al plotone di esecuzione.&lt;br /&gt;Risulta particolarmente efficace e inedita la parte inerente la questione dei crimini commessi nella penisola ellenica, uno scacchiere in cui l’occupazione italiana ebbe aspetti drammatici, oscurati probabilmente dal coraggioso comportamento delle nostre truppe dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. Ci furono invece anche in questa nazione soprusi, vessazioni ed episodi sanguinosi, come la rappresaglia avvenuta nel villaggio di Domenikon, che coinvolse decine di civili innocenti, sulla quale solo di recente è stata fatta luce. I rapporti bilaterali tra Grecia e Italia per quel che concerne i processi ai criminali di guerra italiani (come nel caso di quelli con la Germania) furono condizionati da una sorta di reciproco oblio, favorito anche dal fatto che nell’immediato dopoguerra il paese era squassato da una cruenta guerra civile, il cui esito fu un governo conservatore e filo atlantico che non aveva la minima intenzione di riaprire le ferite del periodo bellico.&lt;br /&gt;Interessante anche la parte concernente l’Albania, paese che era parte integrante del regno d’Italia dal 1939 al 1943 e che conobbe una sanguinosa stagione di guerriglia partigiana a partire dal 1941. In questo caso l’appartenenza della nazione balcanica alla sfera di influenza comunista minò fin dal principio la possibilità di un qualsiasi dialogo fra le parti sullo spinoso tema dei crimini di guerra, anche se, va detto, ci pare che le azioni repressive dell’esercito italiano in una zona che a tutti gli effetti era territorio nazionale, furono assai meno pesanti che altrove. Infine, a nostro avviso meno innovative le ricerche riguardanti la Jugoslavia e l’URSS, che ripercorrono sentieri conosciuti (anche se visti con l’occhio attento di Mario Palermo, sottosegretario alla guerra dei governi Badoglio e Bonomi e dirigente del PCI). In conclusione al volume troviamo una (abbastanza superflua) intervista al procuratore Antonino Intelisano, sul tema dell’armadio della vergogna di palazzo Cesi.&lt;br /&gt;Restando fermo il valore scientifico del lavoro di Conti, restano a nostro avviso diverse riserve sul taglio dato all’indagine. In nessun punto del volume si rileva che, fatta salva la Grecia, le richieste di estradizione dei criminali di guerra italiani giungevano non da democrazie parlamentari ma da paesi in cui erano stati instaurati brutali regimi autoritari (per non soffermarsi sull’URSS di Stalin). Parlare poi del 1948 come un momento di svolta “reazionario” rivela uno schematismo definitorio davvero d’altri tempi, così come l’insistenza nel cercare di inserire anche la chiesa cattolica fra le categorie che con zelo cercarono di proteggere i criminali di guerra. &lt;br /&gt;Anche in questo studio, inoltre, sfugge il fatto che, anche se non ci fu una “Norimberga italiana” (cosa altamente improbabile visto lo stato di “guerra fredda” già in atto nel 1946) molti dei capi politici e militari erano stati comunque processati in quanto aderenti alla RSI (come il famigerato generale Gherardo Magaldi) e diversi erano stati passati per le armi a guerra finita (Pietro Caruso, Paolo Zerbino, Gaetano Collotti e altri).&lt;br /&gt;Si tratta comunque di rilievi che non inficiano la validità dell’impianto e che suscitano domande e necessità di nuove indagini.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Vittimismo nazionale?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Giovanni de Luna, &lt;em&gt;La repubblica del dolore&lt;/em&gt;, Milano, Feltrinelli, 2011&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ammettiamo un nostro limite: la lettura e l’analisi di questo volume di Giovanni de Luna ci sono risultate particolarmente ostiche, visti i continui cambi di argomento e le diverse situazioni – non sempre congrue – presentate nel lavoro. Da quanto abbiamo compreso, la tesi dell’autore è la seguente: la memoria storica condivisa, patrimonio delle forze sociali e politiche dell’arco costituzionale è collassata vent’anni fa assieme alla prima repubblica. I governi eletti successivamente hanno fallito il compito di creare un nuovo patto per definire i riferimenti storici nazionali; in assenza di questi, e tramite un disinvolto uso pubblico delle “storie dolorose”, si è creata una memorialistica vittimaria, i cui protagonisti sono in aspra competizione per cercare attenzione sui media, mettendo a confronto commozione a commozione e lacrime a lacrime.&lt;br /&gt;La proposta di De Luna è che tale modello andrebbe sostituito con un pantheon degli “eroi miti” &lt;em&gt;(sic),&lt;/em&gt; categoria introdotta da Norberto Bobbio negli anni ’80 e che ci pare di confusa definizione, dal momento che parte da Goffredo Mameli e finisce con le guardie del corpo di Salvador Allende. Unica luce per orientarsi nell’oscurità di questo “pantheon” è la solerte distinzione bobbiana che “la laica mitezza non è la mansuetudine della tradizione cristiana” (cosa evidentemente riprovevole, anche se ci sfuggono i motivi).&lt;br /&gt;La prima domanda che sovviene dopo la lettura è: perché il paradigma vittimario è così esecrabile? Perché una nazione non può ritrovarsi osservando la propria storia dal lato dei deboli, di chi ha sofferto lutto e rovina a causa di eventi recenti, come il terrorismo, o più lontani, come la guerra mondiale?&lt;br /&gt;Secondo l’autore esisteva un “pantheon di riferimento” sia pure con declinazioni non immuni da esagerazioni o smargiassate, almeno fino ai primi anni ’90, e allora veniamo ad un’altra domanda non peregrina che è sollecitata dalle riflessioni contenute nel volume: perché De Luna non traccia una seppur minima critica alla storiografia antifascista per le sue responsabilità, imprecisioni, versioni di comodo, elementi che hanno condotto comunque al collasso di quella versione dei fatti? Se il costrutto della storia resistenziale, per come si era stratificato dagli anni ’50 in avanti mostra danni strutturali irrimediabili, possibile che sia colpa solo degli studi di Renzo de Felice, e del comportamento deleterio della classe politica?&lt;br /&gt;A chi scrive sovviene invece una vicenda assai istruttiva: Giorgio Bocca, riferimento adamantino di tanti studiosi della Resistenza, negli anni ’70 sosteneva che a combattere i partigiani in Valsesia nel dicembre 1943 c’era la “divisione fascista Tagliamento” (reparto inesistente), salvo correggersi e farla diventare “legione Tagliamento” negli anni ’80, ma senza avere il coraggio di continuare la cura dimagrante che avrebbe dovuto proseguire con “63° battaglione Tagliamento” per finire con “2° compagnia del battaglione Tagliamento”; insomma: 10.000 uomini che in realtà erano meno di 100. Non sarà stato anche scrivere storie come questa ad aver portato danno alla “vulgata resistenziale”, espressione che tanto dispiace a De Luna?&lt;br /&gt;Infine: come si fa a semplificare i nodi di cinquant’anni di storiografia addossando le colpe dell’uso pubblico della storia a uno studioso che ha avuto il solo torto di concentrare l’attenzione sulle “maggioranze silenziose” rispetto alle “minoranze eroiche”?&lt;br /&gt;L’”intervista sul fascismo” del 1975, tanto stigmatizzata da de Luna, contiene una ignorata perla di saggezza, solo in apparenza lapalissiana visto l’atteggiamento che hanno ancora oggi tanti studiosi impegnati a dimostrare i propri teoremi ideologici: “… &lt;em&gt;la storia va ricostruita prima di essere interpretata, e non il contrario &lt;/em&gt;…”. Se così fosse stato fatto, forse non sarebbe accaduto di prendere spesso fischi per fiaschi senza avere poi il coraggio di dire “contrordine compagni”.&lt;br /&gt;Infine una considerazione del tutto personale. E’ davvero triste e penoso che un cattedratico di chiara fama sostenga seriamente che la reazione alla discutibile “Ley de memoria historica” introdotta da Jose Luiz Zapatero sia stata la seguente: “… &lt;em&gt;la Chiesa cattolica, grande alleata del franchismo, nell’ottobre dello stesso 2007 si affrettò a beatificare 400 spagnoli martiri della fede uccisi dagli antifranchisti tra il 1934 e il 1937&lt;/em&gt;” (p. 32): un motteggiare davvero poco rispettoso dei fatti (e dei morti ammazzati) che contiene pure un vistoso lapsus calami, visto che nessuno poteva essere “antifranchista” dal 1934 al 1936, ossia prima che fosse scoppiata la guerra civile...&lt;br /&gt;Confidiamo che i giovani studiosi che De Luna ringrazia ed elenca a p. 18 come coloro che hanno “lo sguardo proiettato al futuro” possano anche studiare il passato con senso critico e senza livore. Ce n’è un gran bisogno.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3929441310239027592-6963686740322966355?l=orientamentistorici.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3929441310239027592/posts/default/6963686740322966355'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3929441310239027592/posts/default/6963686740322966355'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://orientamentistorici.blogspot.com/2011/06/vittime-della-storia-storia-delle.html' title='Vittime della storia. Storia delle vittime.'/><author><name>andrea rossi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/10741692204208134661</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='23' height='32' src='http://img512.imageshack.us/img512/125/carlistasdy2.jpg'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3929441310239027592.post-5714342931150909670</id><published>2011-04-24T16:58:00.009+01:00</published><updated>2011-04-27T15:38:25.246+01:00</updated><title type='text'>Storie grandi, storie piccole</title><content type='html'>&lt;p align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;strong&gt;Archeologia della guerra mondiale&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Anthony Majanlathi - Amedeo Osti Guerrazzi, &lt;em&gt;Roma occupata 1943-44&lt;/em&gt;, Milano, Il Saggiatore, 2010&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;p align="justify"&gt;&lt;br /&gt;Chi si occupa di storia della seconda guerra mondiale, in genere, ha una strana deformazione professionale, ossia quella di non riuscire a fare il “turista per caso”, alla ricerca di quello che dice la guida del TCI, ma di cercare le tracce del conflitto che più ha segnato il nostro continente nel corso del ‘900, specie per quanto riguarda gli assetti urbani. E’ una esperienza spesso frustrante o inconcludente, in quanto le ricostruzioni post-belliche hanno finito per lasciare elementi residuali del “prima” e del “durante” la guerra, a causa dei bombardamenti aerei, della battaglia combattuta strada per strada, o semplicemente delle spesso dissennate ricostruzioni degli anni ’50.&lt;br /&gt;Il bel volume di Majanlathi e Osti Guerrazzi, conduce per mano il lettore per le vie della Capitale, alla ricerca di quel passato perduto, di vestigia che restano indelebili nella memoria di chi subì l’occupazione nazista, ma che purtroppo oggi lasciano elementi che solo un osservatore attento è in grado di decifrare.&lt;br /&gt;Così, da villa Torlonia a villa Ada, da villa Wolkonski a via Veneto, dalla piramide Cestia a piazza Colonna, con descrizioni e itinerari, gli Autori cercano di farci capire i luoghi dove si svolsero gli eventi del 1943, dalla caduta del fascismo, all’occupazione tedesca, alla nascita della repubblica sociale, alla guerriglia dei GAP. Alcuni luoghi sono facili da raggiungere per qualsiasi storico-turista, altri, come il quartiere del Quadraro dove ebbe luogo un massiccio rastrellamento nazista di civili che furono inviati nel Reich, o il ponte di Ferro (oggi ponte dell’Industria) dove avvenne una strage di donne (uccise solo perché chiedevano pane) devono fisicamente essere ricercati, in quanto ben al di fuori da qualsiasi itinerario culturale della Roma classica o rinascimentale.&lt;br /&gt;Unico appunto, ad un volume che risulta di facile e interessante lettura, è sulla declinazione forse un po’ parziale di alcuni eventi; esistono vicende oggettivamente complesse non dovrebbero essere raccontate “a colpi d’accetta”. Un esempio su tutti: il sinistro forte Bravetta, dove vennero fucilati decine di partigiani fra il 1943 e il 1944, era anche il sito dove fra il 1940 e il 1943 furono eseguite sentenze capitali nei confronti di patrioti sloveni e croati e spie italiane che fornivano informazioni a inglesi e americani. Allo stesso modo, fra il 1944 e il 1945, ivi vennero passati per le armi alcuni noti esponenti fascisti come Pietro Caruso e Pietro Koch, e figure di secondo piano, come Armando Testorio e Franco Sabelli, informatori delle SS catturati nell’estate del 1944.&lt;br /&gt;La memoria totalmente divisa di quel luogo, in cui ognuno può riconoscere vittime e carnefici di ogni fede e colore (le spie italiane al servizio dei britannici nel 1941 erano buone o cattive? I partigiani sloveni erano nostri nemici o no? Fino al 1943 sì e dopo no?) in realtà dimostra come all’interno di un quadro generale, spesso i dettagli finiscono per perdersi.&lt;br /&gt;Si tratta comunque di osservazioni che non inficiano la validità di questa guida, che è strumento prezioso per cercare di interpretare una Roma che in gran parte non esiste più.&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;p align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;strong&gt;Persecuzioni a Ferrara e in Emilia&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;AA. VV.: &lt;em&gt;Storie di esilio, di fuga e di deportazione&lt;/em&gt; (a cura di Delfina Tromboni), Ferrara, Tresogni, 2010&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Il volume raccoglie gli atti del convengo svoltosi a Ferrara il 29 gennaio 2010 nel corso delle celebrazioni del Giorno della Memoria, e raccoglie relazioni di studiosi che hanno come canovaccio comune l’angoscia della fuga e il dolore delle perdite dei beni e degli affetti causati dalla persecuzione fascista e nazista nei confronti degli ebrei e degli oppositori al regime.&lt;br /&gt;Segnaliamo per motivi di spazio solo alcune delle relazioni, peraltro tutte degne di interesse.&lt;br /&gt;Antonella Guarnieri ripercorre in modo puntuale, tramite le biografie di alcune donne appartenenti alla comunità ebraica ferrarese, il tratto comune di tante vite che passarono nella tempesta razzista: una esistenza borghese e “integrata”, la discriminazione, la persecuzione, la morte scampata, e un dopoguerra spesso difficile e segnato da un passato incancellabile.&lt;br /&gt;Delfina Tromboni ripercorre la vita sfortunata di Elodia e Lino Manservigi, fratelli perseguitati dal regime fascista in Italia in quanto militanti comunisti, fuggiti in Russia alla fine degli anni ’20, e finiti stritolati nel feroce meccanismo delle purghe staliniane, che costerà la vita a Lino e al figlio Elodia, Sergio.&lt;br /&gt;Bizzarro il profilo che Sara Galli fa di Angelica Balabanoff, animatrice del socialismo italiano negli anni precedenti alla grande guerra, e successivamente fra le protagoniste della rivoluzione russa; scopriamo infatti che “…il consolidamento del regime di Mussolini le impedì di tornare in Italia …” (p. 78), ma del duce non c’è altra traccia nella relazione. Ciò appare curioso, in quanto la una lunga “liaison” con la Balabanoff all’epoca in cui entrambi erano ai vertici del partito socialista è cosa notissima non solo in ambito storiografico. Una forma di autocensura?&lt;br /&gt;Roberta Mira e Claudio Silingardi, in due distinte comunicazioni, offrono un quadro articolato e dettagliato del campo di concentramento di Fossoli, e di come esso rivestì una determinante importanza sia per la raccolta e la deportazione degli oppositori al nazifascismo e degli ebrei catturati sul territorio della RSI, sia come punto dove provvedere (letteralmente) allo “stoccaggio” su vagoni piombati di migliaia di rastrellati, perlopiù civili incolpevoli, da destinare al lavoro coatto per la macchina bellica tedesca.&lt;br /&gt;In conclusione vanno segnalate le riflessioni di uno dei discussant, l’esperto di ebraismo italiano Piero Stefani, sull’importanza della trasmissione della memoria e dei ricordi familiari. Tracce altrimenti destinate a disperdersi nel fracasso di un presente sempre più difficile da interpretare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;strong&gt;Verità scomode&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Lodovico Galli, &lt;em&gt;Dalla parte della Verità&lt;/em&gt;, Arco, Tipolitografia Grafica 5, 2011&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Torniamo volentieri ad occuparci di un lavoro di Lodovico Galli, in quanto l’autore, anche se non storico di professione, ha la singolare capacità di investigare su alcune “zone grigie” lasciate talvolta scoperte dalla storiografia scientifica. Lo studioso bresciano prende questa volta in considerazione la vicenda dell’albergo Gnutti di Lumezzane, località che spesso compare in alcune ricostruzioni delle vicende di Salò, dove è descritta come il “confino dorato” per alcuni prigionieri dal cognome importante.&lt;br /&gt;In questa amena cittadina bresciana furono ristretti fra gli altri (imprigionati, oggettivamente, ci pare termine eccessivo visti i riguardi degli ospiti: si vedano i dettagli relativi al “menù” offerto dall’Hotel…) i generali Trionfi e Gariboldi, Achille Starace e il figlio di Giacomo Matteotti, Giancarlo, arrestato dalla brigata nera di Milano e internato a Lumezzane su precisa indicazione di Mussolini. Da qui Matteotti fuggì nel marzo 1945, quasi certamente con la compiacenza – se non direttamente con la partecipazione, come sembrerebbe dalla documentazione resa disponibile da Galli – dell’ex capo di stato maggiore della MVSN Enzo Galbiati.&lt;br /&gt;Altrettanto interessante è la seconda parte del volume, che, dopo aver descritto alcuni oscuri episodi di sangue avvenuti fra guerra e dopoguerra nei dintorni di Brescia, ci offre la narrazione (recuperata da fonti edite coeve) delle vicende relative alla partecipazione alla campagna di Russia della 15° legione camicie nere, che aveva sede nella città lombarda. E’ una inedita testimonianza di una partecipazione forse marginale, ma non per questo meno importante, alla guerra in territorio sovietico, e il racconto è animato dalle corrispondenze e dai commenti del più conosciuto esponente del reparto, ossia Filippo Tommaso Marinetti, all’epoca già ultrasessantenne.&lt;br /&gt;Con il suo caratteristico stile, il fondatore del futurismo raccontava la “crociata antibolscevica”, fatta in nome di Mussolini (poco o mai il fascismo appare nelle sue narrazioni dal fronte), che finì per incrinare definitivamente la sua già malferma salute. Marinetti morirà infatti alla fine del 1944, dopo aver aderito alla RSI.&lt;br /&gt;Siamo grati a Lodovico Galli per questa ennesima raccolta di interessanti “spigolature” nella grande storia; fatti forse piccoli, ma che risultano utili a comprendere il grande affresco degli ultimi venti mesi di guerra nel nostro paese.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;strong&gt;Una lotta per la libertà&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Massimo Longo Adorno, &lt;em&gt;La guerra d’inverno&lt;/em&gt;, Milano, Franco Angeli, 2010&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Giorgio Rochat sostiene che una delle prove più evidenti del fallimento dei regimi autoritari, è rappresentata dal fatto che nella seconda guerra mondiale, le dittature nazifasciste, che sul militarismo avevano fondato gran parte della propria propaganda e avevano speso cifre astronomiche per le proprie forze armate, erano uscite sonoramente sconfitte dal conflitto. In realtà una ulteriore prova della superiorità (anche) militare del sistema democratico viene dall’esperienza narrata con mano davvero felice da Longo Adorno.&lt;br /&gt;La storia è nota, anche se, purtroppo, in tempi recenti oggetto poco frequente di studi accurati; la guerra russo-finnica del 1939-40 fu l’impari scontro nel quale una piccola repubblica democratica senza le risorse delle altre nazioni scandinave, difese la propria indipendenza contro l’Armata Rossa, un esercito che, per quanto farraginoso, burocratico, elefantiaco e decapitato dei suoi migliori comandanti a causa delle purghe staliniane, rappresentava comunque un complesso capace di schierare centinaia di migliaia di uomini con mezzi e risorse ingenti e riserve altrettanto corpose.&lt;br /&gt;L’autore, nel tratteggiare i prodromi e lo scatenamento delle ostilità, mette correttamente in rilievo l’importanza che ebbe un altro fattore spesso oscurato nella storiografia, ossia il patto Molotov-Ribbentrop, che consentì all’Unione Sovietica, alleata alla Germania hitleriana, di avere sostanzialmente mano libera nel fare propria anche la Finlandia, dopo aver inglobato, in modo solo apparentemente incruento, le altre repubbliche baltiche.&lt;br /&gt;La “guerra d’inverno” fu durissima, causò decine di migliaia di caduti da ambo le parti e si concluse con un sostanziale pareggio e un trattato di pace siglato nel 1940; in realtà, visto il dispiegamento delle forze agli ordini di Stalin, fu a tutti gli effetti una sconfitta per l’URSS, le cui cause (mezzi scadenti, soldati poco addestrati e male equipaggiati) anticipavano sinistramente le motivazioni dei rovesci militari russi successivi all’inizio fulmineo dell’operazione Barbarossa nell’estate 1941.&lt;br /&gt;In conclusione, crediamo sia utile ricordare che nel primo inverno di guerra in Europa, la Finlandia, non diversamente dalla Gran Bretagna o la Francia, aveva lottato per tenere viva la fiamma della democrazia contro il totalitarismo brutale di un invasore senza riguardi, anche se le tracce storiografica di questa lotta sono assai poco evidenti, quantomeno in Italia. Siamo quindi felici che uno storico accurato e senza pregiudizi ideologici si sia avvicinato a questo tema.&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;p align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;strong&gt;Zero al titolo…&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Franco Servello – Luciano Garibaldi, &lt;em&gt;Perché uccisero Mussolini e Claretta&lt;/em&gt;, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2010&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Già in altre occasioni ci siamo soffermati sul fatto che per attrarre i potenziali lettori in un settore non propriamente “facile” come quello storico, le case editrici (e talvolta gli stessi autori) si sottopongono a quello che noi riteniamo sia un rito umiliante, ossia una titolazione a effetto che non riflette praticamente nulla dei contenuti.&lt;br /&gt;Questo volume scritto a quattro mani da Franco Servello, una delle colonne del MSI di Giorgio Almirante, e Luciano Garibaldi, studioso delle vicende del fascismo, è in realtà di qualche interesse storico, purché si ignori completamente il fuorviante titolo e la non felice copertina, che ritrae un Mussolini “anni ‘20” che nulla c’entra con l’argomento. La vicenda narrata concerne infatti la poco conosciuta (e travagliata) storia di un periodico milanese di orientamento post-fascista “il meridiano d’Italia”, diretto da un ex aderente alla RSI, il giornalista Franco de Agazio. Nel volume si ripercorrono gli editoriali e i principali articoli del direttore, il quale acquistò notorietà per una inchiesta, invero assai accurata, sui fatti di Dongo, pubblicata a cavallo della fine del 1945 e l’inizio del 1946.&lt;br /&gt;Avvalendosi di fonti fasciste che, comprensibilmente, non avevano aperto bocca fino a quel momento (su tutte quella di un altro giornalista reduce di Salò, Gian Gino Pellegrini) de Agazio riuscì a fornire una versione dei fatti decisamente lontana da quella presentata in altri giornali “ciellenisti”, e in particolare da “L’Unità” che fino a quel momento aveva monopolizzato il tema. Successivamente vari studiosi scientifici e diversi testimoni confermarono alcune delle ricostruzioni presenti su “il meridiano d’Italia”, ma purtroppo poco di più si può dire di quell’intelligente lavoro giornalistico, in quanto Franco de Agazio fu assassinato davanti a casa sua a Milano, nel marzo 1947. Franco Servello, che di Agazio era nipote, prese le redini del giornale, il quale da quel momento perse la “verve” e il successo raggiunto dal suo primo direttore.&lt;br /&gt;Il resto del volume è purtroppo una raccolta di cose piuttosto note (compreso un inutile rassegna di fotografie che occupa le pagine centrali dell’opera) e assai meno interessanti della prima parte. Nel complesso, se si fa ammenda del titolo, di alcuni scivoloni storici e di un terzo abbondante dello studio che riprende pedissequamente quanto da altri pubblicato (ad esempio la lunghissima citazione dal volume di Urbano Lazzaro Dongo mezzo secolo di menzogne), ci sono elementi interessanti che varrebbe la pena approfondire, su tutti la biografia di Franco de Agazio, giornalista scomodo, uno dei primi nell’Italia democratica a pagare con la vita per aver espresso nero su bianco le proprie – scomode – opinioni.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3929441310239027592-5714342931150909670?l=orientamentistorici.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3929441310239027592/posts/default/5714342931150909670'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3929441310239027592/posts/default/5714342931150909670'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://orientamentistorici.blogspot.com/2011/04/storie-grandi-storie-piccole.html' title='Storie grandi, storie piccole'/><author><name>andrea rossi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/10741692204208134661</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='23' height='32' src='http://img512.imageshack.us/img512/125/carlistasdy2.jpg'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3929441310239027592.post-4322553995240614861</id><published>2011-02-21T11:19:00.006Z</published><updated>2011-04-21T13:22:54.031+01:00</updated><title type='text'>ANTOLOGIA DI SCRITTI "A MARGINE"</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;em&gt;Per la particolare impostazione del blog non è stato possibile salvare gli interventi editoriali della rubrica "note a margine". Riproponiamo quindi di seguito quelli più significativi degli ultimi anni, in quanto citati o discussi su quotidiani, riviste e altri blog.&lt;/em&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;em&gt;Dal prossimo aprile si cercherà di portare innovazioni nella veste grafica e nei contenuti, con la speranza di mantenere anche in futuro l'appuntamento bimestrale, anche se gli impegni lavorativi e familiari non consentono programmi di lungo periodo.&lt;/em&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;em&gt;Grazie a tutti i lettori per 'attenzione con cui hanno seguito questo cammino "controcorrente", e quindi piuttosto faticoso.&lt;/em&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;em&gt;L'Autore&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="center"&gt;______________&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;La nascita del partito democratico, unione fra le esperienze della sinistra riformista e del cattolicesimo democratico dovrebbe rappresentare un momento di confronto fra memorie e storie di tradizioni diverse che entrano, in teoria, con eguale dignità, all’interno del nuovo soggetto politico. Inutile sottolineare come una delle due esperienze, ovverosia quella narrata dalla storiografia marxista rappresenta una memoria “forte”, mentre è ben nota la debolezza della storiografia di ispirazione cattolica, mai capace di dipingere con completezza una vicenda politica e umana che ha avuto un ruolo da protagonista nel nostro paese. Un possibile e inquietante scenario di quella che potrebbe essere (o forse già è) la cultura dominante del PD è offerto da Mario G. Rossi nel numero di giugno 2007 di "Italia contemporanea". &lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;Trascriviamo testualmente: “&lt;em&gt;Il venir meno di equilibri consolidati da decenni (…) ha rimesso in circolo tutto quello che di peggio era sedimentato nelle pieghe più oscure e riposte della società nazionale: lo spessore clerico-fascista (sic!) e quello qualunquista, le pulsioni populiste, le spinte isolazioniste e separatiste, le scelte corporative, antistatali, l’illegalità diffusa fine alle connivenze criminali e mafiose. Quello appunto che i partiti moderati, a cominciare dalla Democrazia Cristiana, avevano filtrato e incanalato sui binari del confronto politico e della democrazia parlamentare&lt;/em&gt;”.&lt;br /&gt;Insomma per un intellettuale di primo piano della sinistra italiana, la DC ebbe un senso unicamente in quanto bidone della spazzatura della nazione. Dissolto quello, la spazzatura è colata dappertutto. Una rappresentazione davvero illuminante e densa di spunti di riflessione per chiunque minimamente si interessi di storia e politica. Se questo è il viatico e il comitato di accoglienza per gli storici di ispirazione cattolica nella casa comune del PD, c’è da star freschi su cosa si troverà nell’appartamento. Ammesso e non concesso che noi, olezzando di immondizia (immaginiamo di rientrare nella categoria dei clerico-fascisti) possiamo mai meritare di entrare in casa di una elite così raffinata e istruita. (&lt;em&gt;dicembre 2007&lt;/em&gt;)&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="center"&gt;___&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;A fronte dei tafferugli avvenuti nei pressi de “La Sapienza”, il professor Luigi Frati, pro-rettore del prestigioso ateneo ha rassicurato l’opinione pubblica con un comunicato nel quale, in sostanza, si sosteneva che i problemi erano dovuti a provocatori esterni e che gli studenti andavano invece ringraziati “… &lt;em&gt;per il senso di responsabilità dimostrato nel concordare lo svolgimento delle diverse attività in modo da evitare episodi di violenza ed intolleranza, che stravolgono il libero confronto delle idee ed ai quali gli studenti sono estranei &lt;/em&gt;…”, prosa piuttosto nebulosa dalla quale comunque ci pare di capire che questo polo universitario è comunque un posto sicuro, dove l’esercizio della libertà di opinione è garantito e incoraggiato.&lt;br /&gt;Benedetto XVI fu evidentemente mal consigliato lo scorso gennaio quando decise di declinare l’invito alla cerimonia di apertura dell’anno accademico, in quanto i vari striscioni “no vat” (per non dire quelli blasfemi), le gioiose e coloratissime occupazioni del rettorato e le petizioni anticlericali di decine di docenti, erano evidenti dimostrazioni di accoglienza e libero confronto delle idee (purché tutte uguali). In ogni caso, come sopra riportato, ci pare di capire che gli studenti non c’entrino con questo clima, anzi “sono estranei” per usare le parole del pro-rettore.&lt;br /&gt;Così come il professor Guido Pescosolido, preside della facoltà di lettere dello stesso ateneo, forse inconscio del fatto che alla Sapienza si può parlar di tutto (fuorché di ciò che è proibito) non ha evidentemente compreso i rumori, gli strepiti e i bussi a muri e porte del suo ufficio: trattavasi di presenze aliene (visto che come dianzi si legge, gli studenti “sono estranei a episodi di violenza e intolleranza”) che gli rammentavano che le foibe sono cavità carsiche oggetto da sempre di studi geologici e non storici. Perché quindi egli aveva concesso l’autorizzazione a parlarne in facoltà? Ne parlassero a geologia, che diamine! Insomma, tanto rumore per nulla. La Sapienza, è un posto tranquillo e tra l’altro, è collocata in uno dei più bei quartieri della capitale. L’estate si approssima e vista la serenità del sito e l’atteggiamento amichevole degli abitanti verrebbe da chiedersi: perché non andarci in villeggiatura o per diporto? (&lt;em&gt;aprile 2008&lt;/em&gt;)&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="center"&gt;___&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;- Ventotto anni fa il povero Vittorio Bachelet veniva ammazzato a rivoltellate dalla brigatista rossa Anna Laura Braghetti nell’università La Sapienza di Roma. A gennaio di quest’anno un gruppo di studenti di quell’ateneo ha invitato Valerio Morucci, uno dei protagonisti delle BR, formazione ominosa che però ancora oggi pare infatuare diversi intellettuali e non (ci vengono in mente le invereconde dichiarazioni rilasciate dall’attrice Fanny Ardant), a parlare non lontano dalla scalinata dove mosse gli ultimi passi un uomo che aveva la sola colpa di essere stato presidente dell’Azione cattolica. La conferenza è stata poi annullata, non senza proteste da parte degli organizzatori, i quali probabilmente sono gli stessi che facevano manifestazioni sbeffeggiando senza ritegno il Pontefice in particolare e la Chiesa in generale. In quella occasione non mancarono intellettuali, commentatori e docenti che si affiancarono all’ideale battaglia laica e libertaria di chi ci pareva (e ci pare) solo una incivile minoranza di giovani dalla memoria corta e dalla lingua lunga. I successivi riscontri pare abbiano confermato la nostra analisi di allora su questo campione scarsamente rappresentativo della popolazione universitaria; brillano invece per la loro assenza i volenterosi che dodici mesi fa avevano preso le parti dei “no vat”. Una tardiva resipiscenza?&lt;br /&gt;- Dopo il non commendevole episodio di San Giuliano Terme, località dove la scorsa estate fu impedito ad Antonio Carioti di presentare il suo volume “Orfani di Salò”, ci troviamo ahimè nuovamente di fronte ad altri esempi di doppiopesismi ideologici qua e là per l’italico stivale. Alla fine di gennaio a La Spezia il sindaco Massimo Federici concedeva l’utilizzo di una sala comunale per la presentazione del volume di Bruna Pompei “Eugenio Wolk comandante dei Gamma della X MAS” (Roma, Ritter, 2008). Come dovevasi dimostrare mal gliene incolse, e a seguito di una intensa campagna politica e mediatica anche qui basata sulla copertina e non sul contenuto, per evitare problemi di ordine pubblico revocava ogni autorizzazione all’uso di spazi pubblici agli organizzatori dell’incontro. La settimana successiva, in quel di Ferrara, Renato Curcio, presentato come “ricercatore” (sic!), ha avuto invece, per la seconda volta in nove mesi, l’utilizzo e la disponibilità di sale comunali per presentare una raccolta di ponderose riflessioni sul mondo del lavoro. Poco convinte in questo caso le proteste, salvo alcune lettere ai quotidiani locali, e sostanzialmente zero il risultato. L’assessore alla cultura della città estense ha anzi precisato che le sale comunali vengono date a chiunque le chieda, e semmai il comune si riserva il diritto di dare o meno il suo patrocinio. Visto il precedente ci sentiremmo quindi di consigliare alla casa editrice Ritter di presentare a Ferrara il sopra citato studio sugli incursori di marina; questo al fine di testare la salomonica equità di un assessore assai liberale nel concedere spazi pubblici, e di tempra assai diversa dal suo collega di partito e sindaco di La Spezia. Almeno in apparenza.&lt;br /&gt;- Gli Editori Laterza informano: “è nato &lt;a href="http://www.labreccia.it/" target="_blank"&gt;http://www.labreccia.it/&lt;/a&gt;: un sito internet a metà tra il blog e la rivista on-line che vuole "... fotografare dall'alto i tanti terreni di scontro tra laici e cattolici, le armi usate dai contendenti, le strategie, i caduti - quasi sempre laici - , i vincenti - quasi sempre le gerarchie vaticane - (&lt;em&gt;Garantiamo che è testuale, n.d.a.&lt;/em&gt;)”. questo blog-rivista, insomma, si pone come un supporto a quella sparuta, esigua e spesso intimorita minoranza che cerca quando può di rosicchiare spazi libertari in un paese dominato dall’oscurantismo e dalla bigotteria. Era ora che una importante casa editrice prendesse posizione, mettendo tutta la sua credibilità di una iniziativa originale e necessaria come quella de “la breccia”, che con grande lucidità individua il vero problema culturale della società italiana di oggi: lo strapotere della Chiesa cattolica. Auguri. (&lt;em&gt;febbraio 2009)&lt;br /&gt;&lt;/em&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="center"&gt;___&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;Perché siamo così bravi, noi studiosi di storia a valutare l’aspetto del nostro ambito di studio sulla base di bibliografie, fondi di archivio, memoriali e testimonianze, ma non sappiamo valutare i segni di questi tempi turbolenti? Davvero ci vogliono doti straordinarie di acume per vedere come tutto quello che accade dentro e fuori dalle università italiane ha come denominatore comune la violenza?&lt;br /&gt;Violenza verbale, dispensata da ogni parte: dalla mediocre e irresponsabile classe politica che attualmente governa il paese e da alcune voci “libere, liberali, libertarie, progressiste e democratiche”, che invece di pensare alle conseguenze delle parole (spesso pesanti come pietre) paiono soffrire di una penosa sindrome di Peter Pan e ritengono che il riproporre gli slogan – non sempre memorabili – della loro gioventù possa in qualche modo avere risvolti favorevoli sull’anagrafe. Violenza fisica, perché pure questa si è vista, tra manganellate delle forze dell’ordine e le strade messe a ferro e fuoco da teppisti che qualcuno del nostro mondo accademico dovrebbe iniziare a definire con il loro nome proprio, ossia canaglie. Invece di usare questo termine forse desueto ma senz’altro indicato per chi ha avuto poco rispetto per il prossimo e per l’arredo pubblico e la proprietà privata, diversi fra noi hanno introdotto non commendevoli distinguo: “&lt;em&gt;violenza c’è stata, ma di sparute minoranze”, “violenza c’è stata, ma a causa di provocatori”, “violenza c’è stata, ma per via degli infiltrati, mestatori di professione”.&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;Già gli “infiltrati”, tornati protagonisti dopo un trentennio sulle prime pagine della stampa militante e anche nelle poco documentate analisi di alcuni studiosi degli anni ’70. Chi scrive non finirà mai di stupirsi dell’incapacità di alcuni nel leggere le cose per come sono andate, e nel cercare, con sforzi degni di cause migliori, improbabili losche trame, oscuri complotti e torbide connivenze. Non tutto però funziona come in “Blu notte”, e la realtà talvolta è banale, ma non per questo meno autentica. D’altronde il sommo maestro Giorgio Bocca ci mise dieci anni per capire che il terroristi rossi non erano “sedicenti” e altri dieci per ammettere di aver preso una cantonata. Ancora oggi qualcuno, anche nel mondo accademico, nuotando a mo’ di salmone contro l’evidenza dei fatti, cerca di trovare altre tinte oltre quel rosso sangue che si portò via decine fra poliziotti, carabinieri, giornalisti, politici e dirigenti d’azienda (sulle vicende di questi ultimi non un rigo è stato speso in nessuno studio scientifico di nessuno studioso universitario, almeno per le nostre modeste conoscenze). &lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;Si vede, ma non si vuol vedere. Si ammette ma non si vuole ammettere. Si critica, ma con la giustificazione che, in fondo contro questo governo (ignobile finché si vuole, ma democraticamente formatosi dopo libere elezioni) ogni tipo di protesta è permessa, ogni tipo di parola si può dire, ogni tipo di azione si può fare. Quante cose si sono dette contro i “cattivi maestri”. Peccato che sono state dette fuori tempo massimo, quando una parte non marginale di una generazione si era già bruciata in nome di ideologie omicide, ammazzando e facendosi ammazzare in nome di una violenza soreliana, sterile, improduttiva, inutile. Oggi la storia ci mette di fronte un altro crinale in cui le parole dette dai maestri (docenti, ricercatori, studiosi, giornalisti, opinionisti) hanno un peso grave nelle scelte di molti fra giovani e giovanissimi, in una stagione di crisi economica, industriale e sociale come non si registrava da decenni. Prudenza vorrebbe che fossero dosate in modo equilibrato. Così pare non essere, almeno secondo chi scrive. I segni dei tempi sono chiari, limpidi, distinti. Che nostro Signore illumini altrettanto il nostro agire e il nostro discorrere. (&lt;em&gt;Dicembre 2010&lt;/em&gt;)&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3929441310239027592-4322553995240614861?l=orientamentistorici.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3929441310239027592/posts/default/4322553995240614861'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3929441310239027592/posts/default/4322553995240614861'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://orientamentistorici.blogspot.com/2011/02/antologia-di-scritti-margine.html' title='ANTOLOGIA DI SCRITTI &quot;A MARGINE&quot;'/><author><name>andrea rossi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/10741692204208134661</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='23' height='32' src='http://img512.imageshack.us/img512/125/carlistasdy2.jpg'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3929441310239027592.post-6818966666077223266</id><published>2010-12-22T13:39:00.002Z</published><updated>2010-12-22T13:43:35.469Z</updated><title type='text'>A cavallo della guerra</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;strong&gt;Il sangue infinito&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Giampaolo Pansa,&lt;em&gt; I vinti non dimenticano&lt;/em&gt;, Milano, Rizzoli, 2010&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sugli scritti storici di Giampaolo Pansa ci siamo già soffermati in diverse occasioni; si ritiene comunque opportuno riportare anche in questa sede il nostro giudizio sul giornalista monferrino: Pansa, sbeffeggiato, criticato e accusato a pieni polmoni di “revisionismo” da una parte della comunità accademica, minacciato (anche de visu) da settori dell’opinione pubblica “progressista e democratica” poco tolleranti nei confronti dell’espressione del libero pensiero, non ha avuto una singola contestazione di avere raccontato falsità nei suoi lavori. Anzi, nei pochi casi in cui qualche esponente di associazioni reducistiche con velleità storiche ha malamente cercato di ricomporre vulgate rassicuranti su fatti e persone meritevoli di giudizi non lusinghieri, è stato successivamente smentito da studiosi della stessa parte politica. I quali, spesso, si sono ben guardati di dare meriti all’autore de “Il sangue dei vinti”.&lt;br /&gt;Quello che Pansa scrive ormai da quasi un decennio, quindi, può piacere o non piacere e si può anche aprire un dibattito sul modo in cui la storia è diventata (non da oggi beninteso) un manganello con cui fare politica nel nostro paese. Mettere però lo scrittore piemontese sullo stesso piano di Faurisson o di Mattogno, ci è sempre parso però una operazione assai discutibile sul piano culturale, e poco edificante per la comunità scientifica.&lt;br /&gt;Detto questo, in “I vinti non dimenticano” si avverte una sorta di stanchezza nel ripercorrere i sentieri tracciati negli anni precedenti e nel raccontare episodi che ormai si assomigliano tutti in un canovaccio piuttosto consunto (anche se rammentare nuovamente ai posteri che il povero Giuseppe Fanin non morì di sonno ci pare opera meritoria); le vicende riportate nello studio, in sostanza, poco aggiungono a quanto sino ad oggi Giampaolo Pansa ha scritto sul tema delle violenze post-belliche. L’inserimento di aree geografiche non studiate, come la Toscana o la Venezia Giulia, conferma comunque ad abundantiam che quella stagione cruenta fu lunga, scarsamente contrastata da chi poteva farlo, e fu prova incivile per un paese democratico.&lt;br /&gt;Resta però un fatto concreto su cui tutti gli storici dovrebbero continuare a confrontarsi. Pansa non va a ripescare gli scarti nei suoi cassetti, ma ha una continua alimentazione per i suoi volumi dalle lettere e dai documenti di centinaia di famiglie che hanno avuto padri, madri, sorelle o fratelli morti ammazzati a guerra finita, e che, come egli stesso testimonia, iniziano invariabilmente i loro scritti dicendo “… Nel suo ultimo volume lei non ha parlato dei fatti che hanno riguardato la mia famiglia. Ora glieli racconto …”.&lt;br /&gt;E’ davvero tempo perso per uno studioso scientifico il domandarsi come mai a sessantacinque anni di distanza da quelle vicende, ci sono ancora persone che ritengono necessario dover mandare lettere a un giornalista, con la speranza di rendere pubbliche le proprie dolorose storie familiari?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;strong&gt;Le sante bombe&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Lodovico Galli, &lt;em&gt;Riflessioni sui bombardamenti aerei: Brescia 1943-45&lt;/em&gt;, Arco, Tipolitografia Grafica 5, 2010&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Galli è un prolifico studioso di storia contemporanea bresciana (una ventina di volumi pubblicati nell’ultimo quarto di secolo) che non ha mai fatto mistero delle proprie idee in merito alla stagione della Repubblica Sociale, di cui la sua città fu uno dei gangli vitali. In diversi studi ha espresso, sempre piuttosto pianamente, le proprie tesi sugli uomini e i fatti di quel periodo, suscitando frequentemente dibattiti accesi sui media locali.&lt;br /&gt;In questo lavoro, pubblicato in proprio, ma non per questo meno degno di attenzione rispetto a tanti studi che escono per case editrici “di fama” e magari non hanno l’indice o l’indicazione della bibliografia, l’autore torna in modo documentato su un tema già trattato nelle sue prime ricerche, ossia i  bombardamenti aerei in provincia di Brescia, che furono di gran lunga la causa di morte cruenta maggiore della popolazione civile in quell’area nel periodo 1943-45.&lt;br /&gt;Soffermarsi sulle differenze e le analogie fra la guerra aerea ai civili condotta dagli Alleati, e la guerra ai civili “tout court” che contraddistinse l’operato della Wehrmacht è argomento troppo impegnativo da poter essere affrontato in questa sede. Galli si sofferma invece a paragonare il modo distruttivo con cui entrambi i contendenti concentrarono la loro azione contro la popolazione inerme, e questa involontaria faziosità talvolta nuoce allo scopo (nobile) di dare seguito alla memoria di migliaia di morti, uomini, donne, vecchi e bambini, i quali ebbero l’unica colpa di non essere stati abbastanza rapidi a raggiungere un rifugio sicuro durante le incursioni.&lt;br /&gt;A conclusione della lettura di questo interessante volume, a nostro parere, due questioni restano sul tavolo in attesa di ulteriori approfondimenti. La prima riguarda la modalità, invero barbara, di alcuni mitragliamenti a bassa quota su obiettivi distintamente privi di alcun rilievo militare. Su tutti ci è parso paradigmatico l’episodio, sconosciuto ai più, dell’attacco aereo ad un tram nei pressi di Montichiari, avvenuta il 15 settembre 1944, ad opera di cacciabombardieri “Lightning” che secondo l’autore (il quale riporta una ricca documentazione d’archivio) erano quasi certamente appartenenti all’aviazione gaullista. Diciotto morti furono l’esito di una vera e propria caccia all’uomo effettuata nei campi circostanti la strada ferrata, che proseguì per diversi minuti dopo la distruzione delle carrozze e quindi con l’evidente scopo di provocare un eccidio.&lt;br /&gt;Con il necessario distacco, chi scrive ritiene che la comunità scientifica dovrebbe affrontare in modo sistematico anche questi episodi, e con la stessa attenzione dedicata alla costellazione sanguinosa delle stragi naziste. Sempre con la dovuta cautela, sarebbe poi bene iniziare a chiedersi come mai, a Trivellini di Montichiari, nella civile e prosperosa Lombardia, si è dovuto attendere il 1999 per dedicare una lapide in cui fosse scritto, apertis verbis e in modo inequivocabile, che quei morti furono “vittime del mitragliamento aereo alleato” e non, come altrove si è voluto indicare, per generiche “cause di guerra”. La verità, secondo noi, non dovrebbe far paura a nessuno. Almeno in teoria.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;strong&gt;Mussolini privato, Mussolini pubblico&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Pasquale Chessa – Barbara Raggi, &lt;em&gt;L’ultima lettera di Benito&lt;/em&gt;, Milano, Mondadori, 2010&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’intricata vicenda del carteggio intercorso fra Clara Petacci e Benito Mussolini è stata oggetto sino ad oggi più di cronache giornalistiche che di studi storici, e la pubblicazione di una parte delle lettere e dei diari erano già state edite lo scorso anno e comprensive del periodo 1937-39, non ha contribuito a rendere giustizia a questo materiale documentario, a parer nostro di notevole importanza storica. Una parte di questo “corpus”, invece – custodito presso l’archivio centrale dello stato nel cosiddetto “Fondo Petacci” –  è stato studiato e analizzato in modo scientifico grazie alla cura e alla solerzia di Pasquale Chessa. Il ricercatore prende in considerazione esclusivamente la parte più omogenea del materiale: 318 missive inviate da Benito Mussolini alla sua amante e le più che altrettante risposte, spedite e non spedite, nel corso dei tragici mesi della repubblica di Salò. Emergono in questo consistente carteggio diversi elementi che, a nostro parere, sono di rilievo per l’indagine storica.&lt;br /&gt;Il primo è il ruolo di Clara Petacci e del suo ingombrante entourage nel firmamento salotino. L’amante del duce ha un ruolo attivo non solo nel profluvio di consigli politici, ma anche nei giudizi e nelle scelte poi effettuate dal grigio duce di Gargnano. Ed è una consigliera ascoltata, nel bene e nel male, nel poco che Mussolini può decidere in autonomia: spostamenti di funzionari, allontanamenti di miliziani, e così via. La leggenda romantica di una Clara moderatrice, specie nella vicenda del processo-farsa a Galeazzo Ciano, esce fortemente ridimensionata. La Petacci è invece “superfascista”: vuole la morte per il genero di Mussolini, la morte per gli altri traditori (e non solo quelli del gran consiglio), l’epurazione violenta di tutti coloro che non rimasero fedeli a Mussolini dopo il 25 luglio. Clara spinge in modo incessante il duce a rivolgersi ad Adolf Hitler, ad emularlo nelle scelte più radicali, ad imitare il fuehrer nella spietatezza.&lt;br /&gt;Il secondo aspetto è una conferma. Il malandato duce di Salò (gli accenni alla salute malferma costellano le lettere di Mussolini) ha un’ansia che sovrasta tutte le altre: essere preso sul serio, anche con le maniere forti, dai sudditi della RSI. E in questo si fa consigliare sempre per il peggio dall’amante. Le rappresaglie cruente e la nascita delle brigate nere, ossia il partito armato, nel luglio 1944 (confermando pienamente gli studi di Dianella Gagliani e Luigi Ganapini) rispondono a questa esigenza: il terrore come manifestazione della propria esistenza in vita. Ed è notevole il peso avuto in questa scelta dal noto articolo “se ci sei batti un colpo” del giornalista Concetto Pettinato, che proprio faceva leva sulla constatazione di una repubblica retta da un governo fantasma.&lt;br /&gt;Il terzo e ultimo punto è anch’esso una conferma, sia pure parziale, ad alcune indagini storiche sugli ultimi giorni del regime, specie quelle condotte da Marino Viganò. Messo spalle al muro dalla ormai prossima e infausta conclusione delle vicende belliche, Mussolini tiene aperte diverse strade, non ultima quella dell’espatrio; già nell’autunno del 1944 a fronte della scarsa tenuta del fronte appenninico, il passaggio dell’intero governo di Salò in Germania, previa una tappa in Alto Adige o in Friuli, era ipotesi tenuta in seria possibilità dal duce e dai suoi. Dal carteggio emerge chiaramente come Mussolini, al di là delle chiacchiere di alcuni suoi agiografi del dopoguerra, pensava seriamente di potersene andare altrove per non pagare il salato conto della guerra civile; il metodo e la destinazione erano già stati predisposti: un aereo per la Spagna pronto all’aeroporto di Ghedi (quello che poi portò l’intera famiglia Petacci a Barcellona). Insomma, il duce non scartava l’ipotesi di finire la partita come altri leader collaborazionisti di rango inferiore, che riuscirono poi nell’intento di raggiungere la penisola iberica, su tutti Leon Degrelle e Pierre Laval. La reazione scomposta e irata che lo stesso Mussolini riferisce per iscritto alla Petacci di fronte alla comunicazione che la Spagna lo rifiutava, riferitagli de visu dall’ambasciatore nazista Rudolf Rahn, è eloquente più di ogni altra carta o testimonianza (memorabile il commento “ecco la riconoscenza della Spagna!”).&lt;br /&gt;La fine è nota. E il fatto che al termine di questa, come di quasi tutte le altre lettere, il tragico duce ordini all’amante “straccia tutto”, fa ben comprendere come lo stesso Mussolini capisse che la sua ”immagine bugiarda” poteva risultare compromessa non solo per i contemporanei, ma anche per i posteri.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;strong&gt;I buoni sentimenti dei generali italiani&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Amedeo Osti Guerrazzi, &lt;em&gt;Noi non sappiamo odiare&lt;/em&gt;, Torino, Utet, 2010&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Gli “italiani brava gente”, anche se in divisa, sono da sempre uno degli stereotipi più duri a morire nella pubblicistica e nella storiografia italiana riferita alla seconda guerra mondiale; a essere sinceri, se si è stratificato questo tipo di definizione nel corso dei decenni, il merito (o il demerito) non è solo italiano, come l’autore invece sottolinea. Assieme agli studi di ricercatori (soprattutto sloveni, croati e più di recente greci) che hanno analizzato in modo critico il comportamento dei nostri militari nei vari teatri di guerra e nelle zone di occupazione, fino dagli anni ’60 era disponibile una nutrita memorialistica straniera in cui si sosteneva che a fronte della crudeltà tipica dell’agire nazista, gli italiani rappresentavano invece “il lato buono” dell’occupante. Su tutte ci vengono in mente alcune pagine di Simon Wiesenthal nel suo ultimo volume (“Giustizia non vendetta”, Milano, Mondadori, 1999) in cui questa distinzione, forse manichea ma evidentemente sentita, dei “tedeschi carnefici” contrapposti agli “italiani umani e comprensivi” era ben chiara ed evidente almeno per molti di coloro che subirono le violenze razziali.&lt;br /&gt;Detto questo il pregevole studio di Osti Guerrazzi riguarda un piano sino ad oggi scarsamente esplorato, ossia la percezione che avevano del loro operato alcuni fra gli ufficiali di grado più elevato del nostro esercito, attraverso le loro stesse parole. Il fulcro documentario di “Noi non sappiamo odiare” sono infatti le trascrizioni dei dialoghi registrati presso la residenza di Wilton Park, in Inghilterra, dove furono trattenuti in prigionia alti esponenti delle forze armate regie: il maresciallo d’Italia Giovanni Messe, i generali di corpo d’armata Taddeo Orlando e Paolo Berardi, gli ammiragli Priamo Leonardi e Gino Pavesi, più numerosi altri ufficiali di stato maggiore fatti prigionieri in Tunisia e in Sicilia.&lt;br /&gt;Il volume, nella scansione dei capitoli, affronta i temi più scottanti su cui questi uomini, sconfitti e prigionieri, giudicavano il proprio passato, e come queste opinioni subissero non indifferenti scossoni attraversi i sequenziali traumi del 25 luglio e dell’8 settembre 1943.&lt;br /&gt;Sul fascismo, l’atteggiamento generale di Messe e dei suoi è tendenzialmente benevolo, e rispecchia quello di ampi settori della borghesia italiana: una necessità dopo il cosiddetto biennio rosso del 1918-1919 (ricordato da tutti come un trauma ben oltre le sue reali conseguenze) un governo d’ordine, sia pure con annesse ridicolaggini come la smania per le divise e le liturgie di regime, una dittatura necessaria, che il re aveva comunque accettato avendone in cambio l’impero, e un disastro dal punto di vista militare, di cui peraltro nessuno dei prigionieri pare voler accettare la responsabilità. Resta da chiedersi, a parer nostro, per quale motivo gli umori delle forze armate italiane avrebbero dovuto essere venate di progressismo se quelle di ogni altro paese europeo, democratico o meno, non lo erano minimamente nel corso del ventennio 1919-1939.&lt;br /&gt;I capitoli dedicati alla preparazione dell’esercito e alle campagne militari sono forse fra i più interessanti, in quanto in essi davvero si distingue l’”aurea mediocritas” del nostro stato maggiore durante il 1940-43: l’ignoranza in termini di tattica, strategia, combinazione fra azioni aeree, navali e terrestri, l’inadeguatezza di armamento ed equipaggiamento della truppa. Tutti questi argomenti appaiono come segreti svelati soltanto al momento della scesa in campo dell’Italia: i modesti carri medi britannici sono “eccellenti” rispetto ai nostri corazzati, e il commento di un colonnello dell’aeronautica alla visita degli interni di un bombardiere B24 è “questi sono avanti dieci anni rispetto a noi”. Le disastrose prove sul campo, specie le ultime nello scacchiere siciliano, sono narrate con sfoggio di “colpaltrismo” in dosi omeopatiche. Gli ammiragli Pavesi e Leonardi narrano le poco onorevoli rese di Pantelleria e Augusta con un corollario di scuse e mezze verità da primato, senza contestazioni da parte di alcuno, evidentemente perché anche gli altri presenti avevano simili scheletri nell’armadio.&lt;br /&gt;I rapporti coi tedeschi e i crimini di guerra sono anch’essi oggetto di discussione fra i prigionieri. Gli alleati scomodi e sgradevoli sono comunque ammirati per il loro grado di efficienza (anche quando essa è spietata) mentre i crimini di guerra sono una autentica sorpresa. La percezione che il generale Taddeo Orlando ha delle accuse rivoltegli per come comandò la spietata divisione “Granatieri” durante l’occupazione in Slovenia, è soprattutto di stupore, meraviglia e indignazione, non diversamente dagli altri prigionieri. Il fatto che gli italiani “non sapessero odiare” era talmente consolidato nelle menti di questi uomini da non essere scalfito neppure dal profluvio delle circolari e degli ordini che essi stessi avevano emanato sul campo durante la loro presenza nei Balcani. Vi è quasi una operazione di rigetto e rifiuto dei dati di fatto, o quantomeno, una loro giustificazione dovuta all’incessante guerriglia condotta dai partigiani di Tito.&lt;br /&gt;Anche Amedeo Osti Guerrazzi, come Eric Gobetti, sposa la tesi di una nostra generale auto-assoluzione (militare, politica e nell’opinione pubblica) che forse ci fu, visto che si passò da guerra combattuta a guerra fredda nel giro di un biennio, ma a parer nostro la questione ci pare mal posta. Oltre a italiani e tedeschi (e senza contare le robuste forze collaborazioniste slovene, croate, serbe e montenegrine), in Jugoslavia agirono anche gli eserciti ungheresi e bulgari, nessuno dei quali brillò per moderazione, e se diversi ufficiali dell’esercito magiaro furono condotti davanti a corti jugoslave, con estradizioni successive all’instaurazione del regime comunista in Ungheria, non ci risulta che alcun esponente dell’establishment militare bulgaro sia mai stato portato davanti a giudici titini; non fosse altro perché questa nazione fu svelta almeno quanto l’Italia a cambiare fronte nell’estate del 1944, e si pose totalmente sotto l’abbraccio protettore dei sovietici.&lt;br /&gt;Anche per quanto riguarda il dopoguerra, in tutta onestà non si vedono straordinarie differenze nei percorsi di carriera di questi militari rispetto ai loro commilitoni tedeschi; grazie all’instaurarsi della cortina di ferro, tutti furono reintegrati in gradi e funzioni passando senza scossoni dal giuramento al re a quello alla repubblica. Giovanni Messe fece carriera in politica (anche qui non diversamente da molti ex ufficiali della Wehrmacht), ed altri conclusero con una lauta pensione erogata dall’INPS. Sia pure con rammarico rispetto al nostro non commendevole operato in Slovenia e Croazia, non poteva essere diversamente che così. Concedere le estradizioni avrebbe implicato richiederle a nostra volta alla Germania per i crimini commessi in Italia (e perché non anche alla Francia per i crimini commessi durante l’avanzata nel meridione della nostra penisola?).&lt;br /&gt;James Burgwyn, attento studioso della nostra presenza militare nei Balcani ha scritto che per Mario Roatta si sarebbe dovuto concedere una onorificenza per come tutelò la comunità ebraica e condurlo contemporaneamente davanti a una corte marziale per le bestialità commesse contro civili e partigiani jugoslavi.&lt;br /&gt;Questa è a nostro avviso la migliore analisi su quella intricata e sanguinosa stagione. E siamo grati ad Amedeo Osti Guerrazzi che ci offre un ulteriore strumento per comprenderla appieno&lt;/span&gt;.&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3929441310239027592-6818966666077223266?l=orientamentistorici.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3929441310239027592/posts/default/6818966666077223266'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3929441310239027592/posts/default/6818966666077223266'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://orientamentistorici.blogspot.com/2010/12/cavallo-della-guerra.html' title='A cavallo della guerra'/><author><name>andrea rossi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/10741692204208134661</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='23' height='32' src='http://img512.imageshack.us/img512/125/carlistasdy2.jpg'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3929441310239027592.post-6853114491090941033</id><published>2010-10-28T12:50:00.003+01:00</published><updated>2010-10-28T16:52:32.520+01:00</updated><title type='text'>Gli anni sereni della balena bianca.</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;strong&gt;Auto-revisionismo&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Giampaolo Pansa, &lt;em&gt;I cari estinti&lt;/em&gt;, Milano, Rizzoli, 2010&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“L’Inps è la nostra Fiat”, pare avesse dichiarato nei primi anni ’80 Ciriaco De Mita a Giampaolo Pansa. Ed è forse da cercare in questa frase lo spirito del libro; già, perché il giornalista e storico piemontese, quando trent’anni fa raccontava nelle sue interviste e nelle sue inchieste l’immagine di quell’Italia che prima, durante e dopo gli anni di piombo aveva nella DC e nei suoi “ras” la propria stella polare, lasciava trasparire senza infingimenti il disprezzo e il disgusto per l’odiosa “balena bianca” che corrompeva, guastava, copriva e colludeva.&lt;br /&gt;Oggi “il revisionista”, come si è definito nel suo volume dello scorso anno, a differenza di alcuni suoi colleghi rimasti tetragoni nel loro odio per ciò che eravamo (giacché anche non volendolo l’Italia fu largamente, e in alcune regioni totalmente, democristiana), rilegge quelle pagine e quelle note, e onestamente ammette quello che è sotto gli occhi di tutti: gli uomini di governo di quella stagione appaiono statisti di non comune profilo rispetto ai mestieranti e ai “prestati alla politica” che da quindici anni a questa parte si sono alternati al governo del paese.&lt;br /&gt;Questa, a nostro avviso, la morale che emerge con chiarezza dalle agende e dagli appunti di vent’anni della storia politica del nostro paese: il saggio infatti copre gli anni dal 1970 al 1990, ossia dall’inizio della stagione del terrorismo nero e rosso alla fine della prima repubblica. E ci scorrono davanti agli occhi in quadri vividi i nomi e i volti del ventennio che ci fece passare dal bianco e nero della TV e degli scontri di piazza al colore dei ruggenti anni ’80: Antonio Gava, Ciriaco de Mita, Arnaldo Forlani, Franco Evangelisti; gente perbene come Benigno Zaccagnini e persone inquietanti come Salvo Lima, “desaparecidos” come Pierre Carniti, e padri nobili e meno nobili della destra, da Giorgio Almirante a Valerio Borghese. I grigi compagni di Botteghe Oscure come Enrico Berlinguer e Giorgio Pajetta e gli sgargianti socialisti di Bettino Craxi e Claudio Martelli.&lt;br /&gt;E poi i fatti: la strage di piazza Fontana, l’omicidio di Aldo Moro, le lotte talvolta sordide nel mondo giornalistico e finanziario e quelle non meno limacciose nel mondo politico. Pagine dimenticate (o fatte dimenticare?), come l’innamoramento dei vertici di “Repubblica” per la DC di De Mita, il leader di Avellino che sognava un popolarismo forse impossibile, e che venne defenestrato dall’asse Andreotti, Craxi, Forlani alla fine degli anni ’80. L’inizio del decennio successivo, che segna le pagine conclusive del volume, fu l’apogeo e il declino di una stagione politica probabilmente irripetibile.&lt;br /&gt;Ebbene si: questa era (ed è) l’Italia che aveva come Fiat l’Inps, almeno nel Mezzogiorno. E viene da chiedersi: fossimo stati invece l’Italia impossibile, quella governata da improbabili politici illuminati dalle ponderose riflessioni degli azionisti “duri e puri” alla Giorgio Bocca (il cuneese da qualche tempo bestia nera del revisionista monferrino) inflessibili contro l’ingerenza statale e vaticana, implacabili contro l’assistenzialismo e ovviamente incorruttibili, saremmo stati davvero migliori? Saremmo davvero diventati la Gran Bretagna (in sedicesimo)?&lt;br /&gt;Oppure quella DC, dei Remo Gaspari e dei Mariano Rumor, dove convivevano e collaboravano Aldo Moro e Antonio Gava era, e in gran parte è, lo specchio esatto del paese?&lt;br /&gt;E allora lasciateci almeno la nostalgia. Un sentimento che esce acuìto dalla lettura delle riflessioni del giornalista e storico di Casale Monferrato, il quale onestamente ammette di aver cambiato idea su molte cose e molte persone del periodo in cui tratteggiava, in pagine fitte di appunti, la cronaca di una nazione che oggi non esiste più. Purtroppo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Una storia del bianco Nordest&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Leonardo Raito, Laura Frigeri, &lt;em&gt;Antonio Bisaglia nella storia della DC&lt;/em&gt;, Rovigo, CRAMS, 2010.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il miracolo economico del Triveneto ha molti padri (tutti, nessuno escluso, scudocrociati), ma quello del Polesine ne ha uno solo: Antonio “Toni” Bisaglia. A oltre venticinque anni dalla morte un volume illustra finalmente la narrazione dell’opera e del pensiero del politico rodigino, tramite una densa raccolta di scritti, riflessioni e interviste, e una interessante rassegna iconografica, ricca di fotografie inedite.&lt;br /&gt;Lo studio di Leonardo Raito e Laura Frigeri mette finalmente un punto fermo nella biografia di questo leader della DC veneta, e fa riflettere su un fatto, ossia che sino ad oggi su Bisaglia esistevano, per quanto ci è dato conoscere, solo due volumi: un indagine giornalistica del sopra citato Giampaolo Pansa risalente al 1975 e uno scadente “instant book” redatto da Carlo Brambilla e Daniele Vimercati nel 1992 e dedicata al presunto mistero legato alla morte di Bisaglia nel 1984, avvenuta per una caduta accidentale da una imbarcazione, e quella del fratello sacerdote Mario, deceduto nel 1992, probabilmente suicida. Di quali misteri d’Italia fosse depositario il parlamentare polesano (che già nel 1980 aveva abbandonato ogni incarico nella DC) e chi abbia ucciso il parroco rodigino per nascondere inconfessabili segreti non è dato sapere. Certo è che questo tipo di letteratura spesso al confine fra il verosimile e il grottesco, pare avere grosso seguito nel nostro paese, tanto da rendere difficile tutt’oggi qualsiasi seria riflessione sull’attività politica di personaggi come Enrico Mattei o lo stesso Aldo Moro; è inutile sottolineare infatti la mole di pubblicazioni concentrate sulla morte (e non invece sulla vita) di questi personaggi.&lt;br /&gt;Il quadro che emerge dal saggio è comunque esemplare per comprendere i meccanismi che hanno portato prima allo sviluppo e successivamente al boom in una delle aree più arretrate del nord Italia; Antonio Bisaglia fece leva senz’altro sulle risorse messe largamente a disposizione nel corso degli anni ’50 a seguito dell’alluvione del 1951, ma in modo non dissennato, come avvenuto poi nelle “ricostruzioni” successive ad altre catastrofi nazionali. Anzi, l’azione da lobbista ante litteram e i legami puntuali che Bisaglia teneva con il suo elettorato, avevano al centro dell’agire una profonda comprensione del territorio e delle sue peculiarità. Le infrastrutture – tutte puntualmente realizzate – dovevano essere (e furono) il volano per una crescita endogena e non di una rendita politico-sociale parassitaria; fu in quella stagione che si crearono i presupposti per la spettacolosa crescita dell’intera provincia di Rovigo. Di fronte all’attività frenetica svolta dal parlamentare polesano nell’arco di un ventennio, appaiono risibili alcuni odierni accenni ad un presunto “partito del fare” che non pare avere riscontro nella infelice realtà di oggidì.&lt;br /&gt;Il volume fa poi giustizia di un luogo comune che rappresentava Bisaglia come uomo “d’azione” ma di scarsa propensione alla riflessione e alla progettualità. In realtà la puntuale raccolta dei suoi interventi pubblici fa emergere come il leader della DC rodigina avesse ad esempio perfettamente compreso, già alla fine degli anni ’70, che un grande partito centrista doveva iniziare ad evolversi verso il federalismo, magari prendendo l’esempio tedesco della suddivisione fra CDU e CSU.&lt;br /&gt;Purtroppo la scomparsa repentina impedì lo sviluppo di queste ed altre tesi politiche; resta il rammarico che si è dovuto attendere oltre un quarto di secolo prima di leggere uno studio serio, documentato e ben ordinato come quello di Raito e Frigeri, a cui siamo grati per aver fatto luce su un uomo politico che avrebbe meritato maggiori attenzioni da parte degli studiosi e dei ricercatori di storia contemporanea.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;strong&gt;Misteri e dintorni&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Mimmo Franzinelli, &lt;em&gt;Il Piano Solo&lt;/em&gt;, Milano, Mondadori, 2010.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mimmo Franzinelli con il suo lavoro dedicato alle delicate vicende politiche e sociali dell’estate 1964, ci propone il consueto studio dettagliato e puntuale, sia dal punto di vista documentale che nelle testimonianze raccolte in una corposa appendice.&lt;br /&gt;Restano però, secondo chi scrive, alcune perplessità sul taglio dato a questa indagine dello studioso bresciano. In primo luogo c’è qualcosa da “teatro dell’assurdo” in tutta la storia narrata nel volume; si parla infatti di un golpe paventato (e fortunatamente non effettuato) dall’arma dei Carabinieri con la regia dei servizi segreti militari, i quali avevano suggestionato in modo talmente ossessivo il capo dello stato Antonio Segni da fargli ritenere a sua volta imminente un colpo di mano da parte dei comunisti italiani. Ce n’è abbastanza per farne una commedia di Georges Feydeau, come in numerosi (presunti) misteri d’Italia, i quali spolpati dall’alone “blu notte” appaiono frequentemente come eventi di una banalità sconcertante.&lt;br /&gt;In sostanza le uniche cose certe in questo mare di intenzioni, supposizioni, chiacchiere e giornalismo d’assalto, furono l’irrituale invito dei vertici militari alle consultazioni indette dal capo dello stato successive alla crisi del primo governo di centro-sinistra, e un incontro fra il generale comandante dell’arma Giovanni de Lorenzo, il capo della polizia Angelo Vicari e i vertici democristiani, nel quale, paradossalmente, ognuno degli intervenuti fece a gara per tranquillizzare gli altri presenti sul fatto che l’ordine pubblico non appariva turbato da alcunché, tantomeno da un possibile nuovo governo di centro-sinistra.&lt;br /&gt;C’era poi la famigerata lista dei cosiddetti “enucleandi”, qualche centinaio di militanti del PCI e di organizzazioni sindacali e associative legate al partito di Palmiro Togliatti che – in teoria – dovevano essere posti sotto custodia da parte della “benemerita” e inviati in Sardegna; un documento inquietante ma allo stesso tempo grottesco, non fosse altro perché chi decise di redigerlo non pensava al ridicolo e al discredito di un piano (il “Piano Solo”, appunto) in cui il Carabinieri facevano e disfacevano, arrestavano e occupavano sedi telefoniche e radiotelevisive con il resto dei poteri dello stato (a partire dalla pubblica sicurezza) che restavano a guardare: cosa questa che alcuni tra i più avveduti ufficiali dell’Arma avevano immediatamente osservato e compreso, specie nei comandi delle grandi città, come Milano o Roma.&lt;br /&gt;Appare purtroppo incomprensibile la totale assenza – persino in bibliografia o in nota – dell’azione dei servizi “civili”, ossia l’attività incessante di informazione (e disinformazione) condotta nello stesso periodo da Federico Umberto d’Amato, il capo indiscusso dell’ufficio affari riservati del ministero dell’Interno.&lt;br /&gt;Più grave la carenza un altro pezzo del mosaico decisivo per inquadrare quel momento storico, ossia l’attività del partito comunista, del quale Franzinelli poco o nulla descrive l’apparato clandestino, che pure esisteva ed era ben lungi dall’essere stato smantellato. Non un rigo dagli studi ormai pluriennali di Salvatore Sechi, Gianni Donno o Victor Zaslavsky illumina le vicende del più forte partito marxista dell’Europa occidentale: il PCI dai solidi e ininterrotti legami con l’URSS viene rappresentato, in modo piuttosto manicheo, come un partito socialdemocratico di stampo europeo sul quale ingiustamente si accentrava l’attenzione e la sorveglianza degli apparati statali. Le cose erano invece assai diverse.&lt;br /&gt;In conclusione come in altri suoi lavori, questa ricerca di Mimmo Franzinelli non è discutibile per quanto viene narrato, ma per quello che è assente. Anche perché la sensazione è di una “storia coi buchi”, che assomiglia vagamente a un groviera in cui quello che è sgradevole, spiacevole o poco utile alla tesi dell’autore, viene semplicemente cassato. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3929441310239027592-6853114491090941033?l=orientamentistorici.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3929441310239027592/posts/default/6853114491090941033'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3929441310239027592/posts/default/6853114491090941033'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://orientamentistorici.blogspot.com/2010/10/gli-anni-sereni-della-balena-bianca.html' title='Gli anni sereni della balena bianca.'/><author><name>andrea rossi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/10741692204208134661</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='23' height='32' src='http://img512.imageshack.us/img512/125/carlistasdy2.jpg'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3929441310239027592.post-9078906971287771592</id><published>2010-08-27T11:43:00.001+01:00</published><updated>2010-08-27T11:45:33.273+01:00</updated><title type='text'>Tedeschi in guerra e dopo.</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;Soldati normali?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Guido Knopp, &lt;em&gt;Wehrmacht&lt;/em&gt;, Milano, Corbaccio 2010&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Guido Knopp è un divulgatore televisivo serio e preparato; nelle indagini sulla dittatura nazista il suo tratto distintivo è quello di privilegiare, con stile giornalistico, l’osservazione “dal basso”, specie tramite testimonianze, narrazioni, diari e memorie di coloro che vissero in prima persona la stagione del 3° Reich.&lt;br /&gt;In questo volume, sintesi di una indagine condotta per la rete TV tedesca ZDF, l’autore affronta un tema scabroso e impegnativo, ossia la nazificazione delle forze armate dopo il 1933. Il dibattito su questo tema, come è noto, è ancora acceso e aperto fra gli studiosi tedeschi. Nel lungo excursus che caratterizza la parte iniziale dello studio, in verità, Knopp non si distacca troppo da alcune interpretazioni “mainstream”; per l’autore, infatti, l’influsso del regime ci fu, e in molti casi fu proprio la nobiltà di rango a mostrarsi entusiasta del nuovo corso ideologico imposto dal Fuehrer. Il “blasone immacolato” della Wehrmacht, insomma, è poco meno di una favola, e i cavalieri senza macchia e senza paura di questo stendardo, l’”Offizialitat” prussiana, erano in realtà ben felici di un regime da cui avevano ottenuto cospicui vantaggi sociali ed economici.&lt;br /&gt;La parte a nostro avviso più interessante, come spesso accade nelle opere di Knopp, è comunque quella dei racconti, specie di chi militava nella truppa durante la seconda guerra mondiale. Il quadro che emerge è quello di un esercito in cui si combatteva, si moriva e si uccideva (anche compiendo atrocità sistematiche) con una genuina fede nel Fuehrer, confortata dal filotto di vittorie del 1939-42. Sono infatti scarse le testimonianze di opposizione alla condotta senza scrupoli delle operazioni belliche in questa fase. Poi, soprattutto dal 1943 (e dalla sconfitta di Stalingrado, vero spartiacque), la discrasia fra la propaganda di Joseph Goebbels e la realtà, inizia ad essere evidente per tutti.&lt;br /&gt;Nonostante il susseguirsi di sconfitte, però, il fronte interno tiene, e l’esercito non mostra cedimenti; dalle memorie dei giovani di allora emerge un quadro di generale acquiescenza: si compie il proprio dovere non più per fede nazista (anche se alcuni fanatici terranno duro proprio per quel motivo sino al 1945), ma per altri valori non meno importanti: il cameratismo su tutto, ma anche la sensazione di dover difendere la madrepatria dall’Armata Rossa (di tenore assai diverso le testimonianze di chi combatteva inglesi e americani) o il senso del dovere a cui non ci si può sottrarre, nemmeno di fronte a ordini sanguinari.&lt;br /&gt;La disfatta del maggio 1945 giungerà quindi attesa da tutti, ma il modo di affrontarla sarà molto diverso a seconda dei fronti e della condizione psicologica di chi si troverà a dover affrontare le conseguenze della sconfitta. Si va quindi dal soldato qualsiasi, in fondo lieto di essere arrivato vivo al termine dell’avventura, alle paradossali situazioni dei comandanti dei vari fronti, i quali dopo aver invitato alla resistenza sino all’ultimo sangue, sono costretti ad accettare l’amaro calice della  capitolazione senza condizioni.&lt;br /&gt;Ricordiamo, fra i singoli episodi, almeno due degni di nota, riguardanti alti ufficiali di provata fede hitleriana: il feldmaresciallo Walter Model, che dopo aver compreso di essere stato abbandonato dal Fuehrer nella sacca della Ruhr, maledice la sua dabbenaggine e il regime nazista, e si suicida. Un altro feldmaresciallo, il durissimo Ferdinand Schoerner (noto come l’impiccatore dei disertori) troverà invece una soluzione meno cruenta: l’abito borghese e la fuga in aereo da Praga verso i sicuri lidi degli alleati occidentali. I quali però lo rinvieranno come criminale di guerra verso una poco acquiescente alta corte di giustizia sovietica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Italiani, gente così così.&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Thomas Schlemmer, &lt;em&gt;Invasori non vittime&lt;/em&gt;, Bari, Laterza, 2010&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il lavoro di Thomas Schlemmer andrebbe letto assieme, o immediatamente dopo qualsiasi volume della sterminata bibliografia dedicata alla campagna di Russia, quantomeno per dare un senso della misura ad alcune descrizioni zuccherose tipiche della memorialistica nostrana.&lt;br /&gt;La sintesi dell’opera è ben rappresentata dal titolo del volume: fummo invasori in Russia al pari dei tedeschi, ne’ più ne’ meno, così come fummo occupanti in Francia, Jugoslavia e in Grecia, con l’unica differenza che per queste ultime aree esiste oggi - e finalmente - una bibliografia scientifica consolidata; forse (ma questo Schlemmer non lo dice) nel caso dell’URSS siamo stati pure più vigliacchetti, in quanto a differenza dei casi precedentemente elencati, non eravamo nemmeno confinanti con l’Unione Sovietica: gli ungheresi, i romeni e persino gli slovacchi potevano accampare rivendicazioni territoriali su regioni oggetto di dispute secolari; chi aveva inviato truppe per la “battaglia contro il bolscevismo” si era invece limitato a contingenti poco più che simbolici, come la “Division Azul” spagnola, il reggimento dei volontari francesi, o il battaglione vallone, tutti comunque in perfetta uniforme tedesca, come del resto i volontari europei delle SS.&lt;br /&gt;Schlemmer fa giustizia delle innumerevoli descrizioni tese a esaltare l’italico valore a fronte delle carenze in armamento ed equipaggiamento: l’inverno sovietico fu durissimo per tutte le forze dell’asse, e gli stivali di cuoio dei tedeschi non erano di tanto migliori dei terribili scarponi italiani, così come i cappotti della Wehrmacht non proteggevano dal freddo meglio di quelli nostrani. Allo stesso tempo alcune vittoriose azioni del CSIR condotte nell’estate 1941 furono brillanti come e forse più di quelle tedesche.&lt;br /&gt;Proseguendo in questo parallelo, l’autore evidenzia come la tradizionale bonomia nostrana risulti parecchio ridimensionata: fummo crudeli con i civili, sfruttatori sistematici delle risorse agricole ed economiche del territorio occupato, razzisti (terribili alcune testimonianze di odio antisemita da parte di “soldati qualunque”). E pure fucilatori.&lt;br /&gt;Si dirà, a questo punto, che contano le dimensioni; nell’esperienza italiana in URSS manca la sistematica e selvaggia azione degli Einsatzkommando, o dei battaglioni di polizia nazisti. Ed è certamente vero. Però è soltanto questo il criterio che ci rende “italiani brava gente”? Eravamo poi così migliori dai romeni o dagli ungheresi (mancano purtroppo nel volume paragoni con le esperienze degli altri invasori) o dei falangisti spagnoli?&lt;br /&gt;Crediamo che il pregio principale dell’opera, ben costruita e documentata, sia soprattutto quello di aprire questioni e stimolare la ricerca, magari proprio sul versante della comparazione con le esperienze degli altri alleati-occupanti dell’Asse.&lt;br /&gt;L’unica riserva che ci sentiamo di esprimere riguarda la tipologia di quella guerra, che comportò anche in molti luoghi il disfacimento delle strutture di governo staliniane. Gli italiani, specie nel periodo in cui furono in Ucraina, ebbero a che fare con un robusto collaborazionismo a sfondo nazionalista di cui però non c’è quasi traccia nel volume. La locale polizia ausiliaria dai distintivi gialloblù, che per noi come per i tedeschi fu indispensabile strumento di controllo e cruenta repressione, compare in modo sporadico, e per episodi marginali. Crediamo invece che – non per sminuire le nostre responsabilità di occupanti – anche questa pagina andasse analizzata in modo più dettagliato: tanti, nei luoghi dove fummo presenti prima col CSIR e poi con l’ARMIR videro in noi, come nei tedeschi, una tenue speranza di emancipazione dalla dittatura comunista. Le foto dei contadini che offrivano pane e sale ai soldati con la svastica come a quelli con il tricolore sabaudo, a parer nostro, non erano solo ad uso della propaganda nazifascista.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Pretacci e nazisti?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Gerald Steinacher, &lt;em&gt;La via segreta dei nazisti&lt;/em&gt;, Milano, Rizzoli, 2010&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nell’affrontare la lettura di questo eccellente saggio di Gerald Steinacher, abbiamo dovuto superare uno scoglio di non lieve entità, ossia un sottotitolo repulsivo, che per la posizione sulla copertina risulta in apparenza il vero titolo del volume, ossia: “come l’Italia e il Vaticano salvarono la vita ai nazisti”.&lt;br /&gt;E’ una dimostrazione palese di come questa casa editrice, a scopo pubblicitario e promozionale, abbia sfruttato l’ondata anticlericale che scuote tanta parte della nazione, immaginiamo per far presa su chi, come acutamente sosteneva monsignor Ersilio Tonini, “ha smesso di essere credente per diventare credulone”.&lt;br /&gt;Lo studio è invece cosa ben diversa e assai più seria dei tanti volumi denigratori che costellano le librerie italiane; fare un’operazione di scadente marketing di questo tipo ci appare davvero deprimente per un editore come Rizzoli, ma evidentemente in tempi di crisi non si guarda in faccia a nessuno, e forse si legge poco anche dentro ai libri che si decide di stampare…&lt;br /&gt;L’Autore infatti dimostra che nella triste vicenda della fuga dei criminali nazisti, si intrecciarono istituzioni e autorità diverse, spesso con interessi divergenti. Fra i responsabili infatti, a differenza di quel che si legge in copertina, non ci fu “il Vaticano”, ma singoli elementi di ogni livello e responsabilità nella gerarchia ecclesiastica, così come ebbero responsabilità singoli elementi dei servizi segreti americani (anche in questo caso con notevoli conflittualità interne) e singoli elementi della Croce rossa internazionale.&lt;br /&gt;E’ peraltro vero che alcuni di questi soggetti avevano posizioni di rilievo in varie organizzazioni, come Alois Hudal, rettore del Collegio germanico a Roma, o Krunoslav Draganovic, segretario dell’Istituto croato di San Girolamo, sempre nella capitale. Emerge però che altri appartenenti alla Chiesa cattolica i quali agirono anch’essi in modo torbido (i sacerdoti altoatesini che protessero e ri-battezzarono con formule discutibili alcuni ex-nazisti di alto rango) erano animati da sentimenti e interessi diversi dai sopra citati prelati. Quindi è lo stesso Steinacher a smentire la categorica e insulsa copertina del volume.&lt;br /&gt;La verità è che l’immediato dopoguerra fu lungo e difficile da smaltire, ed ebbe un inizio che si fatica persino a posizionare sul calendario, visto che ancora alla fine di maggio del 1945, a Bolzano c’erano pattuglie miste di SS ed MP statunitensi e il traffico dei camion americani era regolato dalla Feldgendarmerie della Wehrmacht, come si vede in alcune stupefacenti fotografie all’interno del volume. L’immenso numero di profughi provenienti da ogni dove e diretti verso le zone più disparate, ebbe nell’Alto adige un suo punto focale: qui i nazisti (ma va detto chiaramente, tutti gli ex soldati tedeschi in generale) poterono contare sulla solidarietà etnica della comunità germanica, nella quale c’erano, in posizione preminente, gli esponenti del clero locale.&lt;br /&gt;In questa già confusa situazione agivano i servizi segreti USA, i quali cercavano i criminali in fuga con squadre di specialisti che rispondevano a interessi eterodossi: chi li voleva per portarli a Norimberga e chi per servirsene per la guerra fredda, ovviamente gli uni all’insaputa degli altri. Ma a volere ex SS, ingegneri, aviatori e specialisti di ogni tipo del defunto regime hitleriano c’erano anche decine di paesi sudamericani, i quali fecero carte false per portarli verso i loro accoglienti lidi, a partire dall’Argentina peronista.&lt;br /&gt;La Croce rossa internazionale, assieme alla Pontificia commissione di assistenza, furono il tramite per dotare di carte credibili i personaggi in questione; ma va detto che, in realtà, queste organizzazioni fecero ogni sforzo per dare documenti di identità a tutti i profughi tedeschi e per aiutare senza distinzione coloro che fuggivano dai paesi diventati comunisti, come la Jugoslavia di Tito, o nazioni che erano ormai nella zona di influenza sovietica, come la Cecoslovacchia e l’Ungheria. Che ci fosse un orientamento anticomunista in questa azione, è fuori di dubbio. Occorre però rammentare – e Steinacher lo fa – che decine di migliaia di persone scappavano da luoghi in cui erano stati instaurati regimi brutali e autoritari. Insomma, chi aveva il potere per farlo, fu di manica assai larga; forse fin troppo. Ma i tempi erano quelli che erano.&lt;br /&gt;In conclusione, esaminiamo una vicenda che Steinacher affronta in modo marginale (e non preciso)  ma che è esemplare per comprendere la situazione venutasi a creare al termine della guerra. Migliaia di militari ucraini collaborazionisti, con la consueta rete di aiuti della Chiesa cattolica e della Croce rossa, riuscirono ad evitare il rimpatrio e approdarono nel nord america (specie in Canada), dove rimasero indisturbati e si rifecero una vita. In questo caso più che l’intervento del clero cattolico uniate citato dall’Autore, fu la posizione del loro leader a creare le condizioni del salvataggio: Pavlo Shandruk, infatti, era contemporaneamente comandante della 1° divisione ucraina (all’epoca della resa questi uomini non facevano più parte delle SS, come erroneamente sostiene l’autore) e colonnello dell’esercito polacco, decorato per eroismo dal governo in esilio a Londra per la campagna del 1939. Come lui, quasi tutti i suoi uomini erano assieme polacchi e ucraini, essendo in prevalenza galiziani. Fu Shandruk a trattare personalmente con il comandante del corpo polacco Wladislaw Anders la resa e la posizione giuridica dei suoi soldati. Restituire questi uomini a Stalin, a tutti gli effetti sarebbe stato un abuso; da qui le vicende successive.&lt;br /&gt;Morale: a fare semplici le cose difficili, si rischia di scrivere stupidaggini. Cosa che Steinacher non ha fatto, a differenza di alcuni zelanti addetti al marketing di Rizzoli.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; &lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3929441310239027592-9078906971287771592?l=orientamentistorici.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3929441310239027592/posts/default/9078906971287771592'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3929441310239027592/posts/default/9078906971287771592'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://orientamentistorici.blogspot.com/2010/08/tedeschi-in-guerra-e-dopo.html' title='Tedeschi in guerra e dopo.'/><author><name>andrea rossi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/10741692204208134661</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='23' height='32' src='http://img512.imageshack.us/img512/125/carlistasdy2.jpg'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3929441310239027592.post-6584986018543671440</id><published>2010-06-30T08:39:00.003+01:00</published><updated>2010-06-30T08:47:49.156+01:00</updated><title type='text'>Violenza</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;strong&gt;L’ideologia della violenza&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Guido Panvini, &lt;em&gt;Ordine nero, Guerriglia rossa&lt;/em&gt;, Torino, Einaudi, 2009.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La sintesi – terribile – di questa importante ricerca di Guido Panvini, è nelle pagine centrali, dove, una sopra l’altra, troviamo la riproduzione di due testate coeve, una di estrema destra e una di ultrasinistra. La prima, nel cinquantesimo della fondazione dei fasci di combattimento, esalta in una illustrazione apologetica tutto l’armamentario ideologico (e pratico) dei post-fascisti: i valori patriottici trasmessi dai padri ai figli, l’acqua del piave (!) e il santo manganello.&lt;br /&gt;Dall’altro lato, il contraltare cartaceo marxista apre con una descrizione minuziosa su come fabbricare una bottiglia molotov. Incredibilmente, i colori dominanti dei due giornali sono gli stessi: rosso e nero. E in entrambi i casi, a completare il quadro, troviamo l’esposizione claudicante dei cascami tradizionali di entrambe le tradizioni, ossia l’uso della violenza come strumento politico. E’ questa, in buona sostanza, la dimostrazione – offerta, spiegata e dimostrata ad abundantiam dall’autore – che Georges Sorel è stato il lievito ideologico secolare sia per gli eredi di Mussolini che per quelli di Gramsci e Bordiga.&lt;br /&gt;Concentrato nei fatti ed eventi che caratterizzarono il plumbeo quinquennio 1969-1974 (ma con un ampio “prequel” sulla solo apparentemente tranquilla stagione 1966-69), il lavoro di Panvini è fra quelli che crediamo siano destinati a restare anche negli anni futuri; senza timori reverenziali, con un equilibrio frutto di studi approfonditi e documentati, l’autore dipana una dolorosa matassa che è stata in passato “drogata” da interpretazioni frutto dell’una o dell’altra ideologia. Il quadro che emerge è inquietante, spietato e in certi casi mortificante (si veda l’ampio spazio dedicato al favore con cui una certa classe intellettuale guardò alla violenza marxista) ma almeno per quel che ci riguarda, non inedito. Che non esista una violenza politica “buona” ci è sempre parso un dato self evident, ma evidentemente molte cose scontate, in fondo non lo sono per nulla…&lt;br /&gt;Panvini dimostra invece, dati e fatti alla mano come la violenza, ancora una volta nella storia d’Italia (e peccato l’assenza in bibliografia delle limpide analisi di Richard Drake su questo tema) fosse diventato l’abbecedario di entrambi gli oltranzismi. Una violenza diffusa, capillare, nello stile linguistico e nell’azione politica, con forme estreme più di interesse psichiatrico che sociologico o storico, come la vicenda della schedatura sistematica dei componenti delle opposte fazioni, condotta in modo maniacale dai neri e dai rossi (come pure dagli apparati di polizia).&lt;br /&gt;Il fatto che entrambi i contendenti, sia pure con i loro limiti (la scarsa adesione popolare per i neofascisti, il contrasto sistematico operato dalle forze dell’ordine per quel che riguarda le frange estreme del marxismo) non temessero la prospettiva di una guerra civile, la dice infine lunga su quanto sia salvabile, moralmente e ideologicamente, di quella orrenda stagione: anni che furono “fantastici” solo per chi non li visse in prima persona.&lt;br /&gt;Lo studioso fa inoltre trasparire lo sforzo, quello sì immane, di milioni di famiglie che cercarono, nonostante i lacrimogeni, le sirene, le catene, le chiavi inglesi, i coltelli, le spranghe, le macchine alle fiamme, di garantire un’esistenza serena ai figli che nacquero e crebbero in quella stagione.&lt;br /&gt;Anche per questo dobbiamo gratitudine all’autore e al suo lavoro; molte volte, infatti, chi opera ordinariamente per il bene, in silenzio, finisce nel silenzio della storia.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;strong&gt;Violenza di stato?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Giacomo Pacini, &lt;em&gt;Il cuore occulto del potere&lt;/em&gt;, Roma, Nutrimenti, 2010&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Federico Umberto d’Amato fu per un quarantennio al vertice dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero degli Interni, una struttura mai formalizzata nella sua funzione prevalente, ossia quello di servizio segreto dalle finalità alquanto torbide e scarsamente controllate.&lt;br /&gt;Pacini affronta questo tema con la stessa serenità con cui, in passato, aveva studiato le formazioni paramilitari dei partiti politici italiani (&lt;em&gt;Le organizzazioni paramilitari segrete nell'Italia Repubblicana&lt;/em&gt;, Roma, Prospettiva Editrice, 2008), osservando un dato che a noi pare abbastanza scontato, ma che evidentemente non è ancora stato digerito da una buona fetta dei contemporaneisti italiani: in un paese confinante con la cortina di ferro e nel contempo caratterizzato dal Partito comunista più forte dell’Europa occidentale, la democrazia migliore possibile fu quella che effettivamente avemmo per il quarantennio in questione. Era in sostanza inevitabile – e ben lo si vede nel “work in progress” di cordate antagoniste che portò D’Amato ai vertici dello UAR – che si creassero condizioni per la nascita e lo sviluppo di un servizio eterodiretto, iper-atlantista e dai fini non chiari.&lt;br /&gt;Non è superfluo constatare che strutture analoghe si vennero a creare in tutta l’Europa occidentale, con deviazioni e infiltrazioni di diverso genere (anche di segno opposto, ossia di parte sovietica) e che il livello di libertà istituzionale scandinavo era comunque una pura utopia nello scenario mediterraneo degli anni ’60-’70. Emerge poi con limpidamente che pagando lo scotto di un controllo e un sistema di collaborazione-infiltrazione-ricatto con elementi estremisti di ogni colore, si evitò di piombare nel buio di una dittatura militare di tipo greco, scenario plausibile e considerato a più riprese dalle ali estreme dei servizi italiani.&lt;br /&gt;Certo è che l’attività di D’Amato brillò soprattutto per la sua abilità a restare al di fuori da ogni indagine sulla stagione stragista; nella ricerca si vede con chiarezza come l’ufficio AR non venne praticamente mai coinvolto nelle indagini della magistratura, che invece centrò la sua attenzione sui servizi militari e civili. Risulta invece dalla ricerca una presenza inquietante degli uomini di D’Amato attorno agli autori della strage di Piazza Fontana, cosa peraltro apertamente dichiarata già una quindicina di anni fa da Giorgio Pisanò, giornalista fascista irriducibile, ma uomo poco avvezzo ai maneggi del potere e quindi credibile nelle sue affermazioni.&lt;br /&gt;La parabola del direttore dello UAR si concluse a metà degli anni ottanta; Federico Umberto d’Amato continuò invece la sua attività di gourmet e di redattore della rubrica di cucina de “L’Espresso”, a dimostrazione dell’incredibile poliedricità del personaggio.&lt;br /&gt;Pacini si rivela narratore abile, poco avvezzo alle fumisterie ideologiche che hanno condizionato altri studi sul tema, e scrupoloso ricercatore (oltre ai numerosi testi consultati, l’autore aggiunge l’analisi di una cospicua mole di atti giudiziari). Un libro di sintesi che è utile a chiunque si voglia avvicinare all’argomento.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Violenza tradizionale&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Giano Accame, &lt;em&gt;La morte dei fascisti&lt;/em&gt;, Milano, Mursia, 2010&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’ultima, appassionata testimonianza di uno dei migliori intellettuali della destra post fascista prima della scomparsa (avvenuta lo scorso anno a causa di un tumore) è un volume dotto e colto, non propriamente “storico”, ma che con la storia ha a che fare continuamente.&lt;br /&gt;L’analisi che Accame svolge, su vari piani e in vari periodi - il lavoro è in realtà costituito da una raccolta di saggi - ruota attorno ad un tema classico della mitologia fascista, ossia l’ossessione, se non il vero e proprio culto della “bella morte” che fu il canovaccio ideologico del regime e successivamente, in modo univoco, della RSI.&lt;br /&gt;Emendato da alcuni errori evitabili da parte di chi ha corretto le bozze del volume (su tutti la descrizione a p. 32 dei franchi tiratori fiorentini ripresa per l’ennesima volta da “La Pelle” di Curzio Malaparte senza nessun accenno agli studi successivi sul tema, e la vicenda delle esecuzioni sommarie dei fascisti a guerra finita, dove l’autore si contenta delle “sparate” di alcuni pubblicisti, ignorando gli studi di Crainz e Onofri, gli unici a offrire la credibile cifra di 10.000 morti), il volume lascia spazio per riflessioni interessanti anche per gli storici di professione.&lt;br /&gt;Ci è parso, al riguardo, davvero illuminante il paragrafo dedicato alla &lt;em&gt;storia della truculenza&lt;/em&gt;, dove si osserva assai bene come lo stile denso di immagini mortuarie, cimiteriali e granguignolesche della poetica, della ritualità e soprattutto delle canzoni fasciste, fosse pienamente iscrivibile nella tradizione risorgimentale e liberale del nostro paese; ed effettivamente i “siam pronti alla morte”, i “procomberò sol io”, i “caldi bagni di sangue”, i giuramenti cruenti di carboneria e massoneria contengono quasi tutti gli elementi della retorica mussoliniana, per troppo tempo ritenuta avulsa dalla storia dell’Italia liberale.&lt;br /&gt;Nel seguito del lavoro, Accame concentra la sua attenzione su quelli che furono i “màitre a penser” della sua generazione e di quella dei post-fascisti, la quale sostanzialmente interpretò e comprese il regime (o la propria diretta esperienza giovanile nella RSI) non tanto mentre i fatti si svolgevano, ma a cose fatte e spesso con spirito critico. Ed ecco quindi una carrellata su Gentile, Celine, Codreanu, Cioran, Brasillach, Heidegger, Primo de Rivera (elencati qui in ordine sparso), per i quali l’autore cerca, non diversamente da quanto detto dianzi, di far comprendere come la loro esperienza umana, letteraria e filosofica, non fosse totalmente avulsa dalla storia degli intellettuali del loro periodo.&lt;br /&gt;Quella cultura, insomma, per disperata, insofferente, violenta e razzista che fosse, non era un “altro da se” rispetto a quella europea del XX secolo. Ne era invece parte integrante e forse insostituibile.&lt;br /&gt;Chi scrive queste note condivide solo in parte il lavoro di Accame; resta comunque inteso che ogni intellettuale dovrebbe disturbare la propria coscienza anche con la lettura di cose lontane dal proprio sentire, non fosse altro per comprendere come ci si sente nei panni di un altro. Specie se perdente e sconfitto.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3929441310239027592-6584986018543671440?l=orientamentistorici.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3929441310239027592/posts/default/6584986018543671440'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3929441310239027592/posts/default/6584986018543671440'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://orientamentistorici.blogspot.com/2010/06/violenza.html' title='Violenza'/><author><name>andrea rossi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/10741692204208134661</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='23' height='32' src='http://img512.imageshack.us/img512/125/carlistasdy2.jpg'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3929441310239027592.post-8288367934851967857</id><published>2010-04-29T19:29:00.004+01:00</published><updated>2010-04-30T12:23:11.941+01:00</updated><title type='text'>Venticinque aprile e dintorni</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;Dal sangue dei vinti all’ira dei vincitori&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Angelo del Boca (a cura di), &lt;em&gt;La storia negata&lt;/em&gt;, Vicenza, Neri Pozza, 2009&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il lavoro collettaneo coordinato da Angelo del Boca è un volume degno di nota e denso di spunti di riflessione; autori con competenze vaste e riconosciute si sono cimentati, ognuno nei propri ambiti di studio, a commentare i lavori che hanno analizzato criticamente (o hanno “revisionato” come vedremo fra poco) alcune tra le principali pagine della storia contemporanea del nostro paese: il Risorgimento, le imprese coloniali, il ventennio mussoliniano, la guerra mondiale, la Resistenza, le persecuzioni e lo sterminio degli ebrei, i rapporti tra Chiesa (&lt;em&gt;ça va sans dire…&lt;/em&gt;) e Stato, il patto costituente e il ruolo del PCI nel secondo dopoguerra. Abbiamo ritenuto che a uno studio di questo genere dovesse essere lasciato uno spazio maggiore della consueta recensione, e quindi ORIENTAMENTI STORICI si occuperà integralmente dei saggi in esso contenuti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La prima considerazione, a monte rispetto a tutte le altre, riguarda l’atteggiamento di chi scrive queste note rispetto alla storiografia contemporanea. Per quanto ci riguarda – e non sappiamo onestamente se altri studiosi sono arrivati alle stesse nostre modeste considerazioni – esistono due tipi di fatti e due tipi di storia; i fatti si dividono fra quelli che sono avvenuti e quelli che non sono avvenuti, mentre le due tipologie di storia sono queste: quella cattiva e quella buona, indipendentemente da ideologie, filosofie, scuole di pensiero o politiche. Una buona ricostruzione storica è quella che in modo documentato affronta un argomento, indipendentemente dalle conclusioni a cui arrivi. Una cattiva ricostruzione storica è quella che presentando lavori scarsamente documentati, monchi o reticenti, pretende di raccontare le cose in modo diverso da come sono avvenute, o peggio, di negare che alcune cose sono accadute, o ancora, di sostenere che sono accadute cose in realtà mai avvenute.&lt;br /&gt;Se dovessimo rifarci ad un concetto espresso da altri, ci è sempre piaciuto quanto sosteneva Renzo de Felice a metà degli anni ’70, con una frase che oggi ci pare uscita dalle massime di monsieur de La Palisse, ma che alla luce delle fumose ideologie che hanno condizionato una parte della storiografia del nostro paese, non appare tanto scontata, ossia: “&lt;em&gt;prima di interpretare un fatto, sarebbe bene ricostruirlo, e non il contrario&lt;/em&gt;”. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Arriviamo quindi all’oggi e al tema del revisionismo, che è centrale nel volume che analizziamo, e su cui Angelo del Boca riversa la sua dolorosa intemerata, sostenendo che esso è un fenomeno “… &lt;em&gt;che ha raggiunto i suoi vertici e speriamo la sua fase finale nel primo decennio del nuovo millennio&lt;/em&gt;…” (p. 9). Se cercassimo una spiegazione razionale da parte del Curatore di cosa ci sia di deleterio nel “revisionismo” potremmo restare delusi, almeno per quel che ci riguarda, in quanto il egli parla di “&lt;em&gt;subdola offensiva tesa alla cancellazione della memoria storica&lt;/em&gt;”, il che purtroppo vuol dire tutto e nulla. I riferimenti a fatti concreti sono discontinui e non sempre coerenti: Del Boca se la rifà - con qualche ragione - alle memorie dei generali italiani che condussero il secondo conflitto mondiale (Roatta, Badoglio ed altri) ai volumi di storia coloniale pubblicati sotto egida governativa negli anni ’50 (anch’essi non commendevoli) e alle opere di Renzo de Felice, di cui pare invidi la veste grafica e critichi il periodare. Fin qui ci sarebbe da chiedersi, visto che siamo lontani diversi lustri dall’attualità, dove sia l’urgenza civile del volume. Di seguito rinveniamo un “&lt;em&gt;j’accuse&lt;/em&gt;” nei confronti della politica culturale di centro destra in generale e di alcuni exploit di singoli esponenti dell’attuale maggioranza, che onestamente non ci paiono in grado di dare turbativa o condizionamento alla ricerca storica del nostro paese. Ma questa è solo la nostra opinione.&lt;br /&gt;Dopo una ventina di pagine di rampogne si giunge al presente, e crediamo, allo snodo centrale del libro, ossia le opere recenti che Giampaolo Pansa ha dedicato agli episodi di sangue avvenuti alla fine della guerra nel nord Italia; su Pansa ci limitiamo a far presente che ci è parsa sgradevole l’attenzione di Del Boca ai rapporti personali tra i due e crediamo che una amicizia guastata non giustifichi la stesura di un libro.&lt;br /&gt;Purtroppo, anche in questa parte, manca un riferimento ad un episodio, ad un fatto, ad una ricostruzione storica inventata o fallace. Unica (giusta) considerazione critica su una questione precisa, è quella sul computo dei caduti fascisti a guerra finita, che, sino a prova contraria, sono i circa 10.000 dell’indagine che curò negli anni ’50 la direzione centrale della Pubblica Sicurezza. Poi Del Boca ritorna a tuonare sino a p. 40, ossia al termine della sua introduzione, contro il rovescismo, ossia “&lt;em&gt;il sistematico rovesciamento di giudizio sul 1943-45&lt;/em&gt;” operato da Giampaolo Pansa ed altri studiosi.&lt;br /&gt;A questo punto ci chiediamo, davvero in modo non provocatorio: e se anche fosse? Cioè: se il giornalista piemontese oggetto degli strali di Del Boca avesse ribaltato l’interpretazione corrente (il “&lt;em&gt;senso comune della storia&lt;/em&gt;”, criptica espressione che si rinviene anche nei saggi di Mimmo Franzinelli e Aldo Agosti), come dovrebbe reagire la comunità degli storici? Torniamo all’inizio: i fatti di cui parla Pansa, sono accaduti o no? Se non fossero accaduti, bene si farebbe a dare di righello sulle dita dell’ex editorialista de L’Espresso, ma così non è. Ed infatti, paradossalmente, non uno degli studiosi sbugiarda l’autore de “Il sangue dei vinti”. Non un solo episodio fra quelli narrati da Pansa viene presentato come fasullo, inventato, falsificato, inesistente o anche soltanto esagerato. Si sostiene che ci si trova di fronte ad opere senza citazione delle fonti (e così non è: su questo rimandiamo all’attenta analisi di Paolo Martinucci in &lt;em&gt;Cultura e Identità&lt;/em&gt; n. 1-2009), come se non ci fossero testi resistenziali pubblicati a decine, a centinaia senza uno straccio di nota in calce e nonostante ciò ritenuti per decenni non modificabili, ignorando errori marchiani nelle ricostruzioni storiche che si sono riprodotti per lustri. Sono questi i “testi sacri” di cui occorre tutelare la memoria? E’ questo il “&lt;em&gt;senso comune della storia&lt;/em&gt;”? Queste domande non ci appaiono esercizio retorico e pensiamo invece che debbano essere al centro del dibattito sugli spinosi aspetti della guerra di Liberazione.&lt;br /&gt;Tornando al volume, in realtà ci si trova di fronte a saggi di diseguale contenuto e valore, alcuni dei quali contrastano in modo piuttosto stridente con gli obiettivi elencati dal curatore.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Mario Isnenghi svolge una puntuta e interessante analisi di studi e romanzi che nel corso del ‘900 hanno “revisionato” i valori fondanti della nazione, anzi “i miti fondativi della Nazione” come lo storico veneziano tiene a distinguere, aggiungendo che da sempre opere divulgative o di modesto valore storico, quando prendono le parti degli sconfitti (esemplare il caso de “L’alfiere” di Carlo Alianello) suscitano l’empatia del lettore, anche se questi magari non è un amante del cardinal Ruffo o di Franceschiello. In questo Isnenghi centra il bersaglio non solo per l’800 ma anche per la stagione del fascismo e della Resistenza.&lt;br /&gt;Nicola Labanca nell’affrontare le alterne vicende della storiografia coloniale non può non constatare come esistano studi di valore assai diseguale, e che appare duro a morire il mito degli “italiani brava gente. Di seguito però anch’egli ammette che le voci critiche a questo mito non sono mai mancate (gli stessi volumi di Angelo del Boca hanno avuto ampissima diffusione) e che alcuni ricercatori anti-colonialisti in realtà, hanno svolto indagini di livello men che mediocre esattamente come gli esaltatori postumi dell’Africa italiana, a dimostrazione ulteriore che la discriminante è fra buona e cattiva storiografia, e non “revisione si o no”.&lt;br /&gt;Di Nicola Tranfaglia ricordiamo pagine migliori; la sua analisi della presa del potere del fascismo è un onesto saggio di storiografia marxista, nel quale scoprire (a p. 119) che don Luigi Sturzo “&lt;em&gt;fu inviato in esilio dal Vaticano&lt;/em&gt;” (fu espulso da piazza San Pietro, ossia dai confini territoriali di quello stato?) lascia qualche perplessità.&lt;br /&gt;Giorgio Rochat con la franchezza che lo contraddistingue, evita di entrare nella diatriba sui pregi e le nequizie del revisionismo, e bastona in modo equanime (con nostro sommo gaudio) tutti quegli studiosi che hanno marginalizzato la storia militare del ventennio e delle sue guerre, che furono invece la cartina di tornasole del fallimento politico del fascismo; in questo non si salva nessuno, ne’ a destra ne’ a sinistra. E non possiamo dargli torto.&lt;br /&gt;A occuparsi delle pagine anticlericali, che evidentemente sono un dazio dovuto in ogni opera di studio contemporaneo, è Lucia Ceci. Le affermazioni di questa ricercatrice, in verità, non sono particolarmente critiche; anzi, nell’analizzare alcune delle più recenti opere che intendono confutare “la leggenda nera” della Chiesa in Italia, la Ceci ammette le superficialità di una certa storiografia anticattolica. Anche qui emerge – anche se a fatica – la vera distinzione, che resta quella tra studi storici attendibili e quelli non verificabili. Possiamo dissentire, per ovvi motivi, dal suo giudizio su San Josemaria Escrivà, ma quantomeno sul fondatore dell’Opus Dei si evitano i terribili sfondoni alla Dan Brown.&lt;br /&gt;Mimmo Franzinelli si mostra scandalizzato per il culto postumo del duce, facendone risalire le origini alle opere giornalistiche e divulgative di Paolo Monelli, Indro Montanelli ed altri, trovando un improbabile nesso causale fra questi volumi e i pellegrinaggi predappiani che da oltre cinquant’anni fanno parte del folklore romagnolo. In ogni caso Angelo Maria Tam, citato da Franzinelli come celebrante dei vari riti commemorativi in camicia nera, non è un sacerdote cattolico, ma un appartenente al movimento scismatico dei lefevriani. Anzi, a quanto ci risulta le sue apparizioni sono precedute e seguite da ammonizioni chiare dei sacerdoti diocesani sui rapporti (inesistenti) fra questo personaggio e la Chiesa cattolica. Comunque perdoniamo a Franzinelli la poca dimestichezza su questi aspetti forse troppo “curiale”.&lt;br /&gt;Il saggio di Enzo Collotti ci ha invece suscitato grande tristezza, in quanto questo autore ha scritto in passato pagine davvero fondamentali sull’occupazione tedesca nel nostro paese. Occupandosi della storiografia sulla Shoah, Collotti si mette in un ottica inutilmente polemica, con un paio di svarioni sconcertanti. Davvero non si capisce l’utilità di polemizzare con Raul Hilberg ed altri studiosi internazionali di alto e altissimo livello che, al contrario di Collotti, hanno sostenuto come l’esercito regio, per iniziativa di singoli e di capi, cercò di evitare lo sterminio degli ebrei jugoslavi o di quelli profughi nella nostra zona di occupazione in Francia. Lo storico maneggia poi malamente la vicenda di Giovanni Palatucci, la quale può essere forse ridimensionata, ma non ridotta a caricatura, con una incredibile imprecisione: “Laurus Robuffo” che secondo Collotti è lo pseudonimo dell’autore della biografia su Palatucci curata dalla Polizia di Stato (p. 249) è invece il nome della casa editrice (!). Basarsi anche su questo per dimostrare la scarsa qualità del volume è imbarazzante.&lt;br /&gt;Le pagine redatte da Aldo Agosti hanno il profumo delle Botteghe Oscure del tempo che fu, con una visione e una descrizione del PCI togliattiano che pare uscire dalla penna di Luigi Longo; in esse si ignorano le acquisizioni storiografiche degli ultimi vent’anni, anzi: esse vengono, anche in questo caso, ridotte a caricatura, a inutile fastidio, se non addirittura come – seguendo l’antica logica complottistica – un disegno ordito ai danni del "grande partito dei lavoratori italiani". In quest’ottica c’è da chiedersi quale dovrebbe essere una visione non deviazionista della storia del PCI secondo Agosti. Probabilmente, a leggere alcuni brani di sue corrispondenze, neppure Antonio Gramsci avrebbe avuto il giusto “pedigree” per parlare di comunismo.&lt;br /&gt;Giovanni de Luna, nel trattare il centrale argomento del revisionismo e della Resistenza, dice in modo documentato cose che non condividiamo; in questo è in piena libertà di farlo, anche se pare non concedere la stessa dignità alle correnti storiografiche diverse dalla sua. L’analisi dell’evoluzione del pensiero defeliciano è sostanzialmente corretta, ma davvero non comprendiamo l’irritazione per il fatto che lo studioso reatino sostenesse che quella dell’antifascismo e della Resistenza era una storia di una minoranza in lotta con un’altra minoranza, quella dei fascisti di Salò, mentre la maggioranza della borghesia (la “ggente” che evidentemente de Luna non sopporta) sperava solo che tutto finisse quanto prima. Ma anche se fosse davvero andata così, non si capisce il problema. Perché chi scrive queste note non dovrebbe avere diritto a dire che “&lt;em&gt;la dura pedagogia azionista&lt;/em&gt;” di cui parla de Luna a parer nostro è una solenne baggianata? Perché le parole di un personaggio che poco amiamo come Guglielmo Giannini citato dall’autore del saggio in quanto sosteneva: “&lt;em&gt;noi vogliamo vivere tranquilli, vogliamo un abito nuovo, poter andare in villeggiatura&lt;/em&gt;” (p. 324), deve essere aborrito come esempio di “medietas”? E perché dovremmo essere tutti amanti delle minoranze eroiche? Anche queste domande non ci paiono oziose specie fra chi si occupa di storia in modo scientifico.&lt;br /&gt;Infine il “flamboyant” Angelo d’Orsi, che ci sta troppo simpatico per dedicargli una stroncatura. Le sue “colonne di fuoco” sulla fase estrema del revisionismo, ossia il “rovescismo pansiano” da un lato sono piacevolissime da leggere, e dall’altro mancano di un requisito non irrilevante: la citazione di un singolo caso in cui il deprecato giornalista monferrino abbia riportato fatti non avvenuti.&lt;br /&gt;Ma ad Angelo perdoniamo questo ed altro: siamo plurali, democratici, e pure ecumenici. Anche se non si direbbe.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3929441310239027592-8288367934851967857?l=orientamentistorici.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3929441310239027592/posts/default/8288367934851967857'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3929441310239027592/posts/default/8288367934851967857'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://orientamentistorici.blogspot.com/2010/04/venticinque-aprile-e-dintorni.html' title='Venticinque aprile e dintorni'/><author><name>andrea rossi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/10741692204208134661</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='23' height='32' src='http://img512.imageshack.us/img512/125/carlistasdy2.jpg'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3929441310239027592.post-3680308006220798362</id><published>2010-02-21T17:56:00.015Z</published><updated>2010-02-28T16:57:36.267Z</updated><title type='text'>Ingerenze vaticane?</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;strong&gt;Una democrazia impossibile&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Maurizio Serio, &lt;em&gt;Il mito della democrazia sociale&lt;/em&gt;, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2009 &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;La vicenda politica e umana di Giovanni Gronchi, il primo democristiano eletto capo dello stato, è stata studiata negli scorsi anni in modo disattento, fermo restando il fatto che i leader della DC hanno goduto generalmente di considerazioni parziali e intermittenti da parte degli studiosi accademici italiani: si è dovuto ad esempio attendere il XX anniversario della morte di Benigno Zac&lt;/span&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_-7PQFcSufO0/S4J329qU0FI/AAAAAAAAAFk/QD5zd1xcB8Y/s1600-h/scudo+crociato.jpg"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5441043085965709394" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 228px; CURSOR: hand; HEIGHT: 327px" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/_-7PQFcSufO0/S4J329qU0FI/AAAAAAAAAFk/QD5zd1xcB8Y/s400/scudo+crociato.jpg" border="0" /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;cagnini per vedere finalmente indagini serie e ponderate sullo statista romagnolo. &lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;Maurizio Serio, sin dalle premesse, più che compiere un’analisi biografica, svolge un inchiesta accurata sul motivo conduttore dell’azione politica del politico di Pontedera, ossia il “mito” – da sempre oggetto delle analisi dell’Autore – di un partito cattolico attore prevalente della rivoluzione che avrebbe dovuto portare il lavoro al centro dell’azione politica dello stato: la “democrazia sociale” che da il titolo al volume. &lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;In realtà, come si osserva nella ricerca, questo mito non fu mai descritto in modo chiaro da Gronchi, anzi, se possibile egli lo declinò sempre “al negativo”; l’azione politica del futuro presidente della repubblica fu infatti una incessante lotta contro il liberalismo, sia inteso in senso classico, come pure nelle correnti che avevano fatto presa all’interno del cattolicesimo italiano. Se osservato in quest’ottica, ci fu un filo conduttore nel contraddittorio percorso del politico toscano, il quale nel giro di trent’anni ebbe modo di essere al fianco di Luigi Sturzo nel Partito Popolare, poi sottosegretario nel primo gabinetto di Benito Mussolini, fino a giungere al governo con Alcide de Gasperi. &lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_-7PQFcSufO0/S4qecFf5UFI/AAAAAAAAAF8/7OxZMFsnm-U/s1600-h/dc.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5443337304980148306" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 275px; CURSOR: hand; HEIGHT: 400px" alt="" src="http://2.bp.blogspot.com/_-7PQFcSufO0/S4qecFf5UFI/AAAAAAAAAF8/7OxZMFsnm-U/s400/dc.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt; &lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;Lo studio di Maurizio Serio, condotto su rigorose indagini d’archivio e una ricca bibliografia, restituisce a parer nostro non solo il percorso umano dello statista pisano, ma anche lo specchio di un’epoca; furono infatti molti i leader politico di ogni colore, nel corso del XX secolo, a preconizzare la fine del liberalismo e della democrazia, che doveva essere sostituita da “stati sociali” ed “equilibri avanzati” di ogni colore politico, dal salazarismo portoghese al socialismo di stato sovietico, passando attraverso lo stato-partito nazista e le corporazioni fasciste (di cui Gronchi si innamorò per qualche tempo). &lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;Pochi – forse solo il ramingo don Luigi Sturzo – capirono fin da subito i limiti di questa prospettiva, la quale nessun legame aveva con le esigenze vere e vive dei popoli europei. Egli fu buon profeta, purtroppo poco ascoltato, come spesso avviene. Il “mito” della democrazia sociale, infatti è in gran parte intatto ancora oggi per molti politici italiani.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;strong&gt;La storia non si riscrive?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Giuseppe Brienza, &lt;em&gt;Unità senza identità&lt;/em&gt;, Chieti, Solfanelli, 2009&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_-7PQFcSufO0/S4J1pKivg1I/AAAAAAAAAFM/ybvcdr1V3IU/s1600-h/garibaldi.jpg"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5441040649882141522" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 335px; CURSOR: hand; HEIGHT: 422px" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/_-7PQFcSufO0/S4J1pKivg1I/AAAAAAAAAFM/ybvcdr1V3IU/s400/garibaldi.jpg" border="0" /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;Giuseppe Brienza, a differenza di diversi &lt;em&gt;maître à penser&lt;/em&gt;, non ha la pretesa di dare autorevoli conferme o altrettanto ingombranti smentite alle consolidate (mummificate?) interpretazioni sul risorgimento italiano, ma semplicemente di far riflettere il lettore su alcune pagine ritenute “inalterabili” nella storia del secondo cinquantennio del secolo XIX. Il compito dello studioso romano è arduo, in quanto nel nostro paese pare che tutto ciò che in qualche modo possa mettere in discussione una storiografia che talvolta odora di ideologie fallite e stantìe, è in genere considerato operazione effettuata da potenze oscure, illiberali e reazionarie, per fini (ovviamente!) non limpidi.&lt;br /&gt;E’ questa, a parer nostro, una vera e propria forma di “horror vacui”: si teme che spiegando o ricostruendo i fatti in altro modo, possano crollare non tanto le affastellate vestigia di studi talvolta ultracentenari, ma addirittura l’architettura costituzionale e l’unità nazionale; perfino uno studioso non tacciabile di simpatie verso questa forma di “revisionismo”, come Mario Isnenghi, ha parlato con grande spregiudicatezza di questo tema nel volume collettaneo curato da Angelo del Boca &lt;em&gt;La storia negata&lt;/em&gt; (Vicenza, Neri Pozza, 2009).&lt;br /&gt;Brienza non ha la pretesa di dare lezioni a nessuno, ma solo di far riflettere sul fatto che la “piallatura” – talvolta sanguinosa e intollerante verso le tradizioni di molte regioni italiane – avvenuta nel trentennio successivo all’unità d’Italia, fu il vero e proprio “peccato orginale” da cui discesero i mali di cui la nazione soffre da un secolo e mezzo: la scarsa coesione sociale, il progresso di una parte costruito sull’abbandono dell’altra, l’abolizione di molti usi e costumi, talvolta anche fortemente indipendenti da loro, per un’uniformità di facciata che poco ha giovato alla costruzione del paese.&lt;br /&gt;E’ davvero meritevole di un’anatema “laico, liberale e libertario” chi si pone in quest’ottica? E, di grazia, per quale ragione non possiamo ragionare attorno a quei temi? Infelice epoca davvero, quella in cui non ci si fanno domande per paura delle risposte… &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;strong&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;strong&gt;Un pastore e la sua epoca&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Paolo Gheda (a cura di), &lt;em&gt;Siri, la Chiesa, l’Italia&lt;/em&gt;, Genova, Marietti, 2010&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_-7PQFcSufO0/S4qcDN7hP7I/AAAAAAAAAFs/zsOjYHCPe1g/s1600-h/siri.jpg"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5443334678723510194" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; WIDTH: 255px; CURSOR: hand; HEIGHT: 501px" alt="" src="http://2.bp.blogspot.com/_-7PQFcSufO0/S4qcDN7hP7I/AAAAAAAAAFs/zsOjYHCPe1g/s400/siri.jpg" border="0" /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;E’ noto che alcune “leggende nere” create per fini politici attorno ad alcune figure di pastori della Chiesa, siano rimaste tali anche nei libri di storia. E così, come molti miti e leggende, il cardinale Giuseppe Siri, anche a causa di furbesche estrapolazioni dei suoi pensieri e delle sue parole, è passato dalla cronaca dei giornali di partito alla storia titolata come il “reazionario Siri”, non diversamente da come Giovanni Lercaro è divenuto per contrapposizione “il progressista Lercaro”. Tutto ciò sarebbe risibile se gli studiosi, almeno quelli in buona fede, si fossero attenuti alla mai abbastanza ricordata regola di Renzo de Felice, per cui la storia prima si ricostruisce e poi si interpreta, e non il contrario. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;Questo pregevole volume collettaneo curato da Paolo Gheda, non ha la pretesa di rendere giustizia nei confronti di questa o quella tesi, ma semplicemente di studiare Giuseppe Siri come si farebbe con qualsiasi altra figura storica: senza pregiudizi, e ripartendo da documenti, bibliografia, carteggi e testimonianze. Da questa imponente raccolta di scritti emerge un quadro assai composito dell’attività pastorale del cardinale di Genova, e il ruolo tutt’altro che marginale che ebbe nelle scelte della chiesa a cavallo degli snodi cruciali della conclusione del Concilio e dell’ondata rivoluzionaria del 1968. &lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;A tessere i fili della narrazione studiosi e ricercatori di primo piano, coordinati con grande bravura da Gheda: Benny Lai, Gaetano Quagliarello, Lorenzo Ornaghi, Danilo Veneruso, Pietro Borzomati, Roberto de Mattei e lo steso curatore, ci offrono tasselli inediti o poco noti dell’intensa attività pastorale di Giuseppe Siri, e dell’influenza che ebbe in alcune scelte decisive del complesso pontificato di Paol&lt;/span&gt;&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_-7PQFcSufO0/S4J2L_4jANI/AAAAAAAAAFU/u2a2viRfWlU/s1600-h/san+lorenzo.jpg"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5441041248316227794" style="FLOAT: right; MARGIN: 0px 0px 10px 10px; WIDTH: 271px; CURSOR: hand; HEIGHT: 226px" alt="" src="http://3.bp.blogspot.com/_-7PQFcSufO0/S4J2L_4jANI/AAAAAAAAAFU/u2a2viRfWlU/s400/san+lorenzo.jpg" border="0" /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;o VI, a partire dalla contrarietà all’uso dei mezzi di contraccezione, poi esplicitata nell’enciclica “Humanae Vitae”; il volume è di facile e appassionante lettura, nonostante i nodi affrontati siano tutt’altro che semplici. Resta da chiedersi, anche in questo caso, come mai si sia dovuto attendere più di vent'anni dalla scomparsa dell'illustre presule prima che sia stata possibile analizzare senza pregiudizi questa stagione della chiesa italiana. Ci auguriamo che questo articolato lavoro d'equipe potrà essere sufficiente a smontare l'ombra nera calata su questo protagonista del concilio vaticano secondo.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:180%;"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt; &lt;/div&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3929441310239027592-3680308006220798362?l=orientamentistorici.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3929441310239027592/posts/default/3680308006220798362'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3929441310239027592/posts/default/3680308006220798362'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://orientamentistorici.blogspot.com/2010/02/ingerenze-vaticane.html' title='Ingerenze vaticane?'/><author><name>andrea rossi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/10741692204208134661</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='23' height='32' src='http://img512.imageshack.us/img512/125/carlistasdy2.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_-7PQFcSufO0/S4J329qU0FI/AAAAAAAAAFk/QD5zd1xcB8Y/s72-c/scudo+crociato.jpg' height='72' width='72'/></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3929441310239027592.post-2296382783118260941</id><published>2009-12-29T16:11:00.002Z</published><updated>2009-12-29T16:14:36.131Z</updated><title type='text'>Vom Kriege</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;Adolf Hitler senza veli&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Helmut Heiber (a cura di), &lt;em&gt;I verbali di Hitler&lt;/em&gt; (2 voll.), Gorizia, LEG, 2009&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Si tratta della prima edizione italiana di un volume già edito in Germania, e che purtroppo con incredibile ritardo viene ora tradotto grazie alla Libreria Editrice Goriziana, che mette così a disposizione degli studiosi di storia una documentazione fondamentale per affrontare la “grand strategy” nazista durante la seconda guerra mondiale.&lt;br /&gt;I due tomi raccolgono i verbali stenografici delle riunioni militari presiedute da Adolf Hitler nel periodo dal 1942 al 1945, e la stessa genesi di questi documenti la dice lunga su come venisse condotta la guerra dai tedeschi; fu il Führer infatti a chiedere di verbalizzare integralmente le sue parole per essere certo che i suoi ordini venissero eseguiti e non “interpretati”. Questo ci permette oggi di poter osservare senza possibilità di equivoci non solo la ferocia di Hitler, ma anche la sua sconcertante pochezza di conoscenze militari, mai in alcun modo contrastata da uno stuolo di generali e gerarchi in genere invece impegnati ad assecondare i madornali errori e le manie ideologiche del loro capo.&lt;br /&gt;Da un certo punto di vista non escono altro che conferme dell’atmosfera opprimente e sinistra che regnava all’interno dell’alto comando delle forze armate, ben descritta non molti anni fa da Bernd Freytag von Loringhoven nel suo “Nel Bunker di Hitler” (Torino, Einaudi, 2006). Come faccia il generale Fabio Mini, nella sua introduzione all’edizione italiana del volume, a trovare qualsiasi traccia di razionalità nelle parole del Führer e del suo staff, ci appare misterioso. Discutibili inoltre i giudizi del curatore Helmut Heiber, i quali in molti casi fanno trasparire simpatie nostalgiche (Heiber era un giovane ufficiale della Luftwaffe): l’armistizio italiano è un “tradimento”, quello rumeno “un voltafaccia”, i sovietici sono “le orde bolsceviche” e così via. Piuttosto irritanti inoltre le frequenti imprecisioni nella traduzione italiana dei termini militari (ma anche i toponimi sono spesso bistrattati): i “cacciatori paracadutisti” (Fallschirmjaeger) altro non sono che i “paracadutisti”, le “divisioni campali” della Luftwaffe (Feld-division) altro non sono che “divisioni” tout court, i “cannoni d’assalto” (Sturmgeschutz) sono i “semoventi”, e il “reparto ultrapesante cacciatori di carro” (sic!) altro non è che lo Schwere Jagdpanzer Abteilung. In realtà bene si sarebbe fatto ad utilizzare ovunque le espressioni tedesche, come nel caso della conosciutissima “Panzer-Lehr Division” tradotta malamente con “divisione corazzata di addestramento” che poco o nulla significa in italiano.&lt;br /&gt;A margine di un opera così corposa e complessa segnaliamo comunque alcuni dettagli che bene rendono la mentalità di Adolf Hitler: gli italiani, dopo l’armistizio, semplicemente scompaiono così come l’”amico” Mussolini; inutile poi sottolineare che nelle riunioni del 1942-43 le forze armate italiane sono state oggetto dei lazzi e dei frizzi dei comandanti dell’OKW e dello stesso leader del nazismo. Quando nell’ottobre 1944 il Führer scopre che ci sono ancora degli aviatori italiani (evidentemente della RSI) i quali hanno abbattuto alcuni aerei americani, mostra tutto il suo stupore, tanto che il rappresentante della Luftwaffe Eckardt Christian si affretta ridicolmente ad aggiungere che “… hanno capisquadriglia tedeschi”, tanto da suscitare l’irata risposta di Hitler, il quale evidentemente sui “suoi” aerei non voleva piloti che non fossero “Reichsdeutsche”. Concetto ben espresso alla vigilia della fine, quando ormai nel bunker di Berlino viene a sapere che fra i suoi ultimi difensori ci sono i francesi delle SS, sui quali l’editoria neonazista europea ha creato una mitologia a tutt’oggi dura a morire, il suo giudizio su questi uomini è inequivocabile: “non mi servono a nulla 300 francesi!”. Questa la riconoscenza del leader del nazismo nei confronti di fanatici venuti a morire per un capo che li disprezzava senza se e senza ma.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Luce sull’intelligence&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Aldo Giannuli, &lt;em&gt;Come funzionano i servizi segreti&lt;/em&gt;, Milano, Ponte alle Grazie, 2009&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questa indagine di Aldo Giannuli ha il non irrilevante pregio di essere redatta in modo leggibile, documentato e soprattutto privo di cascami ideologici. L’autore ha – per forza di cose – una sua personale opinione sul complesso mondo dei “servizi riservati” (per usare una definizione di Francesco Cossiga), ma in ogni modo cerca di condurre per mano il lettore perché sia quest’ultimo a farsi un’idea di cosa sia “buono” e “cattivo” in un ambito in cui queste due qualità rivelano caleidoscopiche sfaccettature.&lt;br /&gt;Così, “sine ira et studio”; l’autore, dopo una breve premessa storica, ci spiega cosa siano i servizi segreti dell’età contemporanea, con una veloce carrellata delle principali caratteristiche degli stessi, partendo davvero dall’ABC, in modo tutt’altro che banale (si veda ad esempio la spiegazione di cosa sia una “informazione” e del suo uso ai fini della difesa dello stato). Anche la descrizione di cos’è l’ “intelligence” parte da elementi semplici sino a condurre alle più complesse conclusioni, come quella – in apparenza sconcertante – che gli agenti dei servizi operano in un limbo al di sopra e (talvolta) al di fuori della legge, giustificati dal fatto che quanto fanno è in nome e per conto dei fini della difesa dello stato: concetto in apparenza limpido e lineare, ma in realtà tutt’altro che univoco. Già da queste premesse appare evidente che chi si voglia avvicinare senza pregiudizi all’argomento debba avere alcune conoscenze di base di storia militare, e Giannuli con correttezza, ammette che le rare indagini scientifiche sul mondo dei servizi siano stati patrimonio quasi esclusivo di studiosi di cose militari; il fatto che questa disciplina abbia sempre conosciuto scarsa fortuna nel nostro paese, ahimè, la dice lunga sulle ragioni per cui dell’intelligence si è sempre parlato in termini cupi e oscuri, oppure, al contrario, con le sgargianti tinte dei James Bond “de’ noartri”.&lt;br /&gt;In realtà l’uomo dei servizi è (ed è stato) in genere di un grigiore burocratico deprimente: un po’ più di un poliziotto ma un po’ meno di un funzionario di qualche ministero, pagato (se spia o confidente) e spremuto come un limone finché in grado di fornire elementi utili all’agenzia che lo utilizza, e di seguito gettato alle ortiche, se non peggio. Se componente integrale dei servizi è destinato a carriere incolori, al seguito di cordate interne non diverse da quelle che esistono in qualsiasi ministero della nostra Italia repubblicana, e come tale soggetto a passare da polvere ad altari (e viceversa) con rapidità fulminea. Insomma un mondo chiuso, autoreferenziale, e proprio per questo spesso oggetto e soggetto di inquinamenti, infiltrazioni e contaminazioni di ogni tipo e colore.&lt;br /&gt;E’ questo semmai uno dei punti in cui dissentiamo da alcune delle analisi dell’autore, come quella di un’analisi della guerra fredda nel nostro paese un po’ troppo univoca; in estrema sintesi, “i servizi manipolati dalla CIA contro il PCI” di cui parla Giannuli sono una parte di una storia assai più complessa, in cui c’erano canali informativi, finanziari e fedeltà doppie in maniera ben radicata pure dal versante del più importante partito comunista dell’Europa occidentale, come hanno dimostrato “ad abundantiam” (e spesso in un silenzio assordante) il compianto Victor Zaslavsky e Salvatore Sechi. L’idea che il PCI post Togliattiano avesse tagliato i ponti con il mondo di Oltrecortina è infatti una leggenda: rapporti e legami vi furono anche in piena epoca berlingueriana, fino alla caduta del muro di Berlino.&lt;br /&gt;La conclusione del volume è forse la più interessante di tutto lo studio: cosa fanno oggi i servizi? Scopriamo che – in senso lato – fanno veramente di tutto, per conto di stati sovrani, per potentati economici, e per lobby politico-finanziarie. Guerra politica ed economica si sovrappongono, sino a rendere faticoso il confine fra l’una e l’altra. I fini e i mezzi della lotta comprendono uno spionaggio tecnologico sistematico i cui attori – senza troppe difficoltà – sono professionisti che passano da operazioni coperte per conto di una nazione ai danni di un’altra, ad agire come “consulenti” per multinazionali decise a conquistare mercati economici e finanziari.&lt;br /&gt;Scandalizzarsi di tutto questo sarebbe come scandalizzarsi della storia del mondo. E per questo motivo siamo grati allo studio di Giannuli e alla serenità con cui questo ricercatore ha affrontato lo spinoso argomento delle “spie”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Sulle guerre&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Nicola Labanca (a cura di), &lt;em&gt;Guerre vecchie, Guerre nuove&lt;/em&gt;, Milano, Bruno Mondadori, 2009&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nicola Labanca è uno dei più autorevoli studiosi di storia militare, neglettissima disciplina (come anche Giannuli sottolinea nel suo volume dianzi commentato) che però è indispensabile per la comprensione di numerosi aspetti della realtà contemporanea. In veste di autore e curatore, lo studioso fiorentino ci propone una rassegna di alcuni fra i più importanti interventi degli ultimi anni sul tema della guerra, o meglio “delle guerre”, e della loro evoluzione nel corso degli ultimi cinquant’anni. Le guerre “vecchie”, Clausewitziane, sono diverse dai conflitti “nuovi”, dell’epoca post-bipolare? E se sì, in cosa? Sono domande che hanno provocato uno straordinario dibattito dentro e fuori dal mondo accademico di tutta Europa, e assai meno in Italia, come sottolinea Labanca. Questo, ovviamente, al netto dei pochi addetti ai lavori che si sono confrontati fra loro in una sorta di “cenacolo di iniziati”, ossia coloro che ritengono che la storia della guerra sia dignitosa come la storia delle riforme agrarie a Roccacannuccia, affermazione che parrebbe banale, ma che invece non lo è affatto, vista la massa di studi sulle più marginali manifestazioni dell’ingegno umano e la scarsità di riflessioni sugli eventi bellici che hanno segnato la nostra epoca.&lt;br /&gt;I saggi presentati nel testo, inediti sino ad oggi in italiano, hanno come filo conduttore le riflessioni che una decina di anni fa la studiosa Mary Kaldor aveva espresso nel suo classico “Le nuove guerre” (Roma, Carocci, 1999) – altre sue riflessioni, anche autocritiche, sono presenti nel volume curato da Labanca – le quali rappresentavano un’evoluzione dei conflitti post-guerra fredda nel senso di un coinvolgimento totalitario della popolazione civile, che era passata da “vittima collaterale” a oggetto primario dell’azione bellica prima e politica poi.&lt;br /&gt;Fra i vari interventi riportati nel volume, ci sono parsi particolarmente incisivi quelli di Lawrence Freedman, Vojtech Mastny, e Norman Friedman, tutti incentrati sull’evoluzione delle strategie nucleari americane e sovietiche. Nei saggi in questione, si fa il punto pressoché definitivo sulle direttrici del confronto fra le due superpotenze. Ora, se le linee della politica USA in merito di guerra atomica erano già conosciute, almeno a grandi linee, quelle dell’URSS dall’era staliniana a quella di Breznev, tema affrontato da Mastny, ci sono risultate in gran parte nuove e di straordinario interesse. Sapere a distanza di quasi un cinquantennio che la crisi di Cuba fu tutto sommato una scaramuccia in confronto al confronto berlinese del 1961, apre nuovi cantieri di studio. Inquietante, e degno davvero dell’interesse degli studiosi italiani per il presente ed il futuro, è poi la “summa teorica” degli alti gradi dell’Armata rossa, i quali per un quarto di secolo si baloccarono e si esercitarono sul campo in dozzine di manovre militari per simulare un’offensiva  risolutiva in occidente, capace di portare l’esercito sovietico in una settimana sulle sponde dell’Atlantico, tagliando in due l’Europa, ridotta più o meno a un cumulo di macerie atomizzate dall’uso tattico delle testate nucleari (un paio delle quali destinate a trasformare in crateri Verona e Vicenza). Una disciplina confermata “ad abundantiam” in manuali e direttive distribuite a tutti i paesi del patto di Varsavia dagli anni ’50 ai ’70 inoltrati. Alla faccia degli guerrafondai americani…&lt;br /&gt;Degni di interesse inoltre gli studi dedicati a tutte le guerre non convenzionali, che oggi come non mai necessitano di interpretazioni nuove per comprendere tutti i legami che il passato riverbera sul presente, piuttosto che i “cluster”, le cesure che chiudono un’era e ne aprono un’altra. In questo, a parer nostro, forse sta il limite dell’analisi della Kaldor, specie per quello che concerne la sua indagine sulle guerre ex iugoslave. Secondo noi il peso del passato in quel conflitto, ossia quello della seconda guerra mondiale, ci è sempre parso uno degli elementi dominanti di tutto il tragico scenario balcanico, cosa che invece la studiosa inglese pare mettere in secondo piano rispetto agli altri fattori (economici, geografici e politici). Se i croati decisero di armarsi nell’estate del 1991 al grido di “ricordatevi di Bleiburg”, forse il passato che non passa non è un elemento folkloristico, ma una parte essenziale dell’eccesso di violenza di quella guerra civile europea, così vicina e così già dimenticata.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; &lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3929441310239027592-2296382783118260941?l=orientamentistorici.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3929441310239027592/posts/default/2296382783118260941'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3929441310239027592/posts/default/2296382783118260941'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://orientamentistorici.blogspot.com/2009/12/vom-kriege.html' title='Vom Kriege'/><author><name>andrea rossi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/10741692204208134661</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='23' height='32' src='http://img512.imageshack.us/img512/125/carlistasdy2.jpg'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3929441310239027592.post-4593218819276562437</id><published>2009-10-28T12:10:00.004Z</published><updated>2009-10-28T12:26:39.816Z</updated><title type='text'>Recensiamo con colpevole ritardo... (libri che ci siamo lasciati indietro)</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;Aridagliela ai preti...&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;Valerio Romitelli, &lt;em&gt;L’odio per i partigiani&lt;/em&gt;, Napoli, Cronopio, 2007&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In questo agile volumetto Valerio Romitelli, in un centinaio di pagine offre risposte (a parer suo) risolutive sulle ragioni per cui (sempre a parer suo) nella società civile italiana di oggidì esiste uno strisciante e malcelato pregiudizio nei confronti dei partigiani.&lt;br /&gt;L’uomo della strada potrebbe ritenere che ciò sia causato dal fatto che i cosiddetti “gendarmi della memoria” hanno fornito un apparato celebrativo ridondante e assieme versioni edulcorate o fantasiose della guerra civile e del suo esito. In realtà leggendo Romitelli scopriamo ben altro: la prima responsabile dell’odio antipartigiano (ça va sans dire) è la Chiesa italiana per aver profuso per secoli idee bislacche come quelle che far la pace è meglio che scannarsi. In secondo luogo (e questo invero ci pare più interessante) la gente odia i partigiani perché rappresentarono una tipologia di aggregazione “non convenzionale”, come gruppi “spontanei di base” e quindi anti-familiari e anti-ideologici.&lt;br /&gt;A chi invece ebbe il coraggio di rompere il tradizionale familismo veterocattolico italiano, va invece la stima del Romitelli, il quale vede nei “garibaldini” come nei “giellini” del 1944, gli antesignani degli attivisti dei centri sociali. Seguendo la logica dell’Autore, ossia che si dovrebbe avere riconoscenza per chi si raggruppò secondo logiche di gruppi non familiari, non gerarchici e “spontanei”, perché non avere gratitudine, per esempio, per gli uomini della brigata nera di Lucca, i quali si riunirono e si armarono spontaneamente, rompendo i vincoli familiari e trasmigrando al nord, per condurre la loro guerra personale, in nome del proprio schema di valori?&lt;br /&gt;Al lettore – infelice – l’ardua sentenza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Archeologia militare&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;Alberto Benuzzi, Gianfranco Relli, Luca Fortuzzi, &lt;em&gt;La gotica ritrovata&lt;/em&gt;, &lt;em&gt;Italian Front 1944-45&lt;/em&gt; (voll. 1-2), Verona, Bonomo, 2005, 2006, 2007; &lt;/span&gt;&lt;a href="http://www.lagoticaritrovata.it/"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;http://www.lagoticaritrovata.it/&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt; (2009).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La professione degli autori non è quella degli storici, ma qualsiasi studioso di cose militari dovrebbe avere una sincera gratitudine per i sopra citati “archeologi della seconda guerra mondiale”. Dal 2005 in avanti, infatti, sia in forma edita, sia in versione web, Benuzzi, Relli e Fortuzzi mettono all’attenzione dei ricercatori i loro ritrovamenti di materiale bellico rinvenuto sull’Appennino bolognese, nelle zone in cui avvennero nel 1944-45 alcuni fra i più duri scontri della guerra in Italia.&lt;br /&gt;I reperti rinvenuti sono di notevole interesse, specie per quegli studiosi che anche in tempi recenti si sono impegnati in analisi finalmente approfondite e scientifiche sulle stragi naziste in Italia; verrebbe anzi da dire che – forse – anche lo storico dovrebbe far visita ai campi di battaglia. Come giudicare, infatti, i contenuti del “Der Melder”, il foglio da campo della famigerata 16° divisione SS, fortunosamente rinvenuto in un tunnel nei pressi di Sasso Marconi? Che tracce si possono cogliere dalla mezza dozzina di rarissimi “Bandenkampfabzeichen”, i distintivi tedeschi con cui venivano decorati i militari distintisi nella lotta antipartigiana, trovati, incredibilmente, tutti nello stesso luogo, quasi che i loro possessori se ne fossero voluti liberare prima della cattura? E cosa ci faceva, fra questi, l’altrettanto raro distintivo da berretto della polizia lituana?&lt;br /&gt;Altra scoperta che suggerisce nuovi filoni di ricerca è la straordinaria ricchezza e varietà del materiale di propaganda nazista, che risulta davvero di forme e proporzioni inattese a poche settimane del collasso finale: decine di versioni diverse di volantini in inglese imperniati sul bombardamento di Dresda (e quindi databili non prima della fine di febbraio 1945, ma forse sono di marzo-aprile dello stesso anno), fogli volanti in cui si tenta di demoralizzare gli americani facendo presente che per molti di loro, finita la campagna d’Italia, ci sarà ancora da combattere contro i giapponesi. Documentazione simile fu prodotta anche in brasiliano e in polacco. Uno sforzo davvero immane per una nazione in ginocchio.&lt;br /&gt;Onore al merito, quindi agli “archeologi” bolognesi, con la speranza che esista un punto di incontro fra il loro lavoro e quello degli studiosi accademici.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Figli di emigranti nella RSI&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;Bruna Pompei, Piero Delbello (a cura di),&lt;em&gt; I volontari di Francia&lt;/em&gt;, Trieste, Svevo, 2006.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il volume sopra riportato raccoglie una larga messe delle fotografie fatte dal diciottenne marò della X Mas Carlo Panzarasa nel corso della sua esperienza bellica fra il 1943 ed il 1945. Si tratta della vicenda, decisamente singolare, dei cosiddetti “volontari di Francia”, un centinaio di giovani e giovanissimi figli di emigranti italiani che, come reazione all’armistizio, decisero di aderire oltralpe alla RSI. Questo gruppo, inquadrato inizialmente nella base italiana di Bordeaux come fanteria di marina, passò alla X Mas nel giugno del 1944, venendo trasferito in Italia e inserito del battaglione “Fulmine” delle truppe di Valerio Borghese.&lt;br /&gt;Il reparto ebbe scontri durissimi con i partigiani in Piemonte (partecipò alla rioccupazione di Alba) e ancor più pesanti nel Goriziano, dove presso Tarnova sostenne una battaglia contro il IX corpus titino da cui uscì pressoché decimato. I “volontari di Francia” si arresero, con altre formazioni della Decima a Thiene, alla fine di aprile del 1945.&lt;br /&gt;Il volume ha poco o pochissimo di scrittura: qualche ricordo, alcuni commenti di reduci. Protagonista assoluto è lo straordinario materiale di Panzarasa: decine di fotografie, tutte di eccellente qualità, che documentano la peculiare vicenda di questi “ragazzi di Salò”. Sono immagini eloquenti: si passa dal clima spensierato e comunque ben lontano dalla cupa ombra della guerra combattuta dei mesi di Bordeaux, in cui i 120 italofrancesi sono addestrati sotto la supervisione degli istruttori del battaglione “San Marco” (anch’essi tutti aderenti alla RSI), alle fotografie di un funerale: quello di sei volontari uccisi dai partigiani, la cui cerimonia, fra labari e camicie nere, si svolge a Venezia. Da questo momento il sorriso scompare dai volti dei decimini, che gli scatti di Panzarasa inquadrano durante la guerriglia antipartigiana nel Cuneese, a Torino e infine nella Venezia Giulia. Anche qui un funerale, quello dei caduti nel corso della battaglia di Tarnova, svoltosi a gennaio 1945 nel duomo di Conegliano.&lt;br /&gt;Nella rassegna che ci pare comunque degna di nota anche per chi non si occupa di storia militare, mancano però tre scatti, gli unici ben conosciuti prima della pubblicazione del volume, in quanto furono segretamente duplicati da un fotografo a Ivrea immediatamente dopo la fine della guerra: le immagini cruente dell’impiccagione del partigiano Ferruccio Nazionale. Una forma di autocensura che purtroppo pesa sul giudizio da dare al volume.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Non tutti gli IMI erano uguali...&lt;/strong&gt; &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;Rossella Ropa, &lt;em&gt;Prigionieri del Terzo Reich&lt;/em&gt;, Bologna, Clueb, 2008.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’autrice ha svolto un interessante studio nelle carte del distretto militare di Bologna, inerente l’attività della cosiddetta “commissione interrogatrice”, volta a stabilire il comportamento di circa 9.000 soldati bolognesi al momento dell’armistizio e nei mesi successivi.&lt;br /&gt;Si tratta di un campione abbastanza interessante e rappresentativo del complesso mondo degli internati militari italiani in Germania, che oscillava attorno alle 700.000 unità. I risultati ottenuti, ci paiono degni di interesse, in quanto confermano alcune indicazioni che provenivano, sia pure in modo sommario, dagli studi pionieristici di Gerhard Schreiber e Ricciotti Lazzero e da quelli successivi di Mario Avagliano e Marco Palmieri.&lt;br /&gt;L’elemento che balza immediatamente all’occhio e che davvero dovrebbe portare a nuove analisi, è la divergenza di comportamento di fronte ai nazisti da parte della truppa e degli ufficiali. Il dignitoso e fermo comportamento della quasi totalità dei soldati è contraddetto dalla tendenza generalizzata alla collaborazione da parte degli ufficiali, particolarmente quelli più alti in grado; l’accondiscendenza ai nazisti appare talvolta imbarazzante: emblematico il caso del cosiddetto “campo Graziani”, il lager per ufficiali di Biala Podalska che contò adesioni praticamente totalitarie alla RSI.&lt;br /&gt;Ulteriori elementi giungono a confermare un altro dato di fatto, ossia il comportamento collaborazionista di tutti i battaglioni CC. NN. nei Balcani, confermato dalle deposizioni reticenti, se non del tutto inattendibili, degli ex-militi convocati dalla commissione interrogatrice. Dal poco che si intuisce – e come avevamo scritto alcuni anni fa –le formazioni della MVSN passarono, gagliardetto in testa, dalla parte dei tedeschi fin dalle prime giornate successive all’armistizio.&lt;br /&gt;Un plauso quindi all’autrice, che porta nuovi elementi di studio su questo interessante tema di ricerca.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;I volenterosi collaboratori del "nuovo ordine"&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;Monica Fioravanzo, &lt;em&gt;Mussolini e Hitler – La repubblica sociale sotto il III Reich&lt;/em&gt;, Roma, Donzelli, 2009&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Uniamo alle precedenti recensioni anche il recentissimo volume della Fioravanzo, in quanto ha il merito non indifferente di riuscire a dire, in modo conciso e approfondito, fatti nuovi sui venti mesi di Salò: cosa non semplice vista la bulimia editoriale e mediatica degli ultimi anni su questo argomento. Peraltro è già titolo di merito il fatto che ci troviamo di fronte ad un’opera in cui non v’è traccia dei ponderosi (e polverosi) volumi neofascisti di Pisanò. Utilizzando invece fonti d’archivio edite e inedite (come quelle del ministero degli esteri tedesco), Monica Fioravanzo dà forma alla sudditanza – invero imbarazzante – della “Duce Italien” nei confronti dell’alleato-padrone nazista. Ed è proprio questo il nodo centrale dello studio, ossia l’alleanza asimmetrica Salò-Berlino, che vide gli italiani nella scomoda posizione di “volenterosi collaboratori” (non diversamente dai vichysti di Petain, aggiungiamo noi) nei confronti del masterplan hitleriano, il quale comunque avrebbe previsto per il nostro paese, nel caso di vittoria dell’asse, una sorta di protettorato a sovranità limitata, ferme restando le annessioni de facto di Alto Adige, Trentino, Veneto, Friuli e Venezia Giulia nel Reich.&lt;br /&gt;La tesi della repubblica lacustre come “male minore”, proposta da vari studiosi, risulta velleitaria ed evanescente: minore rispetto a cosa? Leggendo le missive con cui Mussolini “come italiano e come fascista” protestava per i massacri perpetrati dalla Wehrmacht nel centro Italia, davvero si fa fatica a capirlo. Unica riserva su questo lavoro davvero ben costruito, è il giudizio sull’opera di Renzo de Felice, che a parer nostro, per la sua complessità e articolazione, ci pare non possa essere catalogata fra quelle che hanno proposto una versione “edulcorata” dell’esperienza Salotina. Ma si tratta davvero di cercare il pelo nell’uovo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3929441310239027592-4593218819276562437?l=orientamentistorici.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3929441310239027592/posts/default/4593218819276562437'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3929441310239027592/posts/default/4593218819276562437'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://orientamentistorici.blogspot.com/2009/10/recensiamo-con-colpevole-ritardo-libri.html' title='Recensiamo con colpevole ritardo... (libri che ci siamo lasciati indietro)'/><author><name>andrea rossi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/10741692204208134661</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='23' height='32' src='http://img512.imageshack.us/img512/125/carlistasdy2.jpg'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3929441310239027592.post-2361433154594748765</id><published>2009-08-18T12:28:00.004+01:00</published><updated>2009-08-18T12:38:48.254+01:00</updated><title type='text'>La guerra in casa</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;strong&gt;L’ultimo Moicano&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Angelo Bendotti - Elisabetta Ruffini, &lt;em&gt;Gli ultimi fuochi&lt;/em&gt;, Bergamo, Il filo di Arianna, 2008&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La strage di Rovetta (BG), nel corso della quale furono uccise 43 camicie nere della legione “Tagliamento”, è diventata oggetto di studio storico dagli anni ’90 grazie alla curiosità di alcuni ricercatori di orientamento agiografico rispetto all’ultimo fascismo, come Lodovico Galli, Massimo Lucioli e Davide Sabatini, o Giuliano Fiorani. A essi si sono aggiunti diversi pubblicisti e giornalisti, con poca dimestichezza della storiografia scientifica, che hanno ulteriormente complicato un quadro già di per sé fosco e sgradevole. Angelo Bendotti, assieme a Elisabetta Ruffini, con ben altra competenza, ci offrono in questo volume una descrizione dell’episodio dettagliata e documentata.&lt;br /&gt;La ricostruzione ci appare inappuntabile, specie nell’inquadramento dei fatti nella generale resa dei conti di fine guerra, e in modo particolare nella ricerca di una tardiva vendetta nei confronti della “Tagliamento” che aveva costellato la Val Camonica di lutti e rovine, uccidendo e torturando decine fra civili e partigiani. Esprimiamo qualche riserva sul fatto che la fucilazione venga raccontata in modo indiretto, tramite le parole dei partigiani raccolte nelle deposizioni processuali successive alla fine della guerra, e in essa ci si imbatta solo a p. 71 del volume; le pagine precedenti e molte delle successive sono dedicate alla “spiegazione”, alla “chiarificazione”, alla “definizione” di cosa era stata la guerra partigiana in quella parte della Bergamasca, e di quanto fosse stato ignobile il comportamento della formazione comandata da Merico Zuccari. La scena madre, ossia il mitragliamento a sangue freddo e senza accertamenti di responsabilità di decine di giovanissimi (alcuni minorenni) avvenuto ormai a guerra finita e la successiva sepoltura sommaria dei cadaveri ci giunge come una eco lontana, senza dettagli di quell’inutile supplizio. Riteniamo da tempo inutile questo eccesso di prudenza: non è possibile che per raccontare un massacro di fascisti si debba sempre partire “ab ovo”.&lt;br /&gt;Poco da dire sul resto dello studio, dedicato al “dopo” ossia alle vicende processuali e storiografiche dell’episodio, che vengono affrontati in modo analitico e documentato. Molto invece ci sarebbe da aggiungere, in termini di giudizi morali, su uno dei protagonisti dei fatti di Rovetta, il comandante partigiano jugoslavo Pavlo Poduje “Moicano”. Onestamente, un uomo che a cinquant’anni dal cruento episodio afferma di provare rammarico “per aver lasciato vivi alcuni di quei ragazzi che erano sui sedici anni” poiché “i piccoli cobra hanno lo stesso morso dei grandi cobra” (p. 129) ci lascia sgomenti. Che differenza c’era allora fra “Moicano” e il suo irriducibile avversario Merico Zuccari, il quale minacciava di morte chiunque avesse dato anche solo un bicchier d’acqua ai partigiani?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;strong&gt;Agiografia in salsa germanica&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Franz Kurowski, &lt;em&gt;Il commando di Hitler&lt;/em&gt;, Gorizia, Leg, 2009&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fra le carenze della storiografia militare sulla guerra in Italia, c’è l’inesplorato capitolo dei reparti “speciali” che i tedeschi utilizzarono specificamente per combattere i partigiani. Negli studi di Lutz Klinkhammer e soprattutto Carlo Gentile, ha acquistato in anni recenti un grande peso l’attività dei reggimenti Brandenburg, l’equivalente germanico delle truppe speciali alleate, come i “Rangers” americani o i “Commandos” britannici. Franz Kurowski, prolifico autore di opere agiografiche sulla Wehrmacht, pubblicò nel 1995 questo studio, ora tradotto (in modo purtroppo non commendevole) in italiano, che spiega quantomeno per sommi capi l’attività di questo reparto.&lt;br /&gt;L’opera, dal tono divulgativo e costellata da aneddoti e divagazioni dal tema principale, tratteggia la preparazione meticolosa del braccio armato dell’Abwehr, i servizi di spionaggio e controspionaggio della Wehrmacht. I “Commandos” tedeschi furono decisivi nelle operazioni contro la Polonia, il Belgio, l’Olanda e la Francia; in altri scacchieri, come quello russo, africano e mediorientale, condussero operazioni non sempre coronate da successo, ma certamente organizzate e gestite in modo impeccabile. Dal 1943 i reparti Brandenburg furono ampliati sino allo status divisionale, anche se vennero utilizzati come grande unità organica solo verso il termine della guerra, e da quel momento l’attività antipartigiana fu la principale modalità di utilizzo della formazione.&lt;br /&gt;Di questo periodo troviamo nel libro di Kurowski solo frammentarie informazioni, che riguardano perlopiù i Balcani, e sempre prive di quanto di sgradevole c’è sempre in questo tipo di guerriglia: rappresaglie, fucilazioni, incendi di villaggi (qualcosa, solo en passant, si rinviene nella descrizione di alcune operazioni condotte in Grecia). Grande assente del volume è l’attività del 3° reggimento Brandenburg, e soprattutto del suo 2° battaglione, che operò in Italia dall’ottobre 1943 al dicembre 1944, e che fu coinvolto in numerosi episodi sanguinosi contro partigiani e civili in Abruzzo, nelle Marche, in Romagna e Val d’Aosta, assieme all’unità italiana che ne seguì le sorti, il reparto M “IX settembre”, di cui peraltro si trova traccia a p. 368 del volume, come formazione organica alla divisione tedesca.&lt;br /&gt;Purtroppo, al momento, non esistono altri studi in italiano sui Brandenburg. E quello di Kurowski ci appare comunque decisamente mediocre.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Memorie salotine&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Roberto Chiarini, &lt;em&gt;L’ultimo fascismo&lt;/em&gt;, Venezia, Marsilio, 2009&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’autore ha affrontato in diversi saggi e articoli la parabola della RSI e la sua memoria postbellica. In questo agile volume Chiarini riassume per sommi capi il suo pensiero su entrambi gli argomenti, offrendo vari spunti di riflessione sul “prima”, il “durante” e il “dopo” della repubblica di Mussolini e dei suoi uomini, dai gregari sino ai collaboratori del duce.&lt;br /&gt;Nel volume troviamo diverse note interpretative che condividiamo, soprattutto il fatto che il fascismo di Salò non fu una calata degli Hyksos, come vorrebbe una certa storiografia; gli “orfani del duce”, come constata lo studioso, non erano una sparuta pattuglia di fanatici, ma uomini di diverse generazioni e motivazioni a seconda dei vari “strati” anagrafici: gli ex squadristi, i militari (gli uomini della milizia soprattutto, come anche noi avevamo intuito), i giovani e giovanissimi educati nel regime. Tutti questi avrebbero probabilmente fatto rinascere un movimento di collaborazione con gli occupanti nazisti, in nome della causa comune, dell’onore (variamente inteso e declinato) e della lotta contro gli antifascisti, armati o meno. E per rendere credibile questa nuova nascita del movimento in camicia nera, in una Italia indifferente e sostanzialmente tesa già al “dopo”, l’essere crudeli e “terribilissimi” era una scelta praticamente obbligata, come già Claudio Pavone aveva compreso e spiegato.&lt;br /&gt;La parte più interessante, e purtroppo breve, è dedicata al mondo dei reduci e degli altri naufraghi di quella esperienza; per questi fascisti in democrazia, la repubblica del Duce, come correttamente annota Chiarini, fu il mito positivo del MSI e dei suoi attivisti di ogni età fino alla morte di Giorgio Almirante. Non casualmente appare ancora oggi faticoso per un leader carismatico come Gianfranco Fini il tentativo di storicizzare (o meglio “esorcizzare”?) quella esperienza, comunque tragica e sanguinosa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;strong&gt;Marzabotto giorno per giorno&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Luca Baldissara - Paolo Pezzino, &lt;em&gt;Il massacro&lt;/em&gt;, Bologna, Il Mulino, 2009&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il ponderoso e documentato volume di Baldissara e Pezzino dovrebbe far riflettere sia chi si occupa di storia, sia la società civile, su un fatto non marginale: ci sono voluti sessantacinque anni per avere la prima ricostruzione analitica, “giorno per giorno, ora per ora”, di cosa avvenne su Monte Sole e dintorni alla fine del settembre 1944 fatta da storici di professione. Sino ad oggi abbiamo avuto sull’argomento pamphlets, racconti più o meno polemici, dibattiti giornalistici, romanzi, narrazioni (anche pregevoli) di studiosi dilettanti. Resta da chiedersi perché gli accademici italiani, fra i quali non sono mancati bravi ricercatori di cose militari, abbiano atteso ben più di mezzo secolo per avvicinarsi al più spaventoso eccidio di massa di civili avvenuto in Europa occidentale nel corso dell’occupazione tedesca.&lt;br /&gt;La ricostruzione è dettagliata, riccamente documentata da carte e testimonianze, diverse delle quali inedite: ci troviamo insomma di fronte a quella che può essere considerata l’opera definitiva sull’argomento. Ci si permetta però in merito un lontano (e sempre attuale) commento del rimpianto Renzo de Felice: “prima di addentrarsi nella spiegazione di eventi storici, servirebbe prima di tutto narrarli correttamente e in modo dettagliato. Per motivi ideologici spesso gli studiosi italiani fanno il contrario: prima interpretano e poi ricostruiscono”. A dimostrazione di questo assunto, solo oggi, dopo decenni dai fatti, la ricerca di Pezzino e Baldissara ci offre fatti concreti, ossia la nuda cronaca della tragedia che portò alla morte di oltre settecento fra donne, vecchi e bambini, letteralmente macellati dai granatieri della 16° divisione SS.&lt;br /&gt;Il fosco quadro di quei giorni, finalmente, prende forma: i partigiani della “Stella Rossa” guidati da Mario Musolesi che sono convinti di riuscire a tenere le posizioni sino all’arrivo degli Alleati, ormai a pochi chilometri di distanza, l’azione di annientamento pianificata in modo scientifico dalle SS della divisione di Max Simon, che mettono in pratica un tipo di guerra ai civili già attuata da molti dei suoi quadri quando erano parte della divisione “Totenkopf”, il totale annichilimento delle comunità locali fra Monte Sole e Monte Caprara. E poi il dopo: i processi mal gestiti e peggio condotti, con giudici che non riescono a mettere in relazione (incredibilmente) l’attività omicida di Walter Reder con quella del suo capo, il generale Simon.&lt;br /&gt;Registriamo come limite al lavoro l’assenza delle vicende militari successive a quell’evento. La 16° SS, infatti, fino a febbraio 1945 fu schierata in Romagna sul fiume Senio, in zone di forte concentrazione partigiana, senza distinguersi per l’attitudine omicida che l’aveva caratterizzata sino dall’estate 1944. A parer nostro il differente comportamento del reparto dipese dall’arrivo del nuovo comandante, Otto Baum, che aveva un curriculum militare meno inquietante di Max Simon, ex comandante di corpo di guardia in numerosi campi di concentramento nazisti.&lt;br /&gt;Si tratta comunque di peccati veniali. Ci troviamo insomma di fronte ad un opera definitiva sull’argomento.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;strong&gt;Sangue in Toscana&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Gianluca Fulvetti, &lt;em&gt;Uccidere i civili&lt;/em&gt;, Carocci, Roma, 2009&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In premessa a questo complesso e articolato lavoro d’insieme di Gianluca Fulvetti, dobbiamo esprimere una considerazione su quanto seriamente la regione Toscana abbia coltivato e alimentato economicamente gli studi sul periodo dell’occupazione tedesca e della guerra di liberazione. Il risultato di questo sforzo è una – oramai lunga – serie di titoli pubblicati presso l’editore Carocci, che rappresentano un “unicum” per qualità e quantità di argomenti e temi trattati; stride, in questo panorama, il confronto con altre amministrazioni locali che pure hanno investito (purtroppo non sempre bene) per promuovere la ricerca sulla “guerra in casa”, con esiti decisamente inferiori, per non dire spesso mediocri.&lt;br /&gt;Dello studio di Fulvetti si può solo dir bene, non fosse altro perché ci troviamo per la prima volta di fronte ad una analisi sistematica e cronologica, provincia per provincia, di cosa significò la “guerra ai civili” in Toscana fra il 1943 e il 1944. Ci convince la suddivisione temporale: una prima, cruenta e breve stagione di sangue all’atto dell’arrivo dei nazisti in Toscana, una seconda fase in cui i tedeschi valutano le forze da impegnare, lasciando la repressione prevalentemente alle male equipaggiate e peggio armate formazioni fasciste, sino a riprendere in mano il bandolo della matassa nella primavera 1944, con operazioni pianificate e condotte scientificamente da reparti d’elite come la divisione “Hermann Goering”; logica e tragica conclusione, la strategia dell’annientamento delle comunità locali nei luoghi sui quali, man mano, si arrestava il fronte attraverso la Toscana. Tutto questo fino alla feroce estate del 1944, durante la quale le SS della divisione “Reichsfuehrer” fecero terra bruciata in Versilia e Lunigiana.&lt;br /&gt;Non si può, infine, sorvolare sul fatto che l’autore, nelle articolate conclusioni, compie una necessaria riflessione su quanto e come il modo di condurre la guerriglia dei partigiani abbia contribuito a una stagione di così brutale violenza. Su questo argomento, crediamo che non esistano risposte buone per tutte le stagioni, o teoremi pronti all’uso, ma domande aperte, che vanno affrontate senza pregiudizi ideologici. Questo fa Fulvetti al termine di un lavoro ponderoso e difficile, ma i cui risultati confermano la bravura del giovane studioso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3929441310239027592-2361433154594748765?l=orientamentistorici.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3929441310239027592/posts/default/2361433154594748765'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3929441310239027592/posts/default/2361433154594748765'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://orientamentistorici.blogspot.com/2009/08/la-guerra-in-casa.html' title='La guerra in casa'/><author><name>andrea rossi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/10741692204208134661</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='23' height='32' src='http://img512.imageshack.us/img512/125/carlistasdy2.jpg'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3929441310239027592.post-547240058117321394</id><published>2009-06-30T19:49:00.007+01:00</published><updated>2009-06-30T20:02:29.690+01:00</updated><title type='text'>Miscellanea</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;strong&gt;L’asciutto Degrelle contro i viscidi bolscevichi&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Jonathan Littell, &lt;em&gt;Il secco e l’um&lt;/em&gt;ido, Torino, Einaudi, 2009.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Littell è balzato in vetta alle classifiche dei libri venduti grazie al feroce romanzo &lt;em&gt;Le benevole&lt;/em&gt; (Torino, Einaudi, 2007), la vicenda di un ex appartenente alle SS che ricorda e descrive in prima persona il proprio curriculum di persecutore e assassino seriale di ebrei durante la seconda guerra mondiale. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;Il secco e l’umido è un libro curioso, nato durante la stesura del volume di cui sopra. Littell ha infatti studiato le analisi condotte alla fine degli anni settanta da Klaus Theweleit sulle memorie dei componenti dei Freikorps tedeschi (ed. italiana: &lt;em&gt;Fantasie virili&lt;/em&gt;, Milano il Saggiatore, 1997). Le ricerche sull’autodescrizione dei primi nazisti effettuata dal sociologo tedesco, avevano individuato alcuni “tipi ideali” semantici comuni a tutte le narrazioni: il fascista è rigido, solingo, mentre i comunisti agiscono in orde, viscide, che in genere “attentano” all’asciuttezza del solitario eroe portatore di valori tradizionali (coraggio, cameratismo, civiltà, religione, famiglia, casa, ecc…). Le donne sono assenti, se non sotto la tipologia innocua delle “sorelle” o delle “madri”, in quest’ultimo caso appena diventano tali, scompaiono dalla descrizione. Il prode nazionalista quando muore non “cade”, ma “è sommerso” (sempre rigidamente, a mo’ di barca che affonda).&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Littell utilizza questo schema sul “secco e asciutto” fascista e “l’umido e melmoso” russo-bolscevico nell’analisi di un classico della letteratura neofascista, &lt;em&gt;Front de l’est&lt;/em&gt; di Leon Degrelle, inerente l’esperienza bellica come volontario prima nella Wehrmacht e poi nelle SS del leader rexista belga. Qui effettivamente si riscontrano senz’alcun dubbio le categorie di Theweleit: Degrelle è l’eroe solitario, mentre gli avversari sovietici sono dipinti sotto forme di vita subumane (serpi, insetti, microbi), ed infine una volta morti, semplicemente massa putrescente con cui Degrelle non intende entrare in contatto. I compagni sono ricordati solo sotto forma di “eroi morti”: incredibile il fatto che il comandante della legione vallona, Lucien Lippert, sia nominato solo una volta, ossia quando viene ucciso; in ogni caso quando cadono, gli eroi lo fanno – sempre rigidamente – sul campo di battaglia. Finito il secondo conflitto mondiale, Degrelle, esule in Spagna, continuerà a indossare la propria divisa di colonnello delle SS a beneficio dei fotografi e degli intervistatori, facendo risultare chiara la propria incapacità di adattamento al dopoguerra.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Quello che ci balza agli occhi è la presenza di tutti o quasi questi stereotipi nella maggior parte delle autobiografie degli ex di Salò; da Giorgio Pisanò a Giuseppe Rocco, da Nino Arena a Carlo Rivolta, l’idealtipo di Theweleit si ritrova puntuale: eroi solitari, nemici polimorfi e “umidi” (striscianti, in agguato, vili, nell’ombra), caduti eroici che si “irrigidiscono” nella morte (ma sono rigidi anche prima: nel saluto romano, sull’attenti, mentre procedono in parata), donne “sorelle” (le ausiliarie); i reduci poi sono in genere incapaci di trovare un inserimento nella vita democratica postbellica, e conducono esistenze grigie nel continuo rimpianto delle proprie esperienze “virili” e giovanili.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Confidiamo che quanto prima qualche studioso di casa nostra, evitando i consueti provincialismi, possa condurre una analisi in questo senso, davvero curioso e stimolante, sulla storia della RSI.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;strong&gt;I rivoluzionari de’noartri…&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Richard Drake, &lt;em&gt;Apostoli e agitatori&lt;/em&gt;, Firenze, Le Lettere, 2008&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Qualche tempo fa l’allora presidente della regione, Lazio Francesco Storace, così come il deputato Giuseppe Garagnani, chiesero a gran voce una revisione dei manuali di storia delle scuole superiori, a parer loro condizionati dai convincimenti marxisti di gran parte dei loro redattori. In realtà, a nostro modesto avviso, più che una epurazione selvaggia dei libri di testo, sarebbe sufficiente affiancare ai volumi oggi utilizzati alcune opere di orientamento diverso, ma non per questo meno scientifico.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;In quest’ottica il libro che Richard Drake ha dedicato agli esponenti di spicco della tradizione rivoluzionaria del marxismo italiano, sarebbe a nostro avviso da utilizzare come strumento sussidiario ai testi di storia contemporanea comunemente adottati alle superiori. Con una prosa piana, serena ed uno stile esemplare, lo studioso americano analizza (impietosamente) le biografie dei leader socialisti nostrani, partendo da un dato di fatto difficilmente contestabile: il pensiero di Marx era giunto in Italia più o meno sotto forma di “Bignami”, perlopiù interpretato da alcuni degli epigoni più estremisti del filosofo tedesco. Carlo Cafiero, il primo di questi che viene studiato da Drake, iniziò la lunga serie dei velleitari tentativi rivoluzionari che avrebbe costellato i cent’anni successivi del comunismo italiano con l’abortita insurrezione romagnola del 1874. Già a fine ottocento la vena estremista della sinistra poteva agevolmente far scivolare alcuni dei suoi leader sul versante opposto, ossia verso la destra nazionalista e imperialista; la parabola di Antonio Labriola che partì da Engels per finire dalle parti di Enrico Corradini la dice lunga sulla tortuosa mentalità di alcuni teorici del socialismo italiano. Alla fine della “belle epoque” Arturo Labriola era il principale apostolo del pensiero del filosofo prediletto dagli agitatori di casa nostra: non Karl Marx, ovviamente, ma la sua versione in sedicesimo, ossia Georges Sorel, predicatore della violenza rivoluzionaria “senza se e senza ma”: unico linguaggio che il proletariato italiano pareva in grado di comprendere, come dimostrò ad abundantiam Benito Mussolini. Non casualmente la dittatura fascista ebbe tra i suoi maggiori esponenti e teorici proprio gli ex sindacalisti rivoluzionari (Edmondo Rossoni e Michele Bianchi su tutti) i quali non fecero altro che mettere in pratica quello che avevano predicato per anni, ossia l’uso spregiudicato della forza. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;/span&gt; &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;Nella stagione della dittatura fascista, senz’altro provocata dai tanti teorici del “tanto peggio tanto meglio” (come Amadeo Bordiga, uno dei protagonisti della scissione del partito socialista a Livorno nel 1921), fu Antonio Gramsci a teorizzare le basi su cui si sarebbero plasmate le generazioni successive dei quadri comunisti durante la clandestinità, la guerra di Spagna e la guerra di liberazione. Le sue analisi sull’Italia del ‘900, spesso impietose, segnarono anche una progressiva revisione dei miti del socialismo italiano, primo fra tutti quello catartico della rivoluzione che arriva dal cielo, come lo Spirito santo. Infine, ultimo nell’analisi di Drake, Palmiro Togliatti, che di Gramsci fu l’interprete “acrobatico”, il quale ebbe la missione non facile di coniugare il comunismo sovietico con l’articolato pensiero dello studioso sardo senza violare le ferree leggi staliniane di cui egli era un seguace di cristallina fedeltà.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;Infine lo storico americano si sofferma con lucidità in appendice sui tragici cascami di questa ideologia fallimentare, ossia la stagione del terrorismo nel nostro paese; a differenza di quanto predicato da numerosi studiosi di orientamento marxista, i giovani che presero le armi contro “la dittatura borghese” non erano corpi estranei al comunismo italiano, ma i naturali eredi di una tradizione che aveva costruito un mito attorno al culto della violenza risolutrice. Così lo studioso conclude il suo lavoro: “… &lt;em&gt;Non importava che solo poche persone avessero sostenuto le Brigate Rosse sino al 2002. Quanti sostenitori aveva avuto Lenin nel 1902? La cosa importante era tenere accesa la fiamma della rivoluzione nella gelida oscurità dell’egemonia capitalista&lt;/em&gt; …” (p. 288). Anche a costo del sacrificio di vite preziose come quelle degli “odiati” riformisti, come Massimo d’Antona o Marco Biagi.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;strong&gt;L’arido maestro del giornalismo italiano&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Indro Montanelli , &lt;em&gt;I conti con me stesso&lt;/em&gt;, Milano, Rizzoli, 2009&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non ha tutti i torti Mario Cervi a riconoscere negli estratti dei diari di Indro Montanelli il tratto vero di uno dei maestri del giornalismo italiano, ossia la sprezzante ferocia nei confronti del prossimo. A questo vorremmo aggiungere il non esaltante quadro delle redazioni italiane nella seconda metà del novecento, piene di intrallazzi più o meno puliti per favorire o affondare colleghi, le relazioni quasi mai “super partes” con il mondo politico, il privato misero a fronte dell’immagine pubblica brillante di alcuni intellettuali di casa nostra: atroce il ritratto di Ennio Flaiano e del suo inesistente rapporto affettivo con la figlia portatrice di handicap (p. 145). Purtroppo ci sarebbe interessato sapere e capire di più, ma per una scelta poco comprensibile dell’editore, solo alcuni scampoli delle riflessioni montanelliane sono state date alle stampe, ossia quelle dei periodi 1957-58, 1966-72 e 1977-78.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;E’ comunque uno spaccato interessante per chiunque si volesse avvicinare alla visione che del mondo aveva il giornalista toscano. A noi ci è parso di individuare come elementi sostanziali, oltre alla prosa bruciante, una sostanziale attinenza con la filosofia spicciola di certa provincia toscana che noi ben conosciamo, provenendo dal pian di Pisa. Memorabile la narrazione dei funerali dello zio dell’autore, svoltisi a Fucecchio, che paiono usciti dalla pellicola “Amici Miei”, con i commenti dei cugini (e quanti ne abbiamo sentiti di simili), i quali riflettono a mezza voce: “&lt;em&gt;era l’ultimo dei vecchi: i prossimi siam noi, vai&lt;/em&gt;…” (pp. 82-83).&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;Per il resto, davvero, il dato qualificante ci pare l’aridità del personaggio, sempre ammesso che Montanelli non si fosse rappresentato così volutamente, sapendo che i suoi diari privati prima o poi sarebbero divenuti pubblici; nonostante ciò si fatica a non condividere il malcelato disappunto dell’autore nei giorni successivi all’attentato brigatista del giugno 1977, quando la notizia fu riportata fra le “brevi” del Corriere della Sera, testata a cui aveva dedicato più di trent’anni del proprio lavoro professionale; secco il commento: “&lt;em&gt;Ma da quali ometti è rappresentato questo povero giornalismo italiano!&lt;/em&gt;” (p. 219). Effettivamente, oltre ai penosi silenzi, spiccarono alcune prese di posizione invero non memorabili, come quella di Claudio Petruccioli che dalle colonne de “L’Unità” invitava Montanelli a riflettere bene sull’accaduto e sulla sua posizione nei confronti del PCI; un po’ come dire che, in fondo, se l’era cercata. Questo il clima culturale alla fine dei “mitici anni ’70”…&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;In conclusione aggiungiamo che la prefazione e le annotazioni al testo redatte da Sergio Romano ci sono parse a dir poco frettolose, se non addirittura carenti nell’inquadrare i periodi storici oggetto dei diari. Imbarazzanti alcune note al testo, come quella che indica come segretario della DC “&lt;em&gt;Benito&lt;/em&gt;” Zaccagnini (sic, p. 270).&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;strong&gt;Vulgate lunghe, memorie corte&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Paolo Paoletti, &lt;em&gt;Vallucciole, una strage dimenticata&lt;/em&gt;, Firenze, Le Lettere, 2009&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E’ possibile per uno storico compiere una indagine critica nei confronti di una azione partigiana? Leggendo la ricerca di Paoletti, documentata con la consueta ricchezza di dati, informazioni, bibliografia e testimonianze, la domanda è tutt’altro che peregrina. Fra il 13 ed il 17 aprile 1944, un gruppo di combattimento appartenente alla divisione corazzata “Hermann Göring”(HG), nel corso di una azione antipartigiana lungamente e attentamente studiata, massacrava a Vallucciole, nell’alto Casentino, oltre cento civili, perlopiù vecchi, donne, bambini e neonati. E’ il primo eccidio indiscriminato nel corso dell’occupazione tedesca in Toscana, purtroppo uno dei meno ricordati ancor’oggi, nonostante le sue dimensioni e i tratti invero efferati dell’intera azione condotta dai nazisti della HG.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;Dopo l’attenta e sofferta narrazione dell’episodio, l’attenzione di Paoletti, “sine ira et studio”, si rivolge all’antefatto della strage, che rappresenta una parte non marginale dell’intera vicenda. L’azione antipartigiana era stata preceduta dalla missione esplorativa di alcuni elementi del reparto, i quali in abito civile avevano sondato il territorio, venendo intercettati nella località di Molin di Bucchio da un gruppo partigiano garibaldino; i patrioti uccisero due dei tre componenti della pattuglia della “Hermann Göring”, lasciandosene sfuggire uno e lasciarono i cadaveri degli altri all’interno della loro autovettura, senza pensare ne’ a nasconderli, ne’ ad avvertire le popolazioni dell’incombente pericolo. Di seguito l’azione antipartigiana, che coinvolse tutto il massiccio del Falterona ed ebbe una particolare intensità e tratti di autentica ferocia contro i civili proprio dove si era svolto lo scontro a fuoco in cui erano caduti i tedeschi.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;Il ricercatore fiorentino, pianamente, critica le mancanze dei partigiani: l’inutilità e l’insipienza di quelle uccisioni, la disattenzione nei confronti della popolazione che avrebbe di lì a poco subito le conseguenze di un rastrellamento condotto da truppe scelte e spietate, l’utilizzo delle informazioni presenti nelle carte rinvenute addosso ai tedeschi unicamente al fine di proteggere le unità partigiane e predisporre la fuga dal cerchio di fuoco che stava per circondarli; per finire Paoletti avanza la sua ipotesi, ossia che il surplus di ferocia sia stato dovuto all’azione dei commilitoni degli uccisi, i quali sfogarono contro i civili inermi la rabbia per la morte dei compagni di reparto e il fatto che, almeno in apparenza, i due caduti fossero stati “finiti” dopo essere stati feriti, fatto non accertato, ma a quanto pare, assai plausibile.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;Paoletti, nelle conclusioni, inizia un ragionamento che andrebbe dibattuto a parer nostro in modo più approfondito: quali e quante altre stragi naziste furono condotte con ferocia indiscriminata non solo perché esisteva una “guerra ai civili”, ma anche per le modalità con cui erano state condotte le azioni dei partigiani? Queste ultime vanno sempre e comunque giudicate “in toto” come una guerra senza tregua contro l’invasore, senza esprimere alcun tipo di giudizio di tipo militare, sociale, civile? E’ possibile, al contrario, fare distinzioni fra atti condotti in modo utile coerente e coraggioso, e terribili errori che produssero conseguenze atroci non solo per i patrioti ma per cittadini inermi?&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;Peter Tompkins, agente britannico che a Roma conduceva assieme ai gappisti la lotta contro i tedeschi, riguardo all’attentato di via Rasella commentava: “un’azione maledettamente ben riuscita. Ma nel posto e nel momento sbagliato”.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;Ci auguriamo che questi possano essere spunti per una discussione fra studiosi e non per polemiche ideologiche. E siamo grati a Paoletti per la sua ennesima, valorosa prova di “outrider” della ricerca storica.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3929441310239027592-547240058117321394?l=orientamentistorici.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3929441310239027592/posts/default/547240058117321394'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3929441310239027592/posts/default/547240058117321394'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://orientamentistorici.blogspot.com/2009/06/miscellanea.html' title='Miscellanea'/><author><name>andrea rossi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/10741692204208134661</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='23' height='32' src='http://img512.imageshack.us/img512/125/carlistasdy2.jpg'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3929441310239027592.post-9106336283159412244</id><published>2009-04-28T20:30:00.008+01:00</published><updated>2009-04-29T20:10:56.977+01:00</updated><title type='text'>Immagini dei perdenti in camicia nera</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;strong&gt;Reporter di una sconfitta imminente&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Attilio Viziano, &lt;em&gt;Ricordi di un corrispondente di guerra&lt;/em&gt;, Milano, Marvia, 2008&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Alcune delle immagini di Attilio Viziano, classe 1923, erano già state pubblicate in altri volumi di storia della RSI, o addirittura in testate giornalistiche di Salò, per la loro qualità e per gli scritti (non privi di verve) del giovane giornalista ligure. Il “corpus” fotografico era invece sinora rimasto inedito, e il volume edito da Marvia raccoglie oltre trecento degli scatti in possesso di Viziano. E’ una documentazione di notevole importanza, per qualità e quantità, che copre circa un anno della storia di Salò, dalla tarda primavera del 1944 sino a quella del 1945.&lt;br /&gt;Viziano, appartenente all’aeronautica della RSI, viene inserito nella compagnia operativa di propaganda (COP) delle forze armate salotine e compie un corso di preparazione presso l’Istituto Luce a Venezia, dopodiché, ai primi di settembre del 1944, è inviato assieme ad una ventina di colleghi a Heuberg, in Germania, dove è in fase di istruzione la divisione bersaglieri Italia. Sono foto interessanti, anche per osservare come si presentava il Reich nell’ultimo anno di guerra; quello che salta immediatamente all’occhio è che a fronte di città pesantemente bombardate, la campagna e i piccoli borghi agricoli ci appaiono pressoché intatti. Arrivato a Heuberg, nonostante il reporter cerchi in ogni modo di selezionare con cura i soggetti, l’apparenza complessiva dei soldati è sconfortante: baraccamenti deprimenti, equipaggiamenti e abbigliamento eterogeneo se non zingaresco, espressioni di gente assente o comunque poco convinta. Il reportage su una celebrazione italo-tedesca (forse l’11 novembre 1944) nello sfondo di un grigiore autunnale, vorrebbe essere marziale, ma ci appare cupo e triste, lasciando intravedere pure scampoli di irrisione da parte dei civili (soprattutto bambini: donne, uomini e vecchi sono quasi assenti, evidentemente tutti inseriti nell’ingranaggio bellico nazista) che ridono e scherzano al passaggio dei “soldati gallina”.&lt;br /&gt;Tornato in Italia nell’ultimo inverno di guerra, Viziano si reca presso i posti avanzati tenuti dalla divisione Monterosa sulle Alpi occidentali. Le foto sono prevalentemente dedicate a soggetti militareschi, mentre manca del tutto la popolazione civile; pochissime foto sono dedicate ai borghi della montagna piemontese, che ci appaiono semideserti, animati solo dai militari di Salò.&lt;br /&gt;Di notevole interesse una ventina di immagini che Viziano dedica alle giornate milanesi di Benito Mussolini del dicembre 1944; impietosi i primi piani dello smagrito duce e dei suoi ultimi fedeli in divisa (Barracu, Pavolini, Romano) e altrettanto sconfortante un campo lungo che fa emergere come la gente si sia raccolta tutta attorno al duce, che saluta dal tettuccio di un carro armato. In via Cordusio la folla si dirada, sino a lasciare ampi spazi di strada deserta, qua e là punteggiata di camicie nere e tedeschi curiosi di quell’ultimo e inatteso spettacolo. Poi ancora guerra. Fotografie del raggruppamento Cacciatori degli Appennini impegnato nelle Langhe contro i partigiani (non un volto sorridente, nemmeno nei primi piani più curati) e infine gli NP della X Mas sul fiume Senio, i quali, ai primi di aprile del 1945, più che impegnarsi in improbabili offensive, paiono cercare riparo dal diluvio di fuoco che proviene dall’8° armata britannica, ormai pronta all’offensiva finale.&lt;br /&gt;I ricordi di Viziano, perlopiù sereni e non faziosi, corredano le fotografie del volume, che è di notevole importanza (non solo iconografica) per la ricostruzione dell’ultimo anno di guerra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Giornalista, fotografo, fascista&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Antonio Lombardi, &lt;em&gt;Dalle Alpi a Heuberg&lt;/em&gt;, Genova, Effepi, 2006&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Recensiamo, con colpevole ritardo dovuto alla non conoscenza di questo volume, la raccolta delle circa duecento fotografie – quasi tutte inedite – che il giornalista Carlo Crudo (anch’egli facente parte della compagnia operativa di propaganda delle forze armate della RSI) aveva scattato nel biennio 1943-45. E’ un percorso del tutto simile a quello di Viziano - i due si fotografano vicendevolmente in Germania - se non per la vicenda umana del protagonista. Crudo, trentacinquenne, è un fascista senza compromessi, che dopo l’armistizio si è immediatamente messo a disposizione delle autorità di Salò; dai primi del 1944 è direttore del foglio fascista aostano “La Provincia alpina” e assieme sottufficiale del battaglione autonomo Moschettieri delle Alpi, costantemente impegnato in azioni antipartigiane.&lt;br /&gt;Le foto sono di qualità inferiore rispetto a quelle del suo collega ligure, ma non per questo meno interessanti. Per quel che concerne la parte relativa al campo di addestramento di Heuberg, anzi, sono forse addirittura più eloquenti dello stato di assoluta penuria che caratterizzava l’equipaggiamento di questi soldati. In alcuni scatti vengono ripresi insieme dozzine di militari vestiti con le uniformi più disparate (perfino da marinai), spesso senza armamento individuale. Incredibile la differenza con gli scatti ufficiali della visita di Mussolini, avvenuta qualche settimana prima. Gli uomini inquadrati, perso ogni residuale entusiasmo, appaiono consci del fatto di essere merce di scambio fra la RSI ed il Reich, che li vorrebbe destinati immediatamente all’antiaerea come ausiliari.&lt;br /&gt;Al rientro in Italia, dopo alcuni reportage dedicati ai danni provocati dai bombardamenti alleati, Crudo viene inviato a documentare l’attività delle SS italiane in Piemonte, probabilmente nell’autunno 1944. Le truppe con le mostrine nere (talvolta del tutto in divisa tedesca, elmetto compreso: si tratta forse del battaglione Debiça) sono ritratte mentre passano attraverso borghi e campagne deserte. Non si vedono civili, ma solo militari nazisti. Le ultime foto sono curiose: Crudo è impegnato a lanciare con un mortaio dei proiettili caricati con dei volantini, probabilmente destinati alle formazioni partigiane piemontesi. Non conosciamo l’esito di questa, invero ingenua, azione di propaganda che conclude l’album del direttore de “La provincia alpina”.&lt;br /&gt;Come nel caso del precedente volume, si tratta di documentazione preziosa per comprendere fatti ed episodi sino ad oggi scarsamente documentati dal punto di vista visivo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;strong&gt;Propaganda e quotidianità nella repubblica di Mussolini&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Roberto Chiarini, Marco Cuzzi (a cura di), &lt;em&gt;Vivere al tempo della Repubblica sociale italiana&lt;/em&gt;, Brescia, Massetti Rodella editori, 2007&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Anche in questo caso redigiamo una recensione “ritardataria”, dovuta forse – oltre che a nostre innegabili lacune – alla scarsa pubblicità data a questa pubblicazione, che riserva invece vari motivi di interesse. Si tratta di documenti, foto e manifesti facenti parte di una mostra tenutasi a Salò nel 2004, in occasione del convegno per il debutto dell’attività del Centro studi e documentazione sul periodo storico della RSI. I testi che corredano le immagini sono di due studiosi di provate capacità come Roberto Chiarini e Marco Cuzzi, i quali hanno avuto il grande pregio – precisato in premessa – di non soffermarsi sui temi che in quel tempo infelice furono “… illuminati dai riflettori della politica e dai circuiti delle azioni militari …” (p. 7), restando invece al quotidiano, e alle immagini che del quotidiano offrono i documenti del vivere civile e i manifesti dell’apparato propagandistico salotino.&lt;br /&gt;Se diverse illustrazioni erano conosciute, altre ci sono risultate inedite, come la selezione di alcune strisce di fumetti editi a Salò, o addirittura stupefacenti (il programma dell’ippodromo di San Siro con le corse dell’aprile 1945 e gli appunti di qualche solerte scommettitore). Poco di nuovo nelle rappresentazioni dei nemici dell’Asse, argomento che se da un lato dimostra una propaganda basata su stereotipi ormai frusti (l’ignoranza degli statunitensi, la prepotenza dei britannici, la bestialità sovietica e la cupidigia ebraica), dall’altro fa riflettere come sia pure nelle ristrettezze del Garda, il dicastero di Fernando Mezzasoma avesse nell’ottica mussoliniana un ruolo ancor più centrale che nel ventennio precedente: non possedendo nulla di solido con cui convincere gli italiani, evidentemente il duce si aggrappava ai manifesti e alle vignette di alcune fra le migliori firme della grafica italiana, da Boccasile a De Seta.&lt;br /&gt;Non si può infine non restare allibiti di fronte al diagramma di sconcertante complicazione (p. 134), redatto per far capire ai gerarchi di Salò quanto i direttori delle testate del nord Italia polemizzassero fra loro invece di concentrarsi – comunque inutilmente – a fornire le notizie del Micup (già Minculpop) ai recalcitranti sudditi della repubblica gardesana.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;strong&gt;La legione dei plebei&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Carlo Rivolta, &lt;em&gt;Arditi del 1944&lt;/em&gt;, Pavia, Maro, 2008.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Carlo Rivolta, reduce della legione Ettore Muti, ha speso buona della propria esistenza (è scomparso nel 2008) a cercare di dimostrare, tramite documenti, narrazioni autobiografiche e testimonianze, che il proprio reparto era sostanzialmente diverso da come la storiografia l’aveva dipinto per cinquant’anni. Compito invero improbo, sui cui risultati lasciamo il lettore a decidere.&lt;br /&gt;L’ultima fatica di questo autore è un curioso volume, nel quale sono raccolti, in modo spesso confuso e non sempre comprensibile dai non addetti ai lavori, una serie di carte, ritagli di giornali e fotografie d’epoca, nonché intere pagine di elenchi telefonici milanesi del 1944-45. L’insieme di questo bric-a-brac ci è apparso comunque interessante: diversi documenti interni – comunicazioni, ordini del giorno, ordini di servizio – offrono uno spaccato del reparto più apertamente “plebeo” della Milano repubblichina. Una formazione che, stando alla rassegna stampa raccolta da Rivolta, appare incredibilmente sovrarappresentata sulla stampa del capoluogo lombardo (e non solo) rispetto al suo peso reale, sempre attorno a 1.200 unità, ed inoltre mai utilizzato dalle SS a livello superiore di quello di compagnia. Di notevole rilievo, almeno a nostro avviso, quanto l’autore è riuscito a raccogliere in merito alla morte del comandante della Muti, lo squadrista Franco Colombo, fucilato sul lago di Como dopo aver fatto parte con elementi dei servizi segreti americani e regi ad un tentativo di “recupero” del duce.&lt;br /&gt;Incommentabili, infine, le foto raccolte nelle ultime pagine, dove si può osservare un meeting di “renactor” giapponesi i quali hanno deciso di ricostruire minuziosamente uniformi ed equipaggiamento del reparto al fine di ritrovarsi nei giorni festivi a simulare rastrellamenti e azioni antipartigiane, assieme ad amici e colleghi in divisa da paracadutisti nazisti o da brigatisti neri. Lasciamo al lettore ogni considerazione su cosa provocherebbe una “reunion” di questo genere nel nostro paese. Indubbiamente il mondo è bello (o brutto) perché è vario. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3929441310239027592-9106336283159412244?l=orientamentistorici.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3929441310239027592/posts/default/9106336283159412244'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3929441310239027592/posts/default/9106336283159412244'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://orientamentistorici.blogspot.com/2009/04/immagini-dei-perdenti-in-camicia-nera.html' title='Immagini dei perdenti in camicia nera'/><author><name>andrea rossi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/10741692204208134661</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='23' height='32' src='http://img512.imageshack.us/img512/125/carlistasdy2.jpg'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3929441310239027592.post-5578019044158976542</id><published>2009-02-18T12:04:00.003Z</published><updated>2009-02-18T12:14:04.288Z</updated><title type='text'>Confini orientali</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;strong&gt;Dagli ai preti…&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Massimiliano Ferrara, &lt;em&gt;Ante Pavelic, il duce croato&lt;/em&gt;, Udine, Kappavu, 2008.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;Massimiliano Ferrara, dottore di ricerca in storia ed istituzioni dei paesi extraeuropei, collaboratore della rivista “Limes”, dedica alla vicenda del movimento Ustascia e al suo capo, Ante Pavelic, un volume con buone intenzioni e risultati alterni. Tramite una raccolta di documenti inediti provenienti dall’archivio centrale dello stato e in particolare dal fondo “fuoriusciti croati”, l’autore fa ben comprendere come il ministero dell’Interno fascista negli anni ’30 avesse in ogni modo favorito l’aggregazione degli esuli croati più radicali attorno al Poglavnik, il duce Ustascia e il più deciso fra gli oppositori dei Karageorgevic a condurre con metodi terroristici la lotta politica. Appare da quanto sopra riportato del tutto evidente un coinvolgimento, quantomeno indiretto, del regime e delle sue strutture poliziesche nell’appoggio all’attentato che costò la vita al re Alessandro I a Marsiglia nel 1934.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;/span&gt; &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;Queste interessanti scoperte, comprese quelle legate all’agiata vita di Pavelic a Siena alla fine degli anni ’30, purtroppo faticano a bilanciare una scadente seconda parte dello studio. Basata quasi unicamente sui datati studi di Giacomo Scotti, la vicenda della Croazia indipendente del 1941-45 è tratteggiata in modo superficiale e spesso impreciso, specie nell’analisi delle formazioni militari (pp. 179-181). Il tono si abbassa ancor più nel finale, nel quale l’autore, dando fondo ad una rassegna di pregiudizi anticlericali, presenta come certezza il pieno appoggio del Vaticano (tutto intero, ovviamente) ai criminali di guerra in fuga dalla Jugoslavia. La tesi, invero non particolarmente originale, è suffragata more solito dalla faziosa raccolta di documenti presente nel volume di Marco Aurelio Rivelli, &lt;em&gt;L’arcivescovo del genocidio&lt;/em&gt;, (Milano, Kaos, 1999), lavoro piuttosto datato che evidentemente continua ad essere una ingiustificata fonte di studio sul quel fosco periodo. Il livello generale della produzione di quest’ultimo autore è peraltro ben esemplificato da alcune righe, riportate da Ferrara senza alcuna riserva: “… La Santa Sede aiutò a fuggire duecento ustascia e cinquemila delinquenti nazisti (&lt;em&gt;sic, n.d.a&lt;/em&gt;.), l’aristocrazia del crimine, fra i quali il dottor Mengele, Walter Rauff, Adolf Eichmann, Erich Priebke, Franz Stangl …” (p. 208).&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;Come sia possibile che un promettente studioso come Ferrara si rassegni a prendere come oro colato affermazioni apodittiche come quelle sopra riportate è mistero doloroso. Ancor più misterioso ci appare l’entusiasmo del direttore di “Limes”, Lucio Caracciolo, che presenta nell’introduzione queste presunte scoperte come la “… chiara dimostrazione della collaborazione fra Vaticano e regime ustascia …” (p. IX). Addirittura.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;strong&gt;La Jugoslavia sotto il giogo italiano&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Francesco Caccamo, Luciano Monzali (a cura di), &lt;em&gt;L’occupazione italiana della Jugoslavia (1941-43)&lt;/em&gt;, Firenze, Le Lettere, 2008&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il volume raccoglie le ricerche di alcuni studiosi di storia dei Balcani nel periodo a cavallo fra la fine degli anni ’30 e la conclusione della 2° guerra mondiale.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;Nel primo saggio Massimo Bucarelli si occupa con compiutezza dell’ondivaga politica estera del regime, dovuta non solo alle alterne decisioni del duce, ma anche a orientamenti spesso assai diversi del corpo diplomatico italiano, diviso fra nazionalisti che ritenevano il “regno dei croati, degli sloveni e dei serbi” un artificio nato sui tavoli di Versailles, e personale più equilibrato che vedeva il fragile stato dei Karageorgevic come un naturale alleato dell’Italia all’interno dei Balcani. La Croazia indipendente è oggetto delle precise analisi di Luciano Monzali, il quale conferma la spaccatura fra i militari del regio esercito, dai vertici alla base inclini a non tollerare le atrocità del governo di Ante Pavelic, e gli esponenti del governo civile, più attenti agli umori politici romani, o decisamente fascisti di convinzione (specie l’ambasciatore a Zagabria Raffaele Casertano, poi aderente alla RSI come larga parte dei prefetti e dei segretari federali inviati nelle zone occupate). &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;/span&gt; &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;Francesco Caccamo, nell’esaminare l’occupazione del Montenegro rileva lo “stato confusionale” della politica estera del regime anche in territori, come quello della piccola nazione balcanica, in cui una maggiore accortezza diplomatica avrebbe potuto evitare la catastrofe della insurrezione generale avvenuta nell’estate 1941. Marco Cuzzi presenta una sintesi aggiornata dei suoi fondamentali studi sulla “Slovenia italiana”, approfondendo alcuni temi in genere ignorati o sottovalutati da altri studiosi, come il peso che ebbe l’orientamento del clero durante l’occupazione e i numerosi e partecipati movimenti nazionalisti che combatterono al fianco delle forze armate regie durante una sanguinosa guerra civile destinata a protrarsi ben oltre la dissoluzione del nostro esercito nel settembre 1943. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;/span&gt; &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;Luca Micheletta, nella sua esposizione delle vicende della “grande Albania” ampliata sino al Kossovo, dimostra ancora una volta l’insipienza e l’arroganza dei proconsoli mussoliniani inviati nei Balcani. Andrea Ungari descrive una ulteriore variabile presente in questo scacchiere, ossia la “diplomazia parallela” di casa Savoia, i cui obiettivi spesso non coincidevano con quelli del duce: la vicenda di Aimone di Savoia-Aosta, re (senza corona) della Croazia, è in questo senso esemplare. Anna Millo affronta senza stiracchiature agiografiche o ideologiche il tema della protezione offerta agli ebrei da parte delle autorità civili e militari italiane 1941-43, mentre Maria Teresa Giusti compie una carrellata sulle tendenze storiografiche inerenti la nostra occupazione nei Balcani.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;In conclusione ci troviamo di fronte a un volume che non può mancare nella biblioteca degli studiosi più attenti alla storia della Jugoslavia nel corso del secondo conflitto mondiale.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Alpini di Salò nel Goriziano&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Carlo Cucut, &lt;em&gt;Penne nere sul confine orientale&lt;/em&gt;, Milano, Marvia, 2008&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il reggimento alpini “Tagliamento”, comandato dal colonnello Ermacora Zuliani, fu uno dei reparti della RSI sui cui maggiormente gravò il peso della lotta antipartigiana fra il 1943 ed il 1945 nella parte orientale del Friuli. Il lavoro di Carlo Cucut, già autore di una opera d’insieme sulle forze armate di Salò, porta alla luce le vicende di questa formazione, avvalendosi di documenti e testimonianze in gran parte inedite, come il diario storico del reparto e i ricordi di diversi reduci dell’unità. Completa lo studio una ricca appendice fotografica, composta da materiale anch’esso mai in precedenza pubblicato e di grande interesse iconografico.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Accanto a questi indubbi lati positivi, il lavoro presenta le consuete carenze presenti in tutte le agiografie dei reparti della RSI, mancanze che non sono legate a quanto viene presentato (come il dettaglio della composizione dei presidi del reggimento nel corso del 1944) ma in quello che non viene narrato: le rappresaglie, le fucilazioni (che pure ci furono) e le conseguenze che ebbe la guerriglia senza tregua del “Tagliamento” sui civili sloveni. C’è poi la rappresentazione di comodo della Venezia Giulia di allora, dipinta come l’estrema propaggine dell’Italia di Mussolini e antemurale della Jugoslavia titina, quando è cosa nota che il duce governava (e neppure troppo) sino ai dintorni di Treviso. La Gorizia-Görz-Gorica attorno a cui si svolge la storia del reggimento era invece uno dei capoluoghi dell’Adriatisches Küstenland, zona di operazioni con un governatore nazista, il gauleiter Friedrich Reiner ed un feroce capo della polizia, Odilo Globocnik, già protagonista indiscusso dello sterminio degli ebrei polacchi. &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt; &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Quest’ultimo era l’autorità suprema a cui rispondeva Zuliani, così come tutti i comandanti delle altre formazioni collaborazioniste italiane (i reggimenti della milizia difesa territoriale ed i battaglioni della X Mas) e straniere (le compagnie dello “Slovensko domobranstvo”, i battaglioni cetnici e le unità cosacche). L’autore inoltre non aggiunge che le varie modifiche apportate al nome del reparto (pp. 50-52) non mutarono l’unica definizione tedesca, ossia “Friaulaner frewilligen regiment Tagliamento”, con l’accento calcato sul “friaulaner” a garanzia di una identità che non contraddicesse l’avvento del Reich sulle coste dell’Adriatico.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Cucut, infine, tratteggia in poche righe (avrebbe meritato più spazio) la stupefacente conclusione della storia del reggimento: gli uomini del “Tagliamento” il 27 aprile 1945 si tolgono i gladi dalle mostrine, li sostituiscono con coccarde tricolori, ed entrano, colonnello in testa, nella VIII brigata “Osoppo” contribuendo a difendere Cividale prima dai cosacchi e dai tedeschi in ritirata e poi dalle truppe dell’esercito di liberazione jugoslavo.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Una pagina che andrebbe meglio studiata e che parla a volumi di come a far semplici cose che semplici non sono si rischia di far torto alla storia.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Stay behind senza pregiudizi&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Giacomo Pacini, &lt;em&gt;Le organizzazioni paramilitari nell’Italia repubblicana (1945-1991),&lt;/em&gt; Civitavecchia, Prospettiva editrice, 2008.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La vicenda narrata da Giacomo Pacini inizia idealmente nello stesso periodo e nello stesso luogo in cui si conclude il lavoro analizzato in precedenza. L’autore, infatti, narra sine ira et studio la nascita, lo sviluppo e la ramificazione, specie nella Venezia Giulia (ma anche altrove nel nord Italia) delle organizzazioni paramilitari destinate a confluire nell’organizzazione “Stay Behind”. Basandosi su una corposa bibliografia ed una documentazione in gran parte inedita (relazioni delle commissioni parlamentari d’inchiesta, testimonianze di uomini politici e numerosi atti processuali), lo studioso descrive con mano sicura la complessa gestazione che portò alla nascita dei servizi segreti postbellici e soprattutto la difficile organizzazione delle strutture informative nella provincia di Trieste, territorio il cui ritorno all’Italia era tutt’altro che scontato all’inizio degli anni ’50. &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt; &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Il confine fra guerra fredda e guerra “calda” in questa tormentata area ebbe a lungo confini incerti, tanto che le varie associazioni più o meno clandestine, come i circoli “sportivi” triestini o la organizzazione “O” (diretta e naturale filiazione della “Osoppo” del 1943-45) ebbero rapporti con le forze armate e quelle di polizia sotto la supervisione ed il diretto controllo e finanziamento del governo di Roma. Con il trascorrere del tempo alcune di queste formazioni furono infiltrate da elementi di estrema destra, i quali inquinarono fortemente l’attività delle stesse tramite appoggi eterodiretti: uomini dei servizi civili e militari, reti spionistiche straniere legate agli Stati uniti, elementi vicini alla massoneria deviata.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Di grande interesse anche il capitolo dedicato alle organizzazioni paramilitari legate alla Democrazia Cristiana, come il “Movimento di avanguardia cattolica italiana” (MACI), di cui ancora oggi poco o nulla è conosciuto, ma che ebbe una ramificazione ed uno sviluppo, almeno in Lombardia, di proporzioni sconcertanti. Il 18 aprile 1948 fu la data in cui raggiunse lo zenit operativo, che prevedeva in caso di insurrezione comunista anche l’uso delle armi, ma almeno fino alla fine degli anni ’50 il MACI non smobilitò mai per intero.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;In conclusione bene fa l’autore a precisare un concetto che a noi è sempre parso limpido, ma che diversi studiosi fanno ancora fatica a digerire: durante la guerra fra l’occidente e l’oriente il nostro paese fu indossato come un guanto da entità politiche e militari di colore ideologico opposto che si scontrarono in modo tutt’altro che incruento. Trovare il discrimine fra “i buoni” e i “cattivi” in questo scenario è impresa improba. Pacini si ferma infatti sulla soglia dei giudizi morali, lasciandoli doverosamente alla coscienza del lettore; lo studioso però non si scorda di dire che molta della “leggenda nera” su Gladio e dintorni non ha avuto alcun riscontro giudiziario in oltre quindici anni di indagini serrate, volte a dimostrare i legami diretti fra questa struttura e il terrorismo neofascista. Forse perché lo scontro, in fondo, era fra una sia pure imperfetta e sbilenca democrazia, e una ideologia che di democrazia prevedeva solo una forma “popolare”, sperimentata tragicamente al di là della cortina di ferro.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;Non si può quindi che essere grati all’Autore per aver svolto con coscienza un compito complesso e difficile, aprendo le porte ad una stagione di studi che potrebbe (finalmente) essere meno condizionata dai teoremi ideologici di quanto non lo sia stata sino ad ora.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3929441310239027592-5578019044158976542?l=orientamentistorici.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3929441310239027592/posts/default/5578019044158976542'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3929441310239027592/posts/default/5578019044158976542'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://orientamentistorici.blogspot.com/2009/02/confini-orientali.html' title='Confini orientali'/><author><name>andrea rossi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/10741692204208134661</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='23' height='32' src='http://img512.imageshack.us/img512/125/carlistasdy2.jpg'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3929441310239027592.post-126482707872026817</id><published>2008-12-15T19:47:00.005Z</published><updated>2008-12-15T20:07:05.701Z</updated><title type='text'>Buone (e cattive) letture natalizie</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;strong&gt;In fondo a destra…&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Antonio Carioti, &lt;em&gt;Gli orfani di Salò&lt;/em&gt;, Milano, Mursia, 2008&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il volume di Antonio Carioti è balzato agli onori delle cronache per un allucinante episodio di teppismo ideologico avvenuto la scorsa estate in quel di San Giuliano, quando all’autore fu impedito di presentare presso il municipio della cittadina termale pisana il suo studio sulla stagione del protagonismo giovanile dei giovani di destra nell’immediato dopoguerra.&lt;br /&gt;Peccato per chi non l’ha letto (persone che immaginiamo non leggerebbero neppure le guide del Touring ove fosse riportata l’innominabile località gardesana) perché il volume rivela e raccoglie aspetti solo in parte esplorati da altri autori, in genere con taglio agiografico (su tutti rammentiamo lo studio di Nicola Rao &lt;em&gt;Neofascisti!&lt;/em&gt; edito ormai quasi dieci anni fa da Settimo Sigillo), scoprendo un interessante tessuto di consenso che le organizzazioni giovanili e soprattutto universitarie legate al neonato MSI avevano raccolto e consolidato tra la fine degli anni ’40 ed i primi anni ’50.&lt;br /&gt;Si tratta di una prima messa a punto di fatti e questioni che meritano senz’altro maggiori approfondimenti, specie per quanto riguarda il rapporto inquieto fra i giovani post-repubblichini, il partito che solo in parte li rappresentava e le altre forze politiche dell’arco costituzionale; il lavoro di Carioti ha comunque il pregio di aver esposto con prosa semplice, ma non per questo meno documentata, una storia “minore” che comunque mise in luce elementi divenuti in seguito esponenti di spicco del mondo culturale, sindacale e politico della destra italiana.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;strong&gt;Sangue sui Balcani&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Eric Gobetti, &lt;em&gt;L’occupazione allegra&lt;/em&gt;, Roma, Carocci, 2008&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Conveniamo con Giorgio Rochat quando sostiene che lo studio di Eric Gobetti sull’occupazione italiana in Jugoslavia (in realtà il lavoro copre solo una ristretta fascia del paese balcanico, a cavallo fra Dalmazia, Erzegovina e Montenegro) ha un titolo poco azzeccato, ed aggiungiamo che la definizione, in quarta di copertina, dell’autore come “giovane storico” (sic) non appare tra le più felici. Detto ciò, il lavoro ha l’innegabile pregio di essere basato su una notevole messe di documenti e rimandi bibliografici italiani e soprattutto in lingua serbo-croata che Gobetti ha reperito in un suo lungo soggiorno nella ex Jugoslavia.&lt;br /&gt;L’occupazione allegra, che in realtà allegra non fu per nulla, del nostro esercito nei Balcani, fu caratterizzata da politiche eterogenee e non di rado conflittuali che misero per due anni e mezzo l’un contro l’altro il governo di Mussolini, il partito fascista, gli esponenti diplomatici che rappresentavano il regno d’Italia a Zagabria, i governanti civili delle province annesse, gli esponenti dell’esercito e quelli della milizia. In questa surreale congerie di interessi e strategie contrapposte, l’unica cosa vera erano i morti ammazzati: serbi uccisi dagli ustasci e croati per mano dei cetnici, civili passati per le armi da italiani e tedeschi perché fiancheggiatori dei partigiani di Tito o dalle forze armate dell’esercito di liberazione jugoslavo perché ritenuti collaborazionisti (e qui divergiamo dall’autore sulla vetusta questione della violenza “buona” e quella “cattiva”, o su una presunta maggiore “moralità” delle forze partigiane nel trattare i propri nemici e le popolazioni che non appoggiavano il movimento comunista). Ultimi solo per ragioni di elenco in questa non lieta rassegna sono i nostri soldati, caduti a migliaia in una guerra poco sentita e assai meno approvata, che correttamente Gobetti paragona a ciò che fu il Vietnam per gli americani.&lt;br /&gt;Elencati i numerosi pregi, non mancano però consistenti difetti nella ricerca; è presente una certa superficialità nella descrizione di reparti e formazioni militari, soprattutto per quanto riguarda quelli croati e tedeschi. Inoltre lascia stupefatti che in un testo in cui vengono utilizzati elementi d’archivio croati e serbi, nonché una vasta bibliografia jugoslava inedita in Italiano, l’autore non trovi di meglio per inquadrare la delicata vicenda di Alojze Stepinac, vescovo di Zagabria, che il volume denigratorio di Marco Aurelio Rivelli &lt;em&gt;L’arcivescovo del genocidio&lt;/em&gt; (Milano, Kaos edizioni, 1999). Purtroppo questo rientra in un certo anticlericalismo “di ritorno” che sta finendo per accecare anche gli studiosi più ragionevoli.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;strong&gt;Deja-vù&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;AA. VV., &lt;em&gt;La politica del terrore, stragi e violenze naziste in Emilia Romagna&lt;/em&gt;, Napoli, L’ancora del Mediterraneo, 2008&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Si tratta di un volume collettaneo, curato da Luciano Casali e Dianella Gagliani, che riunisce i frutti di una serie di indagini condotte a livello provinciale in tutta l’Emilia Romagna sulle stragi tedesche e fasciste nel territorio regionale.&lt;br /&gt;Il risultato finale è assai eterogeneo per contenuti e risultati; assieme a contributi di notevole spessore, come quello di Carlo Gentile riguardo alla vicenda di Marzabotto, di Marco Minardi sulle fasi finali dell’occupazione tedesca a Parma e di Massimo Storchi sul Reggiano, altri lavori sono più che altro sintesi di studi precedenti, apportando poche novità al tema e una generale sensazione di &lt;em&gt;deja-vu&lt;/em&gt;: mancano infatti ricerche capaci di dire qualcosa di nuovo, o comunque di diverso, su fatti che invece – a parer nostro – necessiterebbero di approfondimenti ben maggiori. Spiace poi constatare che lo spazio dedicato ad alcune province appaia nettamente sbilanciato rispetto ad altre, quasi che di alcune realtà ci fosse da dire quanto basta per riempire cinque paginette scarne di note: è il caso del Ferrarese, descritto dall’incolpevole Davide Guarnieri del quale poco sotto diremo.&lt;br /&gt;Insomma, se questo lavoro doveva essere una sorta di risposta emiliano-romagnola alla corposa rassegna di studi pubblicati presso Carocci in collaborazione con l’Istituto storico della Resistenza toscana, o al volume gemello curato sempre per L’ancora del Mediterraneo da Gianluca Fulvetti e dalla compianta Francesca Pelini (&lt;em&gt;La politica del massacro: per un atlante delle stragi naziste in Toscana&lt;/em&gt;, Napoli, ADM, 2006), ci pare che il confronto sia piuttosto sfavorevole per le ricerche svolte al di sopra dell’Appennino.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;strong&gt;Storie locali da riscrivere&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;D. Guarnieri, &lt;em&gt;Il comandante Pietro – Walter Feggi e la Resistenza ferrarese&lt;/em&gt;, Ferrara, Corbo, 2008&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dopo una tormentata gestazione, vedono finalmente la luce le memorie di Walter Feggi, comandante partigiano nel Basso ferrarese, pubblicate grazie alla perseveranza e alla competenza di Davide Guarnieri, il quale completa l’opera con una appendice abbondante di documenti e biografie. Dall’opera emergono dettagli che gettano una luce nuova, ed in molti casi inquietante, sulla faticosa nascita, la difficile esistenza e la tragica conclusione dell’esperienza patriottica nelle zone della bonifica estense. L’analisi puntuale e dettagliata del curatore – che davvero sarebbe stata meritevole di essere inserita nell’opera collettanea dianzi commentata – mette in evidenza un elemento su tutti: se il partigiano “padano” nella vicina Romagna poteva contare sul favore e l’appoggio quasi generale del mondo contadino, cosa che consentì ad Arrigo Boldrini di portare la lotta ai fascisti in pianura già nella primavera del 1944, sopra al Reno le cose andarono assai diversamente, nonostante sessant’anni di propaganda abbiano cercato di dare a intendere il contrario.&lt;br /&gt;Feggi e i suoi faticarono a trovare appoggi sicuri nelle campagne, vissero un costante isolamento e la paura di essere in qualche modo infiltrati o strumentalizzati da chi stava facendo giochi doppi o tripli alle loro spalle: memorabile la figura di Labindo Bisi, fondatore del fascio repubblicano di Berra, poi partigiano combattente, sindaco della cittadina a guerra finita e infine ucciso in circostanze misteriose nell’estate del 1945; il tentativo di “ravennizzare” il territorio ferrarese, compiuto dai comunisti romagnoli nell’autunno 1944 tramite un inviato di Boldrini, il comandante “Leo”, si risolse in un tragico fallimento. Questi condusse infatti una serie di azioni scriteriate che ebbero come unico risultato quello di condurre alla cattura decine di patrioti, diversi dei quali furono fucilati o deportati, e alla disarticolazione, all’inizio del 1945, di tutta l’attività resistenziale nella zona di Berra e Codigoro. “Leo”, vista la mala parata, scomparve prima della fine della guerra eclissandosi in modo talmente riuscito da risultare a tutt’oggi (incredibilmente) sconosciuto in tutti gli organigrammi dei partigiani ravennati, nonostante documenti e bibliografia lo citino a più riprese. Un caso in cui davvero si fa fatica a non parlare di “sbianchettamento” di tutto ciò che macchiava il blasone leggendario del partigianato romagnolo.&lt;br /&gt;In conclusione Guarnieri e Feggi scrivono finalmente le prime cose serie e documentate (anzi, sarebbe meglio dire le prime cose in assoluto) sulla guerra di liberazione in una parte dell’Emilia Romagna sino ad oggi ignorata dalla grande storia. E di questo non possiamo che portare gratitudine.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;strong&gt;Letto senza essere prevenuto&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Roberto Vivarelli, &lt;em&gt;Fascismo e storia d’Italia&lt;/em&gt;, Bologna, il Mulino, 2008&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Davvero non si capisce l’ostracismo con cui parte della comunità scientifica italiana ha accolto i lavori di Roberto Vivarelli successivi al suo libro autobiografico, in cui narrava la sua esperienza di giovanissimo volontario in camicia nera durante RSI. Desta una certa amarezza il fatto che il giudizio di molti critici attorno a questa raccolta di saggi editi ed inediti sul fascismo non si sia soffermato sui contenuti (i quali possono essere giudicati in modo positivo o negativo per la loro validità), ma, ancora una volta, sul “peccato originale” di non aver esternato in modo chiaro e per tempo le sue scelte di quattordicenne, cosa peraltro non vera, visto che lo studioso senese parlò &lt;em&gt;urbi et orbi&lt;/em&gt; sulle pagine de “Il Ponte” negli anni ’50 della sua condizione di reduce di Salò.&lt;br /&gt;Fatta questa precisazione, in questo volume si rinvengono diversi spunti di interesse: il fatto che il regime non produsse particolari traumi nei corpi dello stato (magistratura, burocrazia, forze armate, università, scuola) tanto che risultano numerosi – e ancor oggi poco studiati – i fattori di continuità che il fascismo ebbe con le istituzioni liberali; il “consenso lungo” che la dittatura ebbe secondo Vivarelli anche dopo l’entrata in guerra, almeno fino a che i rovesci bellici non distrussero la falsa immagine della propaganda fascista. Non meno interessante lo spunto sulla persistenza maggiore nella memoria collettiva delle stragi naziste, le quali produssero un numero di morti (circa 10.000) di quasi quattro volte inferiore alle vittime dei bombardamenti aerei alleati. Ed effettivamente ci è sempre parso ingiusto il diverso livello di ricordo fra i bambini uccisi a S. Anna di Stazzema e quelli morti (e furono decine) nella scuola di Gorla, a Milano, a causa di un bombardamento inglese nell’ottobre 1944.&lt;br /&gt;Altre considerazioni appaiono meno condivisibili: a differenza dello studioso senese, riteniamo che le efferatezze dei tedeschi in Italia avevano effettivamente un’impronta di “tipicità” ideologica chiara ed evidente, e che le precedenti esperienze sul fronte russo di molti reparti della Wehrmacht e delle SS avevano largamente contribuito a far considerare tutti i civili italiani &lt;em&gt;untermensch&lt;/em&gt; (oltre che &lt;em&gt;verraeter&lt;/em&gt;, ovviamente). Neghiamo inoltre che la RSI, in qualche modo sia servita da “scudo” rispetto alle prepotenze naziste.&lt;br /&gt;Detto ciò, le nostre sono opinioni e interpretazioni, esattamente come quelle di Vivarelli. I pregiudizi ideologici li lasciamo volentieri ad altri.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3929441310239027592-126482707872026817?l=orientamentistorici.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3929441310239027592/posts/default/126482707872026817'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3929441310239027592/posts/default/126482707872026817'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://orientamentistorici.blogspot.com/2008/12/buone-e-cattive-letture-natalizie.html' title='Buone (e cattive) letture natalizie'/><author><name>andrea rossi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/10741692204208134661</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='23' height='32' src='http://img512.imageshack.us/img512/125/carlistasdy2.jpg'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3929441310239027592.post-5783047529367467515</id><published>2008-10-25T14:25:00.003+01:00</published><updated>2008-10-25T14:30:01.025+01:00</updated><title type='text'>…L’otto settembre è memorabil data … (Curzio Malaparte)</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;I fatti:&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A Roma, lo scorso 8 settembre, il ministro della Difesa Ignazio La Russa, nel corso del suo intervento in occasione delle commemorazioni della battaglia di Porta san Paolo, episodio culminante della difesa di Roma contro le truppe tedesche, faceva le seguenti affermazioni:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“…&lt;em&gt;Farei un torto alla mia coscienza se non ricordassi che altri militari in divisa, come quelli della Nembo dell’esercito della Repubblica Sociale Italiana, soggettivamente, dal loro punto di vista, combatterono credendo nella difesa della patria, opponendosi nei mesi successivi allo sbarco degli anglo-americani e meritando quindi il rispetto, pur nella differenza di posizioni, di tutti coloro che guardano con obiettività alla storia d'Italia&lt;/em&gt;…”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Purtroppo non è stato possibile, neppure nel sito istituzionale del ministero così come in quello del ministro, rinvenire il testo completo dell’intervento. Non siamo quindi in grado, se non per sommari resoconti di stampa, sapere con esattezza in che contesto Ingazio La Russa abbia pronunciato le parole sopra riportate, sulle quali si è innescata una – assai prevedibile – polemica fra giornalisti, politici e storici di ogni parte politica.&lt;br /&gt;Abbiamo deciso di lasciar “decantare” per alcune settimane questi fatti prima di occuparcene; abbiamo infatti constatato anche in questo caso come i temi più profondi e importanti della nostra cultura e della nostra storia recente si riducano ormai a dei battibecchi polemici che durano lo spazio di un istante. Poi gli accademici tornano nei dipartimenti, i giornalisti alla cronaca e i politici ai loro doveri istituzionali. In questa “distrazione di massa” rispetto a fatti e questioni per noi invece di fondamentale rilievo, abbiamo deciso di coinvolgere alcuni studiosi in una tavola rotonda nel corso della quale riflettere su quanto espresso in modo così inequivocabile dal ministro della Difesa.&lt;br /&gt;Abbiamo chiesto quindi agli amici che partecipano al dibattito, che giudizio dare di queste espressioni, specie alla luce dell’occasione in cui le parole sono state pronunciate, ossia nel corso di una cerimonia – quella di porta San Paolo a Roma – nel corso della quale per decenni gli oratori hanno sottolineato il sacrifico delle forze armate in difesa di scelte del tutto diverse da quelle rammentate da Ignazio La Russa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;VINCENZO PINTO: "le parole di Ignazio La Russa sono molto importanti, perché dimostrano come la Repubblica Italiana nata nel 1948 fu in realtà l’esito di una decisione dei paesi vincitori della guerra, in special modo delle truppe anglo-americane. I sacrifici delle forze armate o delle truppe partigiane non sono sentiti da molti italiani come l’espressione dei propri sentimenti (patriottici) più intimi. Lo stesso credo che valga, a parti invertite, per coloro che scelsero di restare fedeli all’utopia dell’ordine nero. L’assenza di sentimento patriottico è solo una conseguenza di tutto ciò che vi è a monte, ovvero la mancanza di profonda consapevolezza per ciò che l’Italia era ed è diventata tutt’oggi: un paese d’irresponsabili piagnoni. Il panorama piuttosto desolante che si staglia di fronte ai nostri occhi, caratterizzato da assenza di senso civico, da partigianeria della peggior risma viene talora inghirlandato con gli interventi di coloro che ringraziano gli eroi che hanno detto di no ai nemici della libertà. È lecito chiederci che cosa sia il vero eroismo: combattere sui monti per difendere l’idea di libertà? Oppure lottare quotidianamente perché la giustizia trionfi sempre quaggiù in pianura?&lt;br /&gt;Ignazio La Russa ha espresso quello che è il comune sentire di molti italiani di oggi, i quali non sono contenti della classe dirigente che ha governato per tanti decenni sostenendo valori che non sono stati in grado di realizzare nella pratica. Mi si obietterà che i valori sono unicamente stelle fisse del firmamento celeste e che poco o nulla servono a spiegare la dura realtà quotidiana. Mi si obietterà anche che l’establishment riflette pregi e difetti della base. Mi si obietterà anche che l’obiettivo di La Russa era quello di screditare una parte cospicua delle forze partigiane comuniste che combatterono soltanto strumentalmente (chi può negarlo?) per la fine del progetto di “ordine nuovo” (nero) europeo. Non credo che le parole di La Russa siano unicamente l’espressione di un malessere di una parte politica, che si è sentita privata per troppi anni della propria fetta di torta e cerca di re-integrarsi nella storia nazionale. Credo piuttosto che siano un monito contro coloro che continuano a parlare di democrazia agendo da anti-democratici, che parlano di rispetto del proprio prossimo trincerandosi dietro le cosiddette circostanze della vita, che parlano di rispetto soltanto fra presunti pari e che discriminano coloro che non la pensano come loro. A tutte queste persone – e non tanto agli “eroici caduti” della guerra – si rivolge il monito di La Russa: il tempo delle chiacchiere vuote è finito".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;RICCARDO CAPORALE: "Come ho già anticipato sulla mailing list Sissco penso che il ministro abbia fatto detto qualcosa di non richiesto e, soprattutto, di non dovuto. Era infatti lì per ricordare il sacrificio di quella parte di militari che resistettero ai tedeschi.&lt;br /&gt;Il dibattito storico merita un'altra sede. La cultura della destra (post?) fascista rincorre i miti di sempre: l'onore reso dagli Alleati, la “buona fede” dal “loro punto di vista”. Peccato che il “loro punto di vista” non includesse una buona parte di italiani. Questo è un punto fermo che il ministro, volutamente a parer mio, ignora. Ma nelle sue parole vedo anche la debolezza di un sapere storico che, ancora, non è riuscito a creare un forte dibattito nell'opinione pubblica verso una storia condivisa (non parlo di memorie perché ognuno ha la propria) con valori condivisi, da sinistra a destra.&lt;br /&gt;A mio parere questa è una operazione resa molto più difficile a destra, causa la vicinanza, ideale e no, al mondo salotino nel dopoguerra".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;LEONARDO RAITO: "Personalmente credo che sia un segnale di coscienza civile procedere a un tentativo di confronto democratico per costruire una memoria condivisa dei fatti che hanno riguardato l’esperienza della guerra civile. Pur essendo la mia estrazione culturale antifascista, ed essendo portato a rifiutare ogni forma di totalitarismo e di fascismo, devo richiamare l’attenzione sul tema delle motivazioni. Chi e perché aderì alla Repubblica Sociale? Chi e perché salì sulle montagne e decise di intraprendere la lotta di resistenza? Provare maggior simpatia per i secondi piuttosto che per i primi può essere un sentimento umano, ma di certo è talmente soggettivo che non deve inficiare il giudizio di uno storico.&lt;br /&gt;L’analisi poi non tiene in giusto conto dell’immediato dopoguerra. Quanti uomini, che prima furono fascisti convinti, finirono nei ranghi dei partiti di sinistra? Quanti ingrossarono le fila dei partigiani che scendevano dai monti nelle città, magari mettendo al collo un fazzoletto rosso? Nella sola mia provincia (Rovigo), ho raccolto informazioni su casi di importanti dirigenti del PCI che furono prima fascisti. Un libro pubblicato qualche anno fa da un editore torinese aveva denunciato pubblicamente la capacità degli italiani di cambiare bandiera a seconda di dove tirava il vento. Credo che passeranno anni prima che in Italia si possa attivare un sereno dibattito su temi che toccano la sensibilità pubblica. Occorrerebbe un ciclone positivo, in grado di rovesciare la nostra mediocre classe politica".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;GIUSEPPE BRIENZA: "La vicenda evocata da La Russa è particolarmente delicata anche perché legata alla pagina dolorosa della morte del Tenente colonnello Giovanni Alberto Bechi Luserna (1904-1943) che, nel tentativo di forzare un posto di blocco stradale costituito dal suo ex reparto paracadutisti, “ammutinato”, il “Nembo” appunto, venne colpito a morte da una raffica di mitragliatrice insieme ai due carabinieri della scorta. Alla memoria dell’ufficiale spoletano fu data poi, per questo episodio, la medaglia d’oro al valor militare con una motivazione unilaterale che riporta: “&lt;em&gt;caduto in mezzo a coloro che aveva tentato di ricondurre sulla via del dovere e dell’onore&lt;/em&gt;”.&lt;br /&gt;A oltre sessant’anni dalla “morte della patria” sarebbe però tempo, a mio avviso, di chiudere una volta per tutte il lunghissimo “secondo dopoguerra”, avviandoci in spirito di riconciliazione nazionale a soluzioni come quelle realizzate, ormai anni or sono, per altri episodi e militari caduti in quei tragici momenti della “guerra fratricida” 1943-45. Mi riferisco, per citare uno dei casi più recenti, alla serietà dimostrata verso i marò del Battaglione “Barbarigo” caduti per mano Alleata al momento dello sbarco di Anzio. Nel 1993, per alcuni di essi, fu realizzato nella vicina Nettuno un “Campo della memoria”, riconosciuto nel 2000 dal Ministero della Difesa, fra l’altro, con la sua ammissione all’OnorCaduti. Pochi anni dopo, il 16 giugno 2005, ai resti dei 7 caduti presenti nel “Campo” fin dall’inizio, si sono aggiunte le salme di altri 65 militari della “X MAS” uccisi ad Anzio. Le 65 piccole bare arrivarono a Nettuno dal Verano a bordo di 3 camion militari, ricevendo gli onori di un picchetto di soldati dell’Esercito e la benedizione di un Ordinario militare. I rappresentanti delle associazioni di partigiani (cfr. &lt;em&gt;Un cimitero per la X Mas. I partigiani: li rispettiamo&lt;/em&gt;, in Corriere della sera, 16 giugno 2005) e gli storici più accreditati dell’antifascismo come Nicola Tranfaglia (cfr. &lt;em&gt;Tranfaglia: è giusto avere memoria dei morti&lt;/em&gt;, in Corriere della sera, 16 giugno 2005), allora, approvarono tutto ciò, perché allora non  riconoscere anche a quelli della “Nembo” l’onore delle armi (e della memoria)? Forse perché al governo ora ci sono rappresentanti della destra che, in un modo o nell’altro, sono avvertiti come ricollegati ai “vinti” ed alle loro memorie?&lt;br /&gt;Quelle memorie rimandano invece all’Italia intera che, ancora oggi evidentemente, attende di rialzarsi forte delle sue radici ritornando ad essere un paese unito e protagonista del suo futuro".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ANDREA ROSSI: "innanzitutto il ministro, forse suggestionato dalla giovanile lettura dei ponderosi volumi di Giorgio Pisanò, poteva scegliere meglio il reparto a cui dedicare il commosso omaggio della propria coscienza. Il “Nembo”, infatti, era sul fronte di Anzio poiché proprio nei giorni successivi all’8 settembre ricordato a Porta San Paolo aveva prestato giuramento di fedeltà ad Adolf Hitler, fatto rivendicato orgogliosamente dal carismatico comandante del reparto, Mario Rizzatti, il quale in una lettera a Benito Mussolini sosteneva che la svastica era un simbolo più antico e glorioso dell’”&lt;em&gt;etrusco fascio littorio&lt;/em&gt;”. Una gaffe rivelatrice di ulteriori e inconfessabili nostalgie? Non lo crediamo. In realtà i simboli ed i richiami espressi da La Russa sono quelli classici del cultura missina e di conseguenza fanno inevitabilmente parte del “patrimonio genetico” della generazione che oggi è ai vertici di Alleanza Nazionale. Ignorare questo che è un dato di fatto, e come tale secondo noi andrebbe preso, ci pare davvero una imperdonabile miopia. Almeno due generazioni di italiani si sono succedute nel paese, e occorre accettare l’idea che una parte consistente della nazione si rivede, in tutto o in parte, nelle posizioni espresse dal ministro, dal suo partito e dal governo italiano. Se gli intellettuali del nostro paese fossero meno provinciali, probabilmente si sarebbero accorti, buoni ultimi, che ovunque il dibattito fra storici mette e rimette in discussione l’interpretazione del passato. Dopo il crollo del muro di Berlino e la fine del comunismo, le granitiche certezze di una certa storiografia e memorialistica di impronta marxista si sono sciolte in buona parte del continente; dai paesi baltici, alla Slovenia, all’Ucraina, ci si interroga e si certa di guardare in modo critico agli eventi del novecento. L’equivoco per cui non tutti coloro che si opponevano ai nazisti volevano la democrazia appare superato dagli intellettuali di buona parte d’Europa, anche se residue sacche di studiosi che considerano nel fondo del loro cuore l’unione sovietica staliniana un baluardo di libertà e giustizia sociale si annidano ancora in diversi atenei dell’UE.&lt;br /&gt;Occorrerà prima o poi che qualcuno avverta questi “ultimi giapponesi” della fine della stagione in cui, come diceva il cantautore Francesco de Gregori, &lt;em&gt;la storia dava torto e dava ragione&lt;/em&gt;. La storia, come sosteneva sbeffeggiato oltre trent’anni fa Renzo de Felice, non esprime giudizi; semmai lo fanno gli storici, che come tutti gli esseri umani sbagliano, ci azzeccano e – se sono onesti – ammettono i propri errori, mettendosi sempre in discussione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; &lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3929441310239027592-5783047529367467515?l=orientamentistorici.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3929441310239027592/posts/default/5783047529367467515'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3929441310239027592/posts/default/5783047529367467515'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://orientamentistorici.blogspot.com/2008/10/lotto-settembre-memorabil-data-curzio.html' title='…L’otto settembre è memorabil data … (Curzio Malaparte)'/><author><name>andrea rossi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/10741692204208134661</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='23' height='32' src='http://img512.imageshack.us/img512/125/carlistasdy2.jpg'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3929441310239027592.post-6394819181144139200</id><published>2008-08-25T14:55:00.005+01:00</published><updated>2008-08-26T13:01:25.736+01:00</updated><title type='text'>1908-2008: riflessioni nel centenario della nascita di Ferdinando Loffredo</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;“&lt;strong&gt;In memoriam” di un intellettuale italiano controcorrente&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;em&gt;Di Giuseppe Brienza&lt;/em&gt;*&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lo scorso anno è morto ad Albano Laziale, in provincia di Roma, l’economista e studioso sociale Ferdinando Enrico Loffredo, uno dei più interessanti e meno conosciuti ispiratori intellettuali della politica sociale e della famiglia del Regime fascista. Era nato a Roma il 14 giugno 1908. Chi volesse imbattersi in centinaia di citazioni può digitare il suo nome in un qualsiasi motore di ricerca Internet e si troverà davanti a siti “para” – “post” – e “filo” femministi che ne esecrano le teorie, additandolo a modello di sciovinismo fascista e di sessismo cattolico. In realtà Loffredo rappresenta una figura complessa di studioso del diritto socio-assistenziale italiano ed occidentale, oltre che di fervente militante politico (prima fascista, poi liberal-conservatore), attivo in un periodo, quello del fascismo-regime e della prima fase del miracolo economico italiano (dal 1933 funzionario dell’Istituto Nazionale Fascista di Previdenza Sociale, nel dopoguerra passò all’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale, dove nel 1968 giunge alla qualifica apicale di Capo Servizio Affari Generali), in cui furono poste le basi di molte realtà ed istituzioni del contemporaneo stato sociale. Dopo essersi laureato giovanissimo (nel 1930), in Scienze economiche e commerciali all’Università di Roma “La Sapienza”, con una tesi sulla colonizzazione tedesca (relatore lo storico economico Gennaro Mondaini), durante l’ultimo periodo del Regime Loffredo collabora a testate tanto scientifico-divulgative, come “Difesa Sociale - Organo dell’Istituto Nazionale Fascista della Previdenza Sociale” (troviamo suoi saggi nelle annate dal 1938 al 1940), quanto a riviste di militanza come “Famiglia Fascista”, il bollettino ufficiale dell’Unione fascista famiglie numerose (1939-1940) e “La Difesa della Razza” (1939- 1940), fondata nel 1938 sotto gli auspici del Ministero della Cultura popolare e diretta fino alla cessazione delle sue pubblicazioni nel 1943 dal giornalista Telesio Interlandi. Alla seconda metà degli anni Trenta risalgono le sue pubblicazioni principali come &lt;em&gt;Perequazione degli oneri familiari&lt;/em&gt; (Roma, USILA, 1936), &lt;em&gt;Studi e attuazioni nel campo degli assegni familiari in Germania&lt;/em&gt; (Milano, Vita e Pensiero, 1936), &lt;em&gt;Applicazioni australiane del principio degli assegni familiari&lt;/em&gt; (Roma, USILA, 1937), &lt;em&gt;Aspetti demografici della riforma della previdenza sociale&lt;/em&gt; (Roma, USILA, 1939), &lt;em&gt;L’eccesso assistenziale nella politica demografica&lt;/em&gt; (Roma, USILA 1939), &lt;em&gt;La famiglia nell’economia della nazione&lt;/em&gt; (Bologna, Zanichelli, 1939), &lt;em&gt;Reddito individuale e reddito familiare&lt;/em&gt; (Roma, USILA, 1939) e, soprattutto, l’opera più corposa ed interessante, &lt;em&gt;Politica della famiglia&lt;/em&gt;, che reca una presentazione dell’allora gerarca e ministro dell’Educazione Nazionale Giuseppe Bottai (Milano, Bompiani, 1938). Prima di partire per il fronte greco-albanese nel 1940, lasciando a casa moglie e quattro figli, lo studioso romano si occupa anche della traduzione in italiano dei primi discorsi che Francisco Franco y Bahamonde aveva pronunciato alla fine della guerra civile spagnola, con un volume prefato da Galeazzo Ciano (&lt;em&gt;Parole del Caudillo: discorsi, allocuzioni e proclami, messaggi, dichiarazioni alla stampa del generalissimo Franco dall’aprile al settembre 1939&lt;/em&gt;, Firenze, Le Monnier, 1940). Per stendere un profilo bio-bibliografico dell’intellettuale italiano nel mio saggio Fer&amp;shy;dinando Loffredo e lo sviluppo delle politiche familiari in Italia, pubblicato su “Annali Italiani - rivista dell’Istituto Storico dell’Insorgenza e per l’Identità Italiana”, (n. 3 - gennaio-giugno 2003, pp. 179-230, w&lt;/span&gt;&lt;a href="http://www.identitanazionale.it/"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;ww.identitanazionale.it&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;) mi sono anche avvalso di un’intervista con Loffredo, che mi è stata concessa l’11 novembre 2002. Di seguito ne riporto il testo da lui successivamente rivisto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;* &lt;em&gt;Giornalista pubblicista, dottore di ricerca nella Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Roma “La Sapienza&lt;/em&gt;”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Dove è nato e quali studi universitari ha svolto?&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Sono nato a Roma nel giugno 1908. Mi sono laureato in Scienze economiche e commerciali all’Università di Roma nel 1930, con una tesi sulla colonizzazione tedesca, relatore il professor Gennaro Mondaini, allora titolare della cattedra di Storia Economica. Scelsi quell’argomento perché ho sempre avuto una particolare simpatia ed interesse culturale per le “cose tedesche”.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Subito dopo riuscì a trovare un impiego?&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Negli anni immediatamente successivi partecipai quasi contemporaneamente a due concorsi pubblici, uno bandito dall’INFPS, ed uno dal Ministero delle Corporazioni. Entrambi erano per funzionario, ed in entrambi risultai primo nella graduatoria. Optai comunque per quello che sarebbe poi diventato l’INPS perché, allora come in seguito, le retribuzioni di quell’ente pubblico equivalgono ed equivalevano quasi al doppio di quelle previste nei ministeri. Fui ivi assunto così nel 1933, e vi rimasi, con la sola interruzione della guerra (perché andai al fronte) e dell’immediato dopoguerra (perché, in quanto aderente alla RSI, fui – anche se solo per un certo periodo – epurato), fino al 1968, anno in cui fui pensionato con la qualifica di “Capo Servizio”.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Per partecipare ai due concorsi era necessaria l’iscrizione al P.N.F.?&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;No, non era richiesta iscrizione al partito.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Fu per caso “raccomandato” all’uno od all’altro dei concorsi?&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;No, non ebbi nessuna raccomandazione. Del resto mio padre Anacleto, di origine sarda (tutta la nostra famiglia paterna era nativa di Oristano - quella materna di Sassari -, trasferitasi a Roma all’inizio del 1900), era un semplice funzionario presso il Comune di Roma. Prima ancora era stato impiegato nella riscossione delle imposte daziarie (i “Regi Dazi”) e nel Comune di Napoli.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Di sua madre invece che mi può dire?&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Mia madre, Riccarda Passeroni, era di una intelligenza e cultura finissima. Conseguì nel 1902 il titolo di studio presso l’Istituto Superiore di Magistero di Roma, avendo fra i suoi insegnanti anche Luigi Pirandello. I miei ebbero poi tre figli: Domenico, me e da ultimo Margherita, nata nel 1919 e tuttora vivente.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;La sua famiglia, invece, di quanti componenti è composta?&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Io e mia moglie Teresa abbiamo avuto quattro figli: Teresa del 1938, Gianfranco del 1940, Clara ed Eleonora concepiti invece al ritorno dalla guerra.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Appena terminata l’Università e vinti i concorsi di cui sopra, dovette partire per il servizio militare?&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Si, effettuando il servizio di complemento nel Regio Esercito, Arma di Fanteria. Nel 1931 feci quindi la Scuola Allievi Ufficiali a Spoleto, nello stesso corso che frequentò Amintore Fanfani. Nella compagnia eravamo i più affiatati, anche perché eravamo i più istruiti, ed i nostri lettini, nella camerata, erano giustappunto affiancati.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Non sorgevano allora “dispute ideologiche” fra Lei ed il futuro esponente della “sinistra D.C.” Fanfani?&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;No, perché allora lui non era assolutamente “anti-fascista”. In quegli anni, si può dire, si era tutti fascisti senza nemmeno accorgersene. Anch’io come lui provenivo poi dall’associazionismo cattolico, avendo in gioventù frequentato i Boy scouts (ebbi persino l’onore di stringere la mano, nel 1924 a Copenaghen, al fondatore dello scoutismo Lord Baden-Powell).&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Insomma stringeste una solida amicizia…&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Di lui e del nostro periodo comune di servizio militare, le racconterò un aneddoto che non smise di suscitarci calorose risa per molti anni successivi. Il Fanfani, infatti, era molto colto e bravo nelle materie teoriche, ma nella “praticità” e nella “immediatezza” dei modi che veniva richiesta (soprattutto in quegli anni poi!) nell’ambito della vita militare non era affatto a suo agio! Non era poi per niente portato in quella che veniva chiamata l’“attitudine al comando”. Arrivati alla fine del corso Allievi Ufficiali, infatti, si giunse alla verifica finale che avrebbe dovuto dimostrare come ognuno noi avrebbe dovuto essere in grado di comandare una compagnia. Il colonnello Camillo Percalli, allora Comandante della scuola, giunse quindi, in alta uniforme e dopo una solenne cavalcata, dal sottotenente “in pectore” Fanfani. Così, dall’alto del suo cavallo, domandò marziale all’emozionato “professorino”, di esporre la strategia tattica immediatamente susseguente all’avvistamento di una compagnia di fanteria nemica. Il “poeta” Fanfani, del tutto fuori dall’ambiente e dall’atmosfera che il tempo ed il luogo esigevano, non trovò invece di meglio che esordire, nel toscano raffinato ed aulico che lo caratterizzava, con un “… &lt;em&gt;il nemico vien sul dall’erta&lt;/em&gt; …”. Il colonnello, visibilmente irritato da cotanta “mollezza”, in mezzo a non poche imprecazioni, dette quindi immediatamente una rabbiosa frustata al suo cavallo, passando in fretta al successivo “esaminando”, considerando evidentemente il Fanfani del tutto “irrecuperabile”… Non parliamo poi di quando dovevamo fare il “salto mortale”. Non le dico le scene esilaranti. Per fargli superare anche questa prova, noi “recuperavamo” il Fanfani, al di là dell’ostacolo ed al nascosto, e lo giravamo su una coperta. Una volta congedati mantenemmo un’ottimo rapporto. Di reciproca stima culturale, peraltro.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Da questa vostra amicizia nacque quindi la sua collaborazione, che ebbe inizio nel 1933 e si prolungò fino al 1961, con il bimestrale dell’Università del Sacro Cuore di Milano,“Rivista internazionale di scienze sociali”, diretto fino al 1940 dallo stesso Fanfani (ed in seguito ampiamente da lui influenzato), che allora ivi teneva la cattedra di Storia economica?&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Si, certamente. L’allora professore all’Università del Sacro Cuore, infatti, insegnava la materia che più coltivavo anch’io, vale a dire la storia economica, e m’inviava ogni anno da recensire una mezza dozzina di libri, quasi tutti non tradotti (soprattutto di lingua tedesca).&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Quali considera gli economisti che maggiormente l’hanno influenzata?&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Ha influito molto su di me il francese Paul Leroy-Beaulieu (1843-1916, professore all’Ecole libre des sciences politiques di Parigi, divulgatore delle teorie liberiste e individualiste e quindi anche coerentemente anti-socialista; sotto quest’ultimo profilo, si osservi soprattutto il suo &lt;em&gt;Le collettivisme: examen critique du nouveau socialisme&lt;/em&gt;, del 1885). Penso, in primo luogo, al &lt;em&gt;Traité d’economie politique&lt;/em&gt;, da lui pubblicato in due volumi fra il 1897-98 (fu contemporaneamente tradotto anche in italiano e, fra i due curatori del secondo tomo, figurava anche un allora giovanissimo Luigi Einaudi). Si trattava allora di un libro fondamentale per chi voleva avere un’idea chiara dei primi grandi economisti “classici”, da Adam Smith a Malthus. Ricordo di averlo letto, appena uscito in francese, e di averne fatto un riassunto di 100 pagine, ad uso personale e mai pubblicato che consultavo e rileggevo continuamente. Amavo sempre preferibilmente leggere in lingua originale, per il piacere di conoscere gli autori direttamente.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;E di Colin Clark che mi può dire, visto che ne ha sempre recensito le opere, oltre ad aver contribuito a farlo conoscere in Italia con il suo saggio, che pubblicò nel 1954 sulla “Rivista di Politica economica”, intitolato Il progetto di Colin Clark per la riforma fiscale e dei servizi sociali in Gran Bretagna?&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Le opere di Clark, per uno come me che si definisce liberale e liberista, sono sempre state interessantissime. Anche durante il fascismo, sono sempre stato contrario alle eccessive “partecipazioni statali”, nonché (e l’ho anche scritto) alle stesse politiche familiari di tipo assistenzialistico e statalistico. C’è un punto ad esempio in “Politica della Famiglia”, su cui venni non poco criticato, in cui “attaccavo”, a titolo meramente esemplare, l’iniziativa del Regime di distribuire i regali alla festa dell’Epifania. Sì, insomma, la cosiddetta “Befana Fascista”. Ma la befana, sostenevo, può essere “fascista” solo per i genitori, non certo per i figli! Ai bambini dovevano rimanere il babbo e la mamma a dare i doni e l’affetto tipico di una festività dai risvolti familiari e domestici come quella della “befana”. Di qui la mia costante tendenza a raccomandare di limitare il più possibile l’intervento dello Stato nella vita delle famiglie, nonché nei rapporti fra Stato e individuo. Tranne che nei casi indispensabili, ovviamente.&lt;br /&gt;Ricordo poi le mie forti perplessità anche nei confronti dei concetti di Ugo Spirito, il quale in quegli anni vagheggiava di “corporazioni proprietarie”: concetto pericolosissimo! Ed infatti il fascismo, come la maggior parte di tutti gli altri regimi autoritari, partì come liberista, ma finì inevitabilmente con il finire dirigista ed interventista.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;strong&gt;Come nacque la sua opera più nota Politica della famiglia del 1938 (con prefazione di Giuseppe Bottai)?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;L’allora ministro per l’Educazione Nazionale Giuseppe Bottai, fu incaricato, fra la fine del 1936 e l’inizio del 1937, da parte della segreteria del P.N.F., di preparare una relazione sui problemi demografici del Paese per un imminente Gran Consiglio del Fascismo da convocarsi su tali tematiche, il quale avrebbe dovuto imprimere una svolta alle politiche fino allora adottate. Il segretario del ministro, il quale aveva già letto qualche mio articolo sull’argomento che gli era piaciuto (v. soprattutto quelli allora pubblicati su “Rivista internazionale di scienze sociali”, “Rivista di Politica Economica” e “Difesa Sociale”), mi consigliò a Bottai, per il quale scrissi prontamente due relazioni da presentare al Gran Consiglio. O meglio, una più lunga nella quale profusi moltissimo impegno, dalla quale appunto scaturì il libro che Lei ha citato, ed una più breve (l’unica che l’allora ministro avrebbe potuto meglio “digerire”), che fu quindi quella firmata e proposta da Bottai in quella riunione straordinaria, che poi si tenne il 3 marzo del 1937. Per quanto mi riguarda, avevo personalmente conosciuto Bottai prima di allora in una sola occasione. Quando, cioè, durante il suo breve periodo da presidente dell’INPS fra il 1933 ed il 1934, venne in visita all’Istituto un rappresentante tedesco, al fine di scambi culturali in tematiche relative alla previdenza sociale. Serviva allora un interprete ed io, conoscendo bene il tedesco, mi proposi da interprete fra il Bottai ed il funzionario straniero.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;strong&gt;Da allora continuarono i suoi rapporti con Bottai?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Il ministro apprezzò molto la relazione e da allora ebbe grande fiducia e simpatia per me; tanto che ogni volta che Mussolini, per imitare Hitler, faceva passi avanti sulla via del razzismo, Bottai mi mandava a chiamare per “sfogarsi” con me. Nutrendo egli non poche perplessità su questo tipo di iniziative. Bottai in seguito continuò molto a stimarmi, sia come studioso, poiché dopo il libro ricevei l’incarico dell’insegnamento di Demografia presso la facoltà di Scienze politiche della Regia Università di Perugia (1938-1940), sia come “combattente”, scrivendomi egli, mentre ero sul fronte greco-albanese, lettere piene di entusiasmo. “Tua madre è fiera di te”, ricordo mi scrisse in una di queste (dopo aver sentito personalmente per telefono la mia genitrice), missive che ebbi poi il piacere di consegnare personalmente al figlio, ambasciatore Bruno Bottai, allorquando fu nominato Segretario Generale del Ministero degli Affari Esteri.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;strong&gt;Come fu accolto “Politica della famiglia” dall’allora mondo politico e culturale?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;La stampa cattolica, allora ridotta a poche testate, accolse con grande favore questo mio libro, a partire da “Civiltà cattolica”. Il gesuita padre Angelo Brucculeri lo recensì infatti subito con un articolo di fondo di ben 12 pagine. Ciò voleva dire che in quel momento il mondo cattolico e la Santa Sede riteneva molto utile questo lavoro per il bene dell’istituto familiare. Il pubblico, poi, tributò un notevole successo al mio studio, se solo si pensa che rimase a lungo esposto nelle principali librerie del centro di Roma e continuai per oltre quattro anni dalla sua uscita a percepire i diritti d’autore dalla Bompiani.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;strong&gt;Nell’ambito del P.N.F., invece, furono condivise le sue tesi in tema di politiche familiari?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Beh, risponde a questa sua domanda l’episodio della mia convocazione diretta, nell’autunno del 1938, da parte di Mussolini in persona, al fine di essere sentito sulle prospettive di miglioramento e/o modifica dei provvedimenti fino allora assunti dal Regime. Quando ero ancora un modesto funzionario dell’INFPS, mi arrivò infatti, di punto in bianco, una telefonata da parte del segretario personale del Duce, il quale mi comunicò ch’egli mi voleva vedere subito. Gli contestai che non ero molto “presentabile” (indossavo una modesta giacchetta!), ma il segretario mi ribadì che dovevo farmi trovare immediatamente a Palazzo Venezia, perché Mussolini aveva saputo del libro e voleva parlarne direttamente con me. Mi precipitai dunque e, senza troppe formalità, fui ricevuto nella sala del Mappamondo, avendo una conversazione con il Duce di circa 45 minuti. Lui esordì contestandomi che io ero contrario (perché deresponsabilizzante e diseducativa) ad un politica demografica fondata principalmente sugli incentivi economici, mentre lui riteneva che l’aiuto economico “faceva effetto”. Io gli risposi che, secondo me, “non faceva effetto” ma la promozione della famiglia e della natalità dovevano basarsi essenzialmente su principi “spirituali” (nel senso di culturali), per educare alla onestà (nel senso di lotta all’aborto ed alla contraccezione), alla purezza (contrasto dei rapporti pre-matrimoniali ed alla concezione della sessualità esclusivamente come egoistico piacere). Mi diffusi ampiamente per dimostrare che, alla lunga, i sussidi economici sarebbero risultati secondari. La mia, del resto, era la posizione del magistero sociale della Chiesa. Mussolini mi ascoltò tutto il tempo con attenzione e, per quanto riguarda il fatto se l’avessi convinto o meno (dato che dal punto di vista della “rettificazione” delle politiche non ci fu il tempo necessario, a causa dell’ingresso dell’Italia nella Guerra), potrei citare la battuta con la quale mi congedò: “… &lt;em&gt;Forse avete ragione, se a questi sposini moderni si assegna una somma di denaro, questi ci si comprano una cassa di preservativi e non fanno più figli&lt;/em&gt;…”&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;strong&gt;Avendo avuto modo di leggere Sue recensioni e citazioni bibliografiche da libri anche specialistici mai tradotti in italiano, mi sono reso conto che Lei conosce almeno 4 lingue straniere. Come le ha imparate?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Conosco il tedesco, per averlo “optato” (la mia fissazione per la cultura e la storia della Germania…) e studiato alle scuole superiori, per poi perfezionarlo privatamente. Nella seconda metà degli anni ’30, ebbi persino modo di scrivere su tematiche previdenziali e sociali su riviste specialistiche tedesche. L’inglese, l’ho studiato da autodidatta. Per quanto riguarda il francese, anch’esso iniziato a studiare durante la scuola dell’obbligo, ebbi modo di approfondirlo in un modo tutto particolare. Andavo infatti regolarmente, anche per non far spendere alla famiglia soldarelli preziosi per pagare gli insegnanti privati, ad ascoltare le prediche in madre-lingua, alla famosa chiesa romana di S. Luigi dei Francesi. Andavo così spesso che il predicatore cominciò a riconoscermi, iniziò a darmi confidenza e mi impadronii così bene dell’idioma che quando venne effettuata la prima verifica a scuola, l’esaminatore si meravigliò molto della mia “perizia” linguistica. Lo spagnolo l’ho studiato invece all’Università, e fra l’altro mi è riuscito molto facile di apprenderlo, dato anche il fatto che il dialetto della Sardegna meridionale (spesso parlato in famiglia) somiglia molto a tale idioma. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;strong&gt;Proprio in relazione a questa sua buona conoscenza della lingua spagnola le si chiese di tradurre i primi discorsi tenuti da Francisco Franco, nel libro edito nel 1940 ed intitolato: Parole del Caudillo: discorsi, allocuzioni e proclami, messaggi, dichiarazioni alla stampa del generalissimo Franco dall’aprile al settembre 1939 (con prefazione di Galeazzo Ciano)?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;L’allora presidente dell’INFPS Bruno Biagi era, allo stesso tempo, anche presidente della casa editrice Le Monnier (la quale editò il libro da Lei citato), e mi chiese lui di tradurre tutti i discorsi che Franco andava pronunciando via via che “riconquistava” la Spagna. Fu il primo (e rimane, a tutt’oggi, l’unico) libro con cui si rende conoscibile, in italiano, il pensiero ed i discorsi del Caudillo. Peraltro, quelli che ho tradotto nel 1940, non sono nemmeno di eccezionale valore culturale, date le circostanze in cui furono perlopiù pronunciati: conquistando le città, infatti, Franco era uso affacciarsi nei principali balconi e piazze dei vari capoluoghi e, con l’enfasi di cui era capace, si rivolgeva alle folle.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;strong&gt;Subito dopo l’ingresso in guerra dell’Italia, Lei fu subito mobilitato?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Nel giugno del 1940 fui immediatamente richiamato e, con la mia Divisione Fanteria “Arezzo”, ci fecero restare dapprima a Monopoli e poi a Bari, per inviarci infine sul fronte greco-albanese. Nell’agosto 1940 mi trovavo quindi a Scutari, con il grado di Tenente dell’Esercito. In seguito giunse da Roma un dispaccio in cui, dato che risultava imminente l’attacco alla Grecia, si chiedeva agli ufficiali di complemento di scegliere se congedarsi od optare di rimanere in servizio, quest’ultima scelta equiparando il militare di leva a quello volontario. Optai per restare. Ciò al fine di, come venne trascritto anche nella motivazione alla medaglia di Bronzo al Valor Militare assegnatami “sul campo”, a Guru i Regjanit nel dicembre 1940, “partecipare attivamente ad operazioni di guerra”.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;strong&gt;A quale incarico fu assegnato, una volta deciso di rimanere in servizio?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Fin dai primi tempi in cui mi trovavo a Scutari, il Comandante della Divisione, esaminando a fondo il mio fascicolo personale, nonostante sul luogo vi fossero ufficiali in servizio permanente, forse tenendo conto anche del mio curriculum di giornalista e scrittore, decise subito di nominarmi “Capo della Sezione Informazioni di Comando di Grande Unità”. In pratica, si trattava di essere responsabile ed organizzare tutta l’attività di spionaggio e controspionaggio.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;strong&gt;Come andò invece a Guru i Regjanit, dove il 3 dicembre 1940 si meritò la Medaglia di Bronzo?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Io, il mio “bronzino”, me lo sono guadagnato abbondantemente. Sono infatti uno di quelli che, durante la seconda guerra mondiale, il fronte l’ha assaggiato, e non da lontano! Nell’ambito della mia Divisione sono stato peraltro l’unico decorato, anche perché sono stato l’unico messo nella concreta condizione di essere “esposto”. Dunque, nell’inverno del ‘40, sempre sul fronte greco-albanese, purtroppo, anziché avanzare ci fermammo. Il Comandante della mia Divisione si fermò quindi a 17 km dalla linea del fuoco. Nell’imperversare di un improvviso attacco nemico, mi dovetti allora portare in prima linea, per percorrere la “fronte” di un settore reggimentale al fine di rilevare la situazione avversaria. Il mitragliere greco cercò ripetutamente ma invano di colpirmi. Come venne poi trascritto al mio riguardo nella motivazione alla medaglia di Bronzo: “&lt;em&gt;Coinvolto nel combattimento, con sana iniziativa riconduceva reparti al combattimento ripieganti sotto la soverchiante pressione avversaria, restava poi a fianco del comandante del settore fino al termine del combattimento, dando tutto l’ausilio della sua azione&lt;/em&gt;”. Rimasi poi per circa 5 mesi immerso nel fango, con il mio l’attendente Donato Lombardi e pochi altri, in una baita sulla linea del fronte greco. Eravamo tutti pieni di pidocchi. La Divisione andò poi a riposo, essendo sostituita da un’altra ma, scoppiata l’emergenza Jugoslavia, fu impiegata lì.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;strong&gt;Fu sul fronte jugoslavo che entrò quindi in contatto con l’esercito tedesco, e si recò infine in Germania al suo seguito?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Ci “ricongiungemmo” con i tedeschi sulle rive del lago di Ocrida. Da allora, 1941, data la mia approfondita conoscenza della lingua, feci da interprete per le truppe della Wehrmacht, che seguii in seguito nel ripiegamento entro i confini germanici.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;strong&gt;Cosa fece dunque in Germania dopo l’8 settembre?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Affiancai, dopo l’8 settembre, un capitano austriaco (allora, come noto, le Forze Armate dei due paesi di lingua e cultura tedesca erano unificate). Alcuni militari italiani lì sbandati, infatti, in quel particolare frangente, si unirono alla Wermacht in ritirata dai Balcani, ed io e l’austriaco comandavamo appunto insieme tale, come allora era stato denominato, “Comando di Presa ed Assistenza”.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;strong&gt;Dopo la resa quale sorte le toccò nella Germania occupata dagli Alleati?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Una volta trasferitici in Germania, rimasi lì sino alla fine della guerra, allorquando fui “trattenuto” dal 414° Gruppo artiglieria di campagna americano. Mi trovavo infatti, nel ’45, in Baviera, dove le truppe statunitensi andavano rastrellando tutti gli sbandati. Gli americani ci comprendevano ben poco e, anche in questa circostanza, grazie alle mie conoscenze linguistiche, presi ad assistere due Ufficiali americani a districarsi in questo difficile compito. Stetti quindi, per ben 6 mesi e vestito da soldato americano, in una Batteria del loro esercito.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;strong&gt;Quando tornò in Italia?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Tornai in patria il 31 dicembre 1945, dopo aver lavorato anche per un po’ di tempo nella segheria &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;del padre (uno dei più grossi industriali tedeschi), di un mio vecchio carissimo amico tedesco, conosciuto fin dal tempo degli scouts.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Tornò subito in contatto con Fanfani, una volta tornato in Italia?&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Fanfani, appena saputo che ero ritornato, anche se ben sapeva che avevo ufficialmente aderito alla RSI, mi chiese di collaborare con la Democrazia Cristiana. Ed erano desiderosissimi di “sfruttarmi”, anche perché, come mi diceva, si aveva una grossa “carenza di intellettuali” nel partito, ed in particolare di specialisti e studiosi nel campo della previdenza e delle politiche sociali. Gli feci presente la mia scelta dopo l’8 settembre, ma lui mi disse di stare tranquillo, lasciando passare semplicemente qualche mese per poi trovare una collocazione in seno o “collateralmente” alla DC In ogni caso, nell’immediato (gennaio 1946), anche perché non avevo materialmente di che “sfamarmi”, Fanfani mi presentò all’Azione Cattolica, allora brillantemente guidata dal Luigi Gedda, per dirigere il “Fronte della Famiglia”. Si trattava di una delle tante “Opere” collegate all’AC, che aveva come specifica missione di opporsi al divorzio. Il pontefice Pio XII temeva infatti che, una volta caduto il fascismo (il quale, in qualche modo, si era reso protettore della famiglia), si sarebbero potute attivare spinte disgregatrici nella direzione di un potente indebolimento dell’istituto familiare. Il “Fronte”, particolarmente, doveva effettuare una campagna di formazione e sensibilizzazione culturale e sociale in funzione preventiva di presumibili future battaglie divorzistiche.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Quantò durò ed in cosa consistette la sua attività nel “Fronte della Famiglia”?&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;La Direzione centrale del “Fronte” era a Roma. Tale organismo era sostenuto dai due rami dell’AC (adulto maschile e femminile), e la sua attività consistette nella propaganda e formazione dei quadri dell’associazione nella direzione pro-famiglia ed anti-divorzio. La mia collaborazione durò per due anni dato che, una volta rifiutato definitivamente di entrare nella DC, mi trovai una collocazione lavorativa in seno a Confindustria.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Perché rifiutò di collaborare con la DC, ed invece accettò di sostenere l’allora Azione Cattolica?&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Innanzitutto perché un conto è (era) l’Azione Cattolica, ed un conto era la DC In secondo luogo, perché conobbi Gedda, il quale, oltre ad essere stato nella Milizia fascista, era una persona dalle grandi capacità (peccato che in seguito non fu più utilizzato!) e, molti anni prima, mi aveva impressionato l’adunata che aveva organizzato a Roma, detta dei “berretti verdi”. Non volevo aderire alla DC perché mi sentivo molto diverso da quella gente. Era tutto un altro mondo quello che veniva al proscenio nel secondo dopoguerra, era gente che non aveva fatto la guerra. Gli allora dirigenti democristiani mi fecero tutta una serie d’offerte d’incarichi di responsabilità (e ben remunerati) in enti ed aziende del “sottogoverno” e del parastato, aspettando però (anche se la cosa non era esplicitamente richiesta) che io mi iscrivessi al partito. Ma io ero stato un militare del Regio esercito (votai peraltro per la monarchia nel ’46, sebbene avessi aderito alla Repubblica Sociale ma, tutti quanti noi di quella generazione, ci sentimmo di votare in questo senso al momento del referendum istituzionale), moltissimi dei miei “compagni di fede” erano morti. Mi sembrò di tradirli “mischiandomi” con tutta quella gente che non aveva fatto la guerra e che era espressione di tutto un altro mondo! Insomma, mi sentivo molto diverso da loro, io avevo il mio “bronzino”. Inoltre non volli avvicinarmi alla politica anche perché il riemergere della mia passata militanza fascista mi avrebbe fatto tribolare.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Per quale partito della “Prima repubblica” quindi lei simpatizzava?&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Andavo volentieri a sentire i discorsi ed i comizi del MSI, e mi sentivo legato a questo partito.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Quindi, in un certo senso, rimase “coerente” a certe sue scelte politiche ed ideali, anche se questo le costò una sicura carriera e notevoli profitti personali…&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Qualche volta, soprattutto pensando alla mia famiglia, mi capita di interrogarmi se non abbia fatto male dopo la guerra a conservare il mio “rigore”. Qualche volta mi pento di come mi comportai. Se mi fossi messo dietro a Fanfani sarei diventato un potente notabile democristiano…&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;A proposito di tribolazioni, lei fu anche soggetto a provvedimenti di “epurazione”?&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Proprio al fine di non essere soggetto a tali provvedimenti, con la conseguente sequela di processi ed interrogatori, alla fine del 1945, diedi spontaneamente le dimissioni dall’allora divenuto INPS e nel 1947 (anno in cui si concluse quindi la mia collaborazione a tempo pieno con il “Fronte della Famiglia”; rapporti di tipo personale proseguirono anche dopo, ma non più sotto il profilo professionale), grazie anche all’intervento di un mio ex compagno di Università, entrai in Confindustria. Ero nel settore della politica economica, il mio capoufficio era un certo Galvani. Mi occupavo per l’associazione di fornire consulenza ed aiutare anche a livello burocratico le industrie, intervenendo a questo fine anche presso i ministeri economici.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Tornò in seguito nell’INPS?&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Si, mi richiamarono nell’Istituto nel 1952 e lì rimasi sino al 1968, quando fui pensionato con la qualifica di Capo Servizio. Ad ogni modo, non dimentico la mia fruttuosa esperienza in Confindustria. E’ stato il migliore ambiente di lavoro che io abbia mai conosciuto. Fui valorizzato e tratto assai bene, con l’allora presidente Angelo Costa.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;strong&gt;Ebbe compiti prevalentemente di studio, una volta riammesso nell’Istituto?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Direttore di “Previdenza Sociale”, il bimestrale organo ufficiale dell’INPS, era per statuto il presidente dell’Istituto. Fui capo redattore di tale testata dal 1957 al 1968 ma, in pratica, anche prima tale rivista la facevo quasi tutta io. Provai rammarico quando, nel 1990, seppi della sua soppressione. Durante questo periodo scrissi anche per la rivista dell’istituto infortuni (INAIL) e dell’INAM.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;strong&gt;Come nacque il suo saggio del 1958, pubblicato su “Previdenza Sociale”, intitolato La sicurezza sociale nelle dichiarazioni del Pontefice Pio XII?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Era in quel periodo presidente dell’Istituto Angelo Corsi, che allora era socialdemocratico, ma persona di molto buon senso. Mi permise di andare a spulciare tutte le dichiarazioni e documenti di Pio XII in materia di sicurezza sociale, la cui concezione di una previdenza “personalizzata” andava a cozzare con gli indirizzi “collettivistici”socialisti. Nonostante fosse, per appartenenza partitica contro tali posizioni, Corsi fu molto contento dello studio, apprezzando in modo particolare che il Papa promuovesse una sicurezza sociale che non fosse meramente “cieca e livellatrice”, ma nascesse anche dalla “buona volontà” degli individui e delle famiglie.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;strong&gt;Ho notato che anche in suoi saggi successivi, pubblicati sulla medesima Rivista (ad esempio Lo Stato assistenziale in una polemica tra cattolici inglesi del 1960, e L’enciclica Mater et Magistra del 1961) Lei risulta come attento cultore della Dottrina Sociale della Chiesa…&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Ho sempre letto con attenzione le encicliche sociali e, del resto, fin dal mio primo ingresso all’INPS, ho sempre studiato attentamente tutti gli studi sulle tematiche sociali e familiari pubblicati di volta in volta su “Civiltà cattolica”. A questo proposito, ho sempre nutrito qualche perplessità nel definire l’insegnamento sociale della Chiesa una “dottrina”. A mio avviso si dovrebbe parlare, più propriamente, di un “magistero”.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;strong&gt;Dopo il pensionamento nel 1968 continuò a lavorare a livello intellettuale?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Si, fornii consulenza a Confindustria per 3-4 anni a proposito delle questioni previdenziali, e gli fui utile in particolare per assistere le rappresentanze straniere di industriali, illustrando a tali delegazioni l’assetto previdenziale italiano.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;strong&gt;Come nacque il suo ultimo libro La Protezione sociale del cittadino del 1962?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Fu l’allora direttore generale dell’INPS che mi chiese di preparare un “manualetto” da distribuire a tutti gli operai di un settore privato industriale.&lt;/span&gt; &lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3929441310239027592-6394819181144139200?l=orientamentistorici.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3929441310239027592/posts/default/6394819181144139200'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3929441310239027592/posts/default/6394819181144139200'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://orientamentistorici.blogspot.com/2008/08/1908-2008-cento-anni-dalla-nascita-di.html' title='1908-2008: riflessioni nel centenario della nascita di Ferdinando Loffredo'/><author><name>andrea rossi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/10741692204208134661</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='23' height='32' src='http://img512.imageshack.us/img512/125/carlistasdy2.jpg'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3929441310239027592.post-6347301882221193450</id><published>2008-06-10T17:20:00.005+01:00</published><updated>2008-06-10T17:40:55.691+01:00</updated><title type='text'>Giusto e sbagliato, torti e ragioni</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;Violenza fascista, violenza partigiana?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;M. Storchi, &lt;em&gt;Il sangue dei vincitori&lt;/em&gt;, Roma, Aliberti, 2008.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I volumi di Gianpaolo Pansa, anche a detta dei più caustici detrattori, hanno avuto il merito di mettere al centro del pubblico dibattito il problema della violenza postbellica nel nostro paese. Massimo Storchi, che ha a lungo studiato l’argomento nell’ambito della provincia reggiana, nel suo ultimo volume rende – provocatoriamente – tributo al titolo più famoso fra quelli del giornalista piemontese, ossia il notissimo Il sangue dei vinti. Il volume dello studioso emiliano è una approfondita e puntuale indagine sulle vicende belliche e i successivi processi ad alcuni fra i peggiori &lt;em&gt;desperados&lt;/em&gt; che imperversarono a Reggio Emilia durante la RSI: il capitano della GNR Cesare Pilati, il federale fascista Guglielmo Ferri, il maggiore della GNR Attilio Tesei e l’avventuriero-poliziotto fascista Gioacchino Pelliccia.&lt;br /&gt;Come in altri studi simili, ci troviamo di fronte a squallide vicende umane, poco o nulla rischiarate dalla fede politica dei tragici protagonisti, personaggi che al giorno d’oggi avrebbero fatto la felicità dei tanti criminologi che animano i talk show televisivi. Pochi fra questi uomini pagarono subito e “in solido” le loro malefatte. Chi riuscì a superare i giorni del furore, rientrò senza troppi scossoni alla vita civile, sino alla fine dei propri giorni; fu un copione generalizzato in tutto il centro-nord del paese, in un’Italia che, a eccezione di chi aveva subito lutti e violenze, voleva dimenticare, e anche in fretta. In questo Reggio Emilia non fu diversa da altre realtà della nazione.&lt;br /&gt;Di diverso, e allo stesso tempo in comune con il resto dell’Emilia, ci fu lo strascico di violenze politiche che si protrasse per mesi dopo il termine delle ostilità, il quale provocò decine di uccisioni a freddo compiute da ex partigiani ai danni sì di ex fascisti impuniti, ma anche di dirigenti d’azienda, proprietari terrieri, giornalisti e sacerdoti.&lt;br /&gt;E’ su questo che divergiamo dalla tesi presente nel volume, che lega la rabbia per la giustizia lenta (o assente) dello Stato alla giustizia sommaria e di popolo dei vari &lt;em&gt;pistoleros&lt;/em&gt; del comunismo reggiano. E ancor più divergiamo dall’introduzione dello studio, quasi giustificatoria, redatta da Mimmo Franzinelli: come si faccia a sostenere che lo scempio del cadavere dell’ex carceriere fascista Giuseppe Sidoli “avesse una sua ragion d’essere”, ci pare davvero una inutile iperbole. Così come il problema dei “fatti separati dalle opinioni” di cui Storchi parla a inizio del volume, dovrebbe condurre, oltre alle critiche al sensazionalismo della pubblicistica neofascista, anche a una pacata riflessione su cinquant’anni di storiografia resistenziale, che sovente ha prima interpretato e poi ricostruito i fatti (Renzo de Felice lo diceva, irriso e inascoltato, trentacinque anni fa …). Oppure li ha “sbianchettati” perché scomodi.&lt;br /&gt;Se un dopoguerra più civile nel Reggiano come nel Modenese o altrove nel “triangolo rosso”, potesse essere possibile, lo dicono a parer nostro le stesse statistiche riportate da Storchi: Lombardia e Veneto, che avevano ricevuto sfregi orrendi durante l’occupazione tedesca, conobbero strascichi luttuosi più ridotti e vendette assai più isolate di quelle emiliane. In alcune zone, come la Bergamasca, il Trentino, il Vicentino e il Bellunese, già nell’estate del 1945 la violenza si esaurì completamente, ed episodi brutali come l’uccisione dei sacerdoti (tragico stigma emiliano) furono del tutto assenti.&lt;br /&gt;I partigiani delle Fiamme verdi erano meno antifascisti dei garibaldini reggiani? O forse erano solo meno imbevuti di ideologia? E poi: come criticare il disarmo immediato dei partigiani effettuato dalle truppe alleate, a fronte delle centinaia di morti ammazzati a guerra finita in tutta la regione?&lt;br /&gt;E’ su questo che bisognerebbe iniziare nuove riflessioni che, purtroppo, ancora mancano nella storiografia di quel tormentato periodo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;La marcia dei dannati&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;P. Pavesi, &lt;em&gt;La colonna Morsero&lt;/em&gt;, (edizione aggiornata), Maro, Pavia, 2007.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non conoscevamo questo interessante lavoro di Pierangelo Pavesi, uscito nel 2002 e ripubblicato lo scorso anno in versione rivista e ampliata. Lo studio tratta la vicenda della cosiddetta colonna Morsero, dal nome di Michele Morsero, capo della provincia di Vercelli: una delle tante “marce dei dannati di Salò” che si svolsero nei giorni della fine della guerra, nel tentativo – vano – di raggiungere Mussolini e il suo governo, e che conobbero esiti diversi a seconda delle capacità dei capi e della compattezza dei gregari. Nel caso affrontato dal volume di Pavesi, il finale fu tragico, e dopo la resa decine di militi furono uccisi a sangue freddo dai partigiani a cui avevano ceduto le armi.&lt;br /&gt;La narrazione è ricostruita prevalentemente tramite i ricordi e le testimonianze di reduci fascisti, ed è inutile sottolineare quanto risulti sbilanciata verso punti di vista apertamente nostalgici; chi scrive ha conosciuto in passato numerosi dei testimoni citati nel volume, ed è sempre rimasto colpito dall’incapacità di persone, anche colte e sensibili, di tentare una qualsivoglia rielaborazione critica delle proprie esperienze.&lt;br /&gt;Nel contempo, questa cristallizzazione della memoria ha fatto sì che lo svolgersi degli eventi sia riportato, nella sua spietata drammaticità, come una sorta di present continuous; le ausiliarie e i militi che avevano all’epoca sedici/diciassette anni, parlano della vicenda che vissero a cavallo fra l’aprile e il maggio 1945 come se fosse avvenuta nei giorni precedenti all’intervista di Pavesi. Ciò non può non condurre ad una forma di umana pietà nei confronti di uomini e donne che a causa delle loro convinzioni ideologiche hanno vissuto i successivi anni della propria vita come italiani all’estero, in una nazione animata da valori opposti a quelli con cui essi erano stati educati.&lt;br /&gt;I fatti, come detto, ricalcano per sommi capi storie simili viste in ogni dove nei giorni dell’agonia della RSI: assenza di direttive superiori perché i capi militari si sono eclissati, iniziative contrastanti dei comandanti militari locali, grande confusione nei quadri e fra i militi, che pur dimostrano, nella disperazione della fine, una inattesa compattezza, tanto che le forze di Salò che escono da Vercelli il 26 aprile 1945 per dirigersi (fuori ogni tempo massimo) su Como, ammontano a oltre 2000 uomini, comprensivi di due fra i meglio addestrati e armati reparti della GNR, i battaglioni “Pontida” e “Montebello”.&lt;br /&gt;Con il senno di poi l’unica cosa sensata che questa congerie di formazioni avrebbe dovuto fare, era attendere in buon ordine gli americani, cosa che avviene negli stessi giorni a Ivrea alla colonna italotedesca del generale Hans Schlemmer. Invece Morsero e i suoi vagano nella pianura fra Vercelli e Novara, che è ormai in mano delle forti formazioni partigiane provenienti dalla Valsesia, senza piani precisi, tanto da fermarsi nel paese di Castellazzo Novarese, dove si arrendono – invero senza troppa gloria – ad un gruppo di insorti che probabilmente, in altri momenti, sarebbe stato affrontato senza troppi riguardi dalle camicie nere.&lt;br /&gt;Pur tra le reticenze dei testimoni, emergono nei racconti tutte le lacune dei capi, diversi dei quali si eclissarono al momento del &lt;em&gt;redde rationem&lt;/em&gt; (qualcuno anche prima) tanto che, in definitiva, i “pesci grossi” in mano partigiana furono soltanto il prefetto e il federale di Vercelli (Michele Morsero e Gaspare Bertozzi), il primo dei quali sarà fucilato poco dopo nel capoluogo piemontese. Gli altri subiranno la consueta trafila di altri prigionieri fascisti in mano partigiana; chi riuscirà a superare le vendette dei primi giorni, culminate con il noto episodio delle fucilazioni avvenute presso l’ospedale psichiatrico di Greggio, passerà attraverso i campi di Coltano e Laterina, e tornerà in breve tempo alla vita civile.&lt;br /&gt;I fatti raccolti da Pavesi dimostrano, una volta di più, come una volta ceduto lo schermo offerto dalle forze armate tedesche, la RSI non fu capace ne’ di difendersi, ne’ di chiudere dignitosamente la propria esistenza. La fede cieca dei giovani volontari poco poteva nei confronti di formazioni partigiane agguerrite e ben equipaggiate, ad un paese in rivolta e, soprattutto alle preponderanti forze angloamericane. Resta il sacrificio di molti di quei giovani di allora, degno peraltro di causa migliore di quella mussoliniana.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Le altre foibe&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;J. Corsellis, M. Ferrar, &lt;em&gt;Slovenia 1945&lt;/em&gt;, Gorizia, LEG, 2008&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questo volume, meritoriamente edito, come altri simili, grazie alla sensibilità editoriale della Libreria editrice goriziana, racconta cose che supponevamo e solo parzialmente conoscevamo, ma non nelle dimensioni narrate dagli autori del lavoro: lo sterminio di migliaia di sloveni collaborazionisti, militari e civili, da parte dei partigiani dell’esercito di liberazione jugoslavo a cui erano stati consegnati, senza particolari remore, dalle forze della VIII armata britannica a cui si erano arresi nel maggio 1945, in Austria. Lo studio, nel suo seguito, narra, tramite numerose testimonianze, l’odissea dei profughi e il loro destino di sradicati, obbligati a rifarsi una vita in terre lontane e non sempre accoglienti, e il ritorno in patria di molti di essi, negli anni ’90, esperienza talvolta non meno traumatizzante delle precedenti.&lt;br /&gt;Studiosi titolati e politicamente orientati, di fronte alle pagine redatte da due storici non professionisti, talvolta lacunose e sin troppo “partecipate”, potrebbero obiettare che si tratta di pubblicistica di scarso valore scientifico, dedicata a vicende patrimonio di quell’emigrazione anticomunista slovena, croata, ucraina o baltica, indegna di qualsivoglia attenzione se non per il fatto di aver convogliato all’estero, specie in Sudamerica, ogni sorta di criminali di guerra tramite inconfessabili complicità vaticane.&lt;br /&gt;Altri ricercatori, soprattutto gli specialisti dell’antifascismo militante, probabilmente nel leggere le testimonianze delle esecuzioni nelle foibe di Kocevje avranno lo stesso tipo di atteggiamento che tuttora anima le loro descrizioni delle esecuzioni di massa di italiani nell’Istria occupata (liberata?) dai titini: episodi marginali, ingigantiti per propaganda anti-comunista, che comunque riguardarono minoranze di collaboratori che avevano affiancato volontariamente i nazisti fino alla fine della guerra, e che quindi pagavano le loro malefatte. Insomma, come con un certo verace cinismo sostenevano a microfoni spenti alcuni ex partigiani da noi intervistati anni addietro, “...&lt;em&gt;sempre pochi...&lt;/em&gt;”.&lt;br /&gt;Infine, seguendo la risacca dell’anticlericalismo di ritorno, mai così arzillo e pimpante come in questi ultimi tempi, ci sarà chi sottolineerà quanto la posizione della chiesa slovena sia stata determinante a orientare numerosi cattolici verso la collaborazione militare con gli occupanti nazisti fra il 1943 ed il 1945; e siccome, usando una limpida definizione di Gaetanò Arfè, il presule croato Alojzije Stepinac, beato della chiesa cattolica, era “&lt;em&gt;un vescovo ustascia&lt;/em&gt;”, i parallelismi con il comportamento del clero nella vicina Slovenia diverranno una ulteriore atto di accusa nel pluridecennale e ininterrotto processo postumo a carico di Pio XII; un singolare procedimento volto a dimostrare, a parer nostro, soprattutto alcune verità ideologiche.&lt;br /&gt;Per chi invece, come noi, ritiene che qualche dubbio è sempre meglio delle “granitiche certezze”, e che non si fa un buon servizio alla storia trattandola come un cespuglio, potando tutto quanto di contraddittorio, asimmetrico e diseguale c’è in essa, Slovenia 1945 è un libro da leggere assolutamente, con rispetto pari almeno al dolore che emerge in ogni pagina del volume.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3929441310239027592-6347301882221193450?l=orientamentistorici.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3929441310239027592/posts/default/6347301882221193450'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3929441310239027592/posts/default/6347301882221193450'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://orientamentistorici.blogspot.com/2008/06/i-buoni-e-i-cattivi.html' title='Giusto e sbagliato, torti e ragioni'/><author><name>andrea rossi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/10741692204208134661</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='23' height='32' src='http://img512.imageshack.us/img512/125/carlistasdy2.jpg'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3929441310239027592.post-7797796369067081585</id><published>2008-04-14T16:19:00.008+01:00</published><updated>2008-04-14T16:31:44.697+01:00</updated><title type='text'>Fra guerra e dopoguerra</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:180%;"&gt;&lt;strong&gt;Premesse lunghe, indagini brevi&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;G. Crainz, &lt;em&gt;L’ombra della guerra, Roma&lt;/em&gt;, Donzelli, 2007.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Anche Guido Crainz ha deciso di dedicare alcune (non molto originali) riflessioni sul tema delle uccisioni arbitrarie avvenute dopo la liberazione nel nord Italia. Peccato che lo studioso, similmente a diversi suoi predecessori (su tutti Mirco Dondi e Nazario Sauro Onofri) prima di affrontare quella che oggettivamente fu la pagina nera della Resistenza italiana, senta la necessità di partire &lt;em&gt;ab ovo&lt;/em&gt;, perdendosi per oltre 80 delle 150 pagine del volume in premesse, contestualizzazioni, analisi e appunti. Per Crainz, come per gli altri sopra citati ricercatori, pare impossibile, a più di sessant’anni dai fatti in questione, affrontare di petto i diecimila morti ammazzati del 1945 senza tutti i possibili distinguo, tanto da rendere inspiegabile persino il sottotitolo (&lt;em&gt;Il 1945, l’Italia&lt;/em&gt;) visto che dell’ultimo anno di guerra si parla assai poco.&lt;br /&gt;In se &lt;em&gt;L’ombra della guerra&lt;/em&gt; poco aggiunge a quanto già si sapeva, tanto è vero che per quanto riguarda le cifre, vengono riportate quelle – fino ad oggi al di sopra di qualsiasi contestazione – provenienti dagli studi di Onofri. Poco di nuovo anche riguardo al presunto rapporto “causa-effetto” fra eccidi fascisti e omicidi postbellici. Niente, o quasi, sugli eccessi che caratterizzarono molti dei fatti di sangue riportati nel volume; si sorvola poi sul fatto che non tutti i partigiani avessero il &lt;em&gt;furor ideologicus&lt;/em&gt; di fare pulizia a tutti i costi (l’esperienza delle “Fiamme verdi” nel bresciano o della “Osoppo” in Carnia è assente). Bisogna arrivare oltre pagina 100 per sapere che rimasero vittime innocenti della furia totalitaria diversi sacerdoti e molti attivisti della Democrazia cristiana, specie in Emilia.&lt;br /&gt;La domanda in conclusione al volume, ossia se l’utopia di un “cambiamento sostanziale” rispetto all’Italia fascista fosse fondata o no, meriterebbe una approfondita indagine sulla parola “cambiamento”. In estrema sintesi, se Crainz intende il definitivo passaggio dalla dittatura alla democrazia, le elezioni del 18 aprile 1948 sono la risposta ai suoi dubbi. Se lo studioso vuole dire altro, rimpiangendo scenari di “democrazia progressiva”, in tal caso, davvero, non siamo disponibili a seguirlo per tale impervio sentiero.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Alpini a Salò&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;C. Bertolotti, &lt;em&gt;Storia del battaglione Bassano&lt;/em&gt;, Bologna, Lo Scarabeo, 2007.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il battaglione alpini “Bassano” faceva parte della divisione “Monterosa” dell’esercito di Salò, e nel 1944 fu schierato prima in Liguria e successivamente sulle Alpi piemontesi, nelle valli Varaita e Maira, dove si arrese ai partigiani alla fine dell’aprile 1945.&lt;br /&gt;Claudio Bertolotti, giovane ufficiale degli alpini, ripercorre la storia non lieta di questo reparto, dalla costituzione, all’addestramento in Germania, fino alla guerra contro i francesi gaullisti e contro i partigiani di “Giustizia e Libertà”. Lo studio, assai approfondito dal punto di vista militare, ha un tono improntato alla &lt;em&gt;pietas&lt;/em&gt; (e a parer nostro non potrebbe essere altrimenti) e un apprezzabile equilibrio nel narrare la vicenda di un reparto i cui appartenenti cercarono di sentirsi prima di tutto soldati; molti di essi si accorsero poi, purtroppo, di essere “soldati dalla parte sbagliata”, fatto sul quale Bertolotti cerca di sorvolare, ma che emerge a più riprese nelle pagine della ricerca.&lt;br /&gt;L’”alpinità”, il sentirsi parte di una comunità dalle solide tradizioni militari, fu l’unico scudo a separare i militi dalla catastrofica realtà di quei giorni; assai più dell’inutile propaganda salotina. Anche questa illusione, però, servirà poco ai “bassanini”, quasi tutti giovani delle leve 1924-26, per nascondere la triste quotidianità di rastrellamenti, rappresaglie e fucilazioni.&lt;br /&gt;Non occorre però trascurare alcuni fatti, in genere trascurati dalla storiografia resistenziale, che invece appaiono a noi degni di indagini più approfondite. Le diserzioni che ridussero il battaglione dai circa mille uomini della forza iniziale agli ottocento che si arresero agli insorti dopo il 25 aprile, avvennero in stragrande maggioranza subito dopo il rientro in Italia del reparto, durante l’estate del 1944 (fatto che avevamo sottolineato nella nostra tesi di dottorato sulle forze armate della RSI, ormai dieci anni or sono). Da quel momento in avanti gli abbandoni furono praticamente nulli, a dimostrazione che la forza dei legami di reparto (l’essere alpini) fu più forte di qualsiasi altra valutazione dei singoli, comprese eventuali, e assai rade, manifestazioni di fede fascista.&lt;br /&gt;Altro dettaglio da non sottovalutare riguarda l’utilizzo operativo dell’unità, che presenta significative continuità col passato nonostante le vicende armistiziali. Nella guerra di Grecia e nell’occupazione balcanica, le truppe alpine si fecero la fama di solidi difensori e durissimi rastrellatori (si vedano al riguardo le precise analisi di Giorgio Rochat nel suo &lt;em&gt;Le guerre italiane 1936-43&lt;/em&gt;, Torino, Einaudi, 2005): sono caratteristiche queste che si riscontrano senza particolari differenze anche per gli alpini della RSI. Tra l’altro gli ufficiali e diversi veterani sottufficiali provenivano dal fronte jugoslavo, compreso il comandante del raggruppamento di cui il “Bassano” faceva parte, il tenente colonnello Armando Farinacci, fratello del gerarca cremonese Roberto, e già comandante del battaglione alpino “Esille” in Montenegro.&lt;br /&gt;Nel finale, a ulteriore segno di inequivocabili continuità fra l’esercito regio e quello repubblichino, è possibile notare, come al momento dell’armistizio, soprattutto la codardia di alcuni comandanti e l’ingenua coerenza di parecchi sottoposti. Il responsabile del battaglione che per salvare la vita patteggia la resa del reparto e denuncia gli elementi implicati nelle operazioni antipartigiane non è migliore dei tanti ufficiali che nel settembre 1943 cercavano un abito civile e un mezzo qualsiasi per giungere a casa, mentre i soldatini in grigioverde finivano sui vagoni per la Germania. Alcuni di questi non pregevoli elementi con i galloni sulle maniche terminarono la loro carriera nell’esercito della repubblica italiana.&lt;br /&gt;Ci sentiamo quindi vicini alla pietas del bravo Bertolotti, per chi, come il fucilatore Adriano Adami, concluse la sua vita violenta davanti al plotone d’esecuzione partigiano, e per i tanti che pagarono in solido la propria scelta sbagliata, senza possibilità di remissione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Ufficiale e gentiluomo&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;E. Beraudo di Pralormo, &lt;em&gt;Il mestiere delle armi&lt;/em&gt;, Savigliano, Artistica Savigliano, 2007 (2 voll.).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Emanuele Beraudo di Pralormo, i cui diari sono pubblicati a cura di Nicola Labanca, redattore anche di una pregevole introduzione, raccolgono le annotazioni quasi quotidiane di un ufficiale che attraversò tutte le campagne militari italiane dal 1939 fino al 1945, concludendo la propria esperienza nelle forze armate nel 1950.&lt;br /&gt;Il disincanto, l’attaccamento all’onore delle armi, la scarsa ideologizzazione e una visione di fatti e personaggi concreta e non faziosa, sono i tratti distintivi del generale che fu comandante di divisione in Africa orientale, poi prigioniero degli inglesi in India, e successivamente fra gli artefici della ricostituzione dell’esercito italiano al sud, dopo l’armistizio. Le note di Beraudo sono scarne ma efficaci, e non potendo approfondire la vasta mole di commenti, riflessioni e analisi presenti nei due volumi, ci soffermiamo su quelle che, per i temi riportati nelle recensioni dianzi riportate, ci paiono di maggiore interesse in questa sede.&lt;br /&gt;Incaricato di ricostituire il comando militare territoriale del regio esercito nella Torino incandescente del maggio 1945, incontra il suo parigrado Alessandro Trabucchi, fra i protagonisti della Resistenza piemontese, che la prosa pacata del Pralormo dipinge a tinte affatto diverse dall’agiografia partigiana: l’ufficiale gli appare esaltato “sotto l’ubriacatura del successo riportato”; la spiegazione, tanto semplice e lapidaria quanto sostanzialmente assente nelle analisi politically correct è che Trabucchi “era stato imprigionato dai tedeschi a San Vittore, è scampato alla morte e ora si vendica” (p. 442) &lt;em&gt;e de hoc satis&lt;/em&gt;.&lt;br /&gt;Dopo la comprensione per il collega, Beraudo non può però esimersi dal commentare il risultato della sete di rivincita, la quale, evidentemente, non gli appare quella salubre manifestazione di giustizia popolare di cui alcuni storici continuano ancora oggi a parlare: “Ieri il Trabucchi ha ammesso che qui a Torino si sono fucilati 6000 fascisti (in realtà meno di metà secondo le stime di Onofri, &lt;em&gt;n.d.r&lt;/em&gt;.). Questi eccidi sono obbrobriosi e indegni di popolo civile. La vita umana da questa gente che ha perduto la testa non viene più calcolata nulla. Si ammazza un uomo come si tira il collo ad un pollo, con la stessa indifferenza” (p.443).&lt;br /&gt;Nonostante i sentimenti monarchici, Beraudo accetta – dolorosamente, ma senza disubbidienze – i risultati del referendum del 2 giugno, lamentandosi semmai della scarsa considerazione per l’esercito come istituzione, da parte dei politici di allora.&lt;br /&gt;Ultima e non lieve incombenza che il protagonista del diario ebbe dalle forze armate del nostro paese, fu quella di presiedere il tribunale militare chiamato a processare maresciallo Rodolfo Graziani, dopo che le autorità civili si erano dichiarate incompetenti a giudicare l’ex capo dell’esercito di Salò. Tutta l’ultima parte delle memorie del generale piemontese e la ricca appendice del volume sono dedicate a questo difficile compito, che fu comunque svolto con la consueta pacatezza, nonostante Beraudo fosse stato “strattonato” da ogni parte nel corso del dibattimento. Le critiche alla sentenza, il non aver accettato compromessi al ribasso o al rialzo da parte della politica, gli costarono la carriera ed il posto, conducendolo ad un anticipato pensionamento.&lt;br /&gt;&lt;em&gt;Il mestiere delle armi&lt;/em&gt; è un’opera originale e stimolante, specie per chi ha come interesse prevalente dei propri studi la storia militare del nostro paese durante e dopo la 2° guerra mondiale, segnalandosi per la completezza delle annotazioni come anche per la ricca raccolta iconografica, composta quasi integralmente da fotografie scattate dallo stesso Emanuele Beraudo nel corso della sua lunga carriera militare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;L’importanza delle didascalie&lt;/strong&gt;…&lt;br /&gt;M. Franzinelli, &lt;em&gt;RSI&lt;/em&gt;, Milano, Mondadori, 2007.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Di Franzinelli e di questa opera, che raccoglie decine di fotografie e manifesti inediti del periodo 1943-45, vorremmo dire tutto il bene possibile, soprattutto per alcune preziose immagini che rendono bene la plumbea e ferale atmosfera in cui si muovevano gli aderenti, politici e militari, alla repubblica di Mussolini.&lt;br /&gt;Purtroppo, oltrepassata la premessa, peraltro caratterizzata da interessanti spunti di analisi sull’immagine ufficiale e quella “privata” di Salò, il commento alle immagini ci apparso di qualità inspiegabilmente bassa, con frequenti errori e imprecisioni.&lt;br /&gt;Ne segnaliamo qualcuno; a p. 78, si vede Rodolfo Graziani a Novara il giorno del giuramento dell’esercito di Salò, avvenimento accaduto non nel gennaio 1944, come riportato, ma il 9 febbraio 1944, anniversario di fondazione della repubblica romana. A p. 80, uno sconosciuto tenente colonnello della GNR al fianco di Carlo Borsani viene indicato come Niccolò Nicchiarelli, che all’epoca era generale. Il battaglione “Barbarigo” della X Mas, ad Anzio non era agli ordini della 175° ma della 715° divisione di fanteria tedesca (p. 86); dubitiamo che gli adolescenti immortalati in basso a p. 97 facessero parte della compagnia “Bir el Gobi”, che perlopiù era composta da reduci del reggimento “Giovani fascisti”; a p. 101 non intravediamo alcuna donna che assomigli a Piera Gatteschi, la comandante del servizio ausiliario femminile, come invece vorrebbe la didascalia; davvero madornali le imprecisioni nella sequenza di pp. 118-119. Gli uomini indicati come SS al comando dell’ufficiale Willi Lembke sono invece tutti avieri della Flak, o forse componenti del “Sicherungsregiment” della Luftwaffe, come si evince dalla divisa e dalle mostrine. Si è persa quindi una occasione per fare luce sui fatti di sangue di cui Franzinelli parla nel commento alle fotografie. A p. 124 si afferma che il generale Giovanni Esposito apparteneva alla GNR quando invece era il comandante di piazza dell’esercito della RSI a Trieste: lo stesso è immortalato a p. 131, in una foto erroneamente ambientata a Pavia, e in cui l’ufficiale è scambiato per il generale Amilcare Farina, comandante della divisione “San Marco”; a p. 142 non ci sono bombardieri angloamericani, bensì dei “Baltimore”, bimotori statunitensi della regia aeronautica operante al sud; a p. 152 a fianco di Mussolini e Pavolini non c’è Rodolfo Graziani, ma un ignoto generale dell’esercito di Salò, come si evince anche in questo caso da distintivi e mostreggiatura.&lt;br /&gt;Purtroppo ci pare di poter dire che la tanto sottovalutata storia militare mai come in questo caso sarebbe stata un decisivo supporto per poter definire in modo corretto situazioni e personaggi sui quali ancora resta molto da dire e da ricercare&lt;/span&gt;.&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3929441310239027592-7797796369067081585?l=orientamentistorici.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3929441310239027592/posts/default/7797796369067081585'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3929441310239027592/posts/default/7797796369067081585'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://orientamentistorici.blogspot.com/2008/04/fra-guerra-e-dopoguerra.html' title='Fra guerra e dopoguerra'/><author><name>andrea rossi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/10741692204208134661</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='23' height='32' src='http://img512.imageshack.us/img512/125/carlistasdy2.jpg'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3929441310239027592.post-745973480377283052</id><published>2008-02-20T14:51:00.013Z</published><updated>2008-02-24T12:57:14.390Z</updated><title type='text'>“Piazza Igino Ghisellini – Federale” (o del passato che non passa)</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:180%;"&gt;&lt;em&gt;Orientamenti storici dedica le sue riflessioni alla vicenda della decisione presa dal comune di Cento (FE) di intitolare una via o una piazza a Igino Ghisellini, segretario del partito fascista repubblicano ferrarese.&lt;br /&gt;&lt;/em&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:180%;"&gt;&lt;br /&gt; &lt;/div&gt;&lt;/span&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="font-size:180%;"&gt;Biografie e toponomastica&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:180%;"&gt;&lt;/span&gt; &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:180%;"&gt;&lt;/span&gt; &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:180%;"&gt;Igino Ghisellini era un ufficiale pluridecorato e uno stimato veterinario, morto cinquantenne in circostanze oscure nel novembre 1943. Il comune di Cento, ricca e laboriosa città del Ferrarese, ha deciso su proposta di un consigliere di intitolare una via o una piazza a questo personaggio, cosa che avverrà probabilmente nella popolosa frazione di Casumaro, dove Ghisellini risiedeva.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:180%;"&gt;Un problema di toponomastica cittadina? No una &lt;em&gt;querelle&lt;/em&gt; prima locale, poi provinciale e alla fine cassa di risonanza per polemiche a cavallo fra la politica, la storia e un passato che non passa, sul quale si riverbera uno ieri che pare “ieri” ma dal quale ci separano invece sessantacinque anni.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:180%;"&gt;Già, perché Ghisellini non era un ufficiale “qualsiasi”, ma un seniore (maggiore) della milizia, già comandante del 75° battaglione camicie nere in Slovenia e Croazia fra il 1941 ed il 1943, che come altri reparti della MVSN si era distinto in rastrellamenti e rappresaglie. E prima ancora era stato ardito nella grande guerra, tra i fondatori del fascio di Cento, e volontario in Africa Orientale. Infine, e qui è il nodo, Ghisellini ha chiuso la sua vita, ammazzato quasi certamente dai suoi camerati, il 13 novembre 1943, mentre ricopriva da cinquanta giorni la carica di federale del Partito fascista repubblicano di Ferrara; peraltro fino a quel momento il veterinario contese si era sostanzialmente disinteressato di politica, concentrandosi unicamente sul suo lavoro e sulla carriera militare.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:180%;"&gt;Fermo restando che, con tutta evidenza, si tratta di un infortunio politico della giunta comunale di Cento, dovuto probabilmente a ripicche stracittadine, non si capisce davvero perché il sindaco si sia impelagato in una questione che di certo non avrebbe portato lustro alla città del Guercino.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:180%;"&gt;E qui chiudiamo la parentesi sulle valutazioni delle scelte politiche; riteniamo che chi si occupa di storia non dovrebbe, secondo il nostro modesto parere, esprimere pareri su cosa fanno o non fanno le amministrazioni locali. Se la democrazia ha un senso, la giunta centese è rappresentativa della maggioranza dei cittadini, e da questi delegata a decidere e scegliere. Forse per togliere ogni dubbio, sarebbe bene chiedere agli abitanti di Casumaro che ne pensano, visto che saranno probabilmente loro ad ospitare l’ingombrante insegna; ma se essi non avessero rilievi, davvero non si capisce perché non dovrebbero avere la loro “piazza Ghisellini”, con annessi oneri ed onori.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:180%;"&gt;In realtà sulla &lt;em&gt;querelle&lt;/em&gt; sono intervenuti tutti fuorché i casumaresi: associazioni partigiane, politici locali e nazionali, storici dilettanti e di professione; persino sindaci di altri comuni che hanno portato la loro solidarietà ai cittadini centesi, come se questi ultimi fossero governati da un podestà di nomina prefettizia.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:180%;"&gt;Un esempio su tutti di questa poco comprensibile sovrapposizione fra ruoli, sono state le affermazioni della direttrice dell’Istituto di storia contemporanea di Ferrara; questa, intervenuta nel merito, ha infatti sostenuto in modo lapidario: “E' anticostituzionale. la cosa grave è che Ghisellini ricoprì incarichi dirigenziali nella Rsi, la stessa che si ispirava al fascismo ed era alleata del nazismo. Abbiamo il dovere di rispettare la Costituzione. Questa intitolazione è una cosa grave. Ghisellini sarà stato pure un bravo padre di famiglia, ma faceva parte della Rsi. E questo, politicamente, basta”.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:180%;"&gt;Fermo restando che non si capisce cosa c’entri la costituzione con la toponomastica, e che ci pare grottesca l’idea che la corte costituzionale si dovrebbe occupare della piazza di Casumaro, ci chiediamo: la direttrice parlava a nome proprio? Dell’Istituto? Come consigliere comunale di Ferrara? O le tre cose assieme?&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:180%;"&gt;E infine verrebbe da dire, chi di toponomastica ferisce, di toponomastica perisce, purtroppo per chi oggi si scandalizza: ognun sa che per decenni i nomi delle strade in Emilia Romagna in generale e nel Ferrarese in particolare sono stati usati come randellate nei confronti di chi aveva altra ispirazione politica. In una provincia dove abbondano le vie “politicamente orientate” e che ha un capoluogo in cui si trovano arterie dedicate a John Lennon e Muddy Waters, mentre Benigno Zaccagnini, Giorgio La Pira o Giuseppe Dossetti, attendono ancora in panchina da lustri, davvero non è credibile che sia la via Igino Ghisellini a provocare le intemerate degli “storici democratici” (come se gli altri non lo fossero).&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:180%;"&gt;Questi, come noi e tanti altri cittadini ferraresi, probabilmente ogni giorno o quasi frequentano il centro della bella città estense e se devono posteggiare nelle vicinanze del Castello, ancor’oggi lasciano la propria autovettura in una via dagli evidenti rimandi piacentiniani, da settant’anni intitolata alla medaglia d’oro capomanipolo MVSN Fausto Beretta, coetaneo del Ghisellini, morto in camicia nera a Passo Uarieu, durante la guerra d’Etiopia.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:180%;"&gt;Non ci risulta che, fino ad oggi, durante le faticose manovre di parcheggio nell’angusta carreggiata qualcuno abbia invocato la corte costituzionale e inveito contro i rigurgiti del fascismo, ma più probabilmente se la sarà presa con i problemi della viabilità cittadina.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:180%;"&gt; &lt;/div&gt;&lt;/span&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:180%;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;strong&gt;&lt;/strong&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:180%;"&gt;&lt;strong&gt;Present continuous&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:180%;"&gt;&lt;br /&gt;La prima cosa sulla quale tutti gli studiosi, indipendentemente dalle proprie opinioni e valutazioni personali, avrebbero dovuto invece riflettere è un numero in precedenza riportato: 65. Sessantacinque anni.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:180%;"&gt;Sarebbe, per intenderci, come se all’ordine del giorno della polemica cittadina nella Milano nei primi anni ’20, ci fosse stata la decisione di intitolare o meno una strada a Joseph Radetzky, e nella concione fossero intervenuti (&lt;em&gt;absit iniuria verbis&lt;/em&gt;, ovviamente) Benedetto Croce e Gioacchino Volpe. Oppure venendo al passato prossimo sarebbe come se negli anni ’60 il consiglio comunale della città meneghina avesse approvato, su proposta di un consigliere di maggioranza, di avere un bel quartiere con al centro viale Fiorenzo Bava Beccaris, scatenando l’iradiddio fra giornalisti, politici e storici.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:180%;"&gt;Si dirà: ciò non è avvenuto perché a nessuno sarebbe passato per l’anticamera del cervello di compiere una simile corbelleria. La storia, quella storia, non aveva “versioni alternative”, o se c’erano, erano confinate ai margini dell’accademia e dei libri di testo scolastici; la storia era una, sostanzialmente condivisa e accettata da tutti. Erano, quelli citati, fatti di un passato “passato”, trascorso, e quindi vissuto con assoluto distacco; l’attualità di quei tempi riservava ben altre preoccupazioni e priorità. Non v’era poi dubbio in alcuno che l’ispiratore della &lt;em&gt;Radetzkymarsch&lt;/em&gt; fosse meritevole del maggiore dispregio da parte del vulgo e dell’inclita, così come il cannoneggiatore regio del maggio 1898.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:180%;"&gt;Questo passato, quello centese e di decine di altre città, invece non passa, tanto è vero che una giunta di centrodestra torna per la seconda volta agli onori delle cronache per scelte toponomastiche, dopo che, due anni fa, era stata intitolata una strada ai sette fratelli Govoni, uccisi da ex partigiani nel maggio 1945 (fatti sui quali torneremo fra poco).&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:180%;"&gt;A parer nostro, &lt;em&gt;questo&lt;/em&gt; è il nodo su cui gli storici dovrebbero soffermarsi, più che lasciarsi andare a poco utili riflessioni sui massimi sistemi e sulla presunta missione pedagogica dello studioso.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:180%;"&gt;Si osserva chiaramente che su un nodo cruciale del nostro vivere civile ci sono sensibilità profondamente diverse nel tessuto sociale del paese, nonostante sia passato un notevole lasso di tempo. E a questo punto, davvero, solo una miope storiografia militante può parlare di “rigurgiti di neofascismo”.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:180%;"&gt;E’ un fenomeno serio, che va capito prima di essere giudicato, ammesso e non concesso – e noi non lo crediamo minimamente – che allo storico spetti il giudicare.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:180%;"&gt;Non ci sono “rigurgiti”, ma semmai reflussi di cattiva digestione. C’è una parte del paese che non ha mai “digerito” la storia offerta dai manuali scolastici (o dai Bignami?) riguardo al fascismo e alla Resistenza. Così come c’è una generazione irreconciliata, con figli e nipoti irreconciliati, alla faccia di chi pretendeva di imporre storie condivise o accettate. Mezzo secolo e più di fiume carsico di una memoria-storia alternativa, ignorata, sottovalutata e talvolta irrisa (in tempi recenti, sull’omicidio di don Umberto Pessina, Nazario Sauro Onofri non ha trovato di meglio che dire: “non era certo un don Camillo”), che quando torna in superficie lo fa in modo eclatante, roboante, sopra le righe, quasi ad affermare un posticcio ribaltamento di torti e ragioni.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:180%;"&gt;Su questi temi proveremo ora ad offrire qualche spunto di riflessione, utilizzando gli studi sino ad oggi pubblicati sull’argomento e concentrando l’attenzione su un territorio forse “marginale” rispetto al resto dell’Emilia, ma significativo anche per eventuali considerazioni di carattere generale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:180%;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;strong&gt;&lt;/strong&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:180%;"&gt;&lt;strong&gt;La guerra e il dopoguerra ferrarese&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:180%;"&gt;&lt;br /&gt;Per comprendere i fatti in questione, paradossalmente, poco c’è da discutere su Ghisellini e sulla “lunga notte del ‘43”, perché le ragioni prime su cui fissare la nostra attenzione non sono tanto sul federale e la sua (poco) misteriosa uccisione, ma su quanto avvenne dopo, soprattutto a guerra finita, nella zona a cavallo fra le province di Ferrara, Bologna e Modena.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:180%;"&gt;In ogni caso, facciamo presente che ormai da quindici anni, purtroppo nella manifesta indifferenza di buona parte del mondo accademico, esiste un volume definitivo sull’argomento, ossia la ricerca puntigliosa e approfondita di Antonella Guarnieri (&lt;em&gt;Dal 25 luglio a Salò – Ferrara 1943&lt;/em&gt;, Casalecchio, Grafis, 1993, volume ripubblicato di recente in versione riveduta e ampliata con il titolo &lt;em&gt;Ferrara 1943 – nuova interpretazione della lunga notte&lt;/em&gt;, Ferrara, 2G, 2005)&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:180%;"&gt;Gli studi seri dedicati al “caso” emiliano a tutt’oggi si contano sulla punta delle dita (da ricordare soprattutto: N. Onofri, &lt;em&gt;Il triangolo rosso&lt;/em&gt;, Roma, Edizioni Sapere 2000, 2007; M. ,Dondi, &lt;em&gt;La lunga liberazione&lt;/em&gt;, Roma, Editori Riuniti, 1999; M. Storchi, &lt;em&gt;Combattere si può, vincere bisogna&lt;/em&gt;, Marsilio, Venezia, 1998); a chi scrive appare però degno di nota che tutti i volumi in questione, prima di affrontare il tema centrale della violenza postbellica, si dilunghino per decine di pagine a spiegare “il contesto” prima di giungere ai fatti di sangue che costellarono la regione fra il 1945 ed il 1947; pare quasi che “il contesto” sia una premessa talmente indispensabile per comprendere la quotidiana atmosfera intimidatoria di quel biennio in Emilia, da dover diventare l’argomento centrale delle narrazioni, a scapito del proposito degli autori. Qua e là si intravedono pure formule giustificatorie, o comunque intonate a una sorta di discutibile legge del contrappasso. Il dubbio che non ovunque nel nord Italia, gli ex partigiani si fossero dedicati a giustiziare gli ex fascisti (le zone del Bresciano e del Bergamasco dove erano in gran numero attivi nella DC i componenti delle &lt;em&gt;Fiamme Verdi&lt;/em&gt; non ebbero escalation di violenza paragonabili a quelle emiliane) non pare aver sfiorato mai le considerazioni dei succitati autori. Così come non sempre la geografia delle violenze post-25 aprile si sovrappone con quella degli eccidi e delle deportazioni nazifasciste, a differenza di quanto sostenuto ad esempio da Mirco Dondi.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:180%;"&gt;Ferrara è con evidenza lampante uno di questi casi, basti pensare che è l’unica provincia emiliana in cui, secondo i dati delle indagini promosse dal ministero dell’Interno nel 1946 sulle uccisioni politiche a guerra finita (gli unici attendibili e puntigliosamente riportati nel volume di Onofri), il numero dei morti e degli scomparsi nel biennio 1945-46 è quasi tre volte superiore a quello degli assassinati dai fascisti e dai tedeschi (oltre 200 contro 70).&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:180%;"&gt;L’area centese, che aveva superato fortunosamente senza fatti di sangue il periodo dell’occupazione tedesca fu invece funestata nell’immediato dopoguerra da una serie di eventi delittuosi compiuti in gran parte da ex partigiani, che intimidirono non poco la popolazione locale: l’uccisione a Pieve di Cento dei sette fratelli Govoni (di cui solo due erano iscritti al fascio repubblicano) e di altri possidenti della zona; l’assassinio di tre sacerdoti abitanti nelle vicinanze (don Enrico Donati a san Giacomo di Lorenzatico, don Alfonso Reggiani ad Amola e don Raffaele Bortolini a Dosso) e le continue intimidazioni ai sindacalisti cattolici e ai politici democristiani, culminate con gli omicidi di Giuseppe Fanin a San Giovanni in Persiceto e di Luigi Zavattaro ad Anzola Emilia.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:180%;"&gt;A parer nostro è da questi fatti che trae origine una memoria e una storia locale forse minoritaria (ma bisognerebbe vedere sino a che punto), ma durevole nel tempo, tanto da riemergere dopo oltre sessant’anni nella politica e nella toponomastica.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:180%;"&gt;Su questo occorrerebbe iniziare - e non sarà mai abbastanza presto - una discussione seria fra studiosi, evitando battaglie politiche e “questioni di principio” che, alla lunga, hanno solo l’effetto di stufare irrimediabilmente l’opinione pubblica. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3929441310239027592-745973480377283052?l=orientamentistorici.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3929441310239027592/posts/default/745973480377283052'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3929441310239027592/posts/default/745973480377283052'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://orientamentistorici.blogspot.com/2008/02/piazza-igino-ghisellini-federale-o-del.html' title='“Piazza Igino Ghisellini – Federale” (o del passato che non passa)'/><author><name>andrea rossi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/10741692204208134661</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='23' height='32' src='http://img512.imageshack.us/img512/125/carlistasdy2.jpg'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3929441310239027592.post-5452673408888279807</id><published>2007-12-08T17:17:00.000Z</published><updated>2007-12-09T10:45:42.255Z</updated><title type='text'>fascisti, antifascisti e morti ammazzati</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;Tonache insanguinate&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;R. Beretta, &lt;em&gt;Storia dei preti uccisi dai partigiani&lt;/em&gt;, Casale Monferrato, Piemme, 2007 (3° edizione).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il tema dei sacerdoti uccisi nel nostro paese – e soprattutto in Emilia Romagna – nel biennio 1945-1947, non è mai stato oggetto di analisi serene e documentate. Lo specchio delle indagini è andato, nel corso degli ultimi cinquant’anni, dalla polemica giornalistica di ambito neofascista (il fazioso classico dei fratelli Pisanò, &lt;em&gt;Il triangolo della morte&lt;/em&gt;, Milano, Mursia, 1993) alla drastica sottovalutazione di colore politico opposto (su tutti il documentato Mirco Dondi, &lt;em&gt;La lunga liberazione&lt;/em&gt;, Roma, Editori riuniti, 1999).&lt;br /&gt;Nel mezzo si trova il “pensiero debole” (e l’ancor più debole storiografia scientifica) di ispirazione cattolica, che ha lasciato spesso spazio a volumi che potremo definire volenterosi ma nulla più; nella generale mediocrità, spicca, a distanza di tempo, l’analisi di uno studioso serio come don Lorenzo Bedeschi che nel suo &lt;em&gt;L’Emilia ammazza i preti&lt;/em&gt; (Bologna, ABES, 1951) aveva tentato una prima messa a punto dell’argomento, con l’unico difetto di essere ancora troppo vicina ai fatti in questione e quindi priva di quei supporti (carte e testimonianze attendibili) che ne potevano fare un sicuro punto di riferimento per studi scientifici successivi, comunque mai arrivati.&lt;br /&gt;Il lavoro di Roberto Beretta, di taglio giornalistico, ma con buone basi in termini di documenti, bibliografia e testimonianze, traccia &lt;em&gt;sine ira et studio&lt;/em&gt; le vicende di 130 sacerdoti che ebbero in comune la sorte di essere uccisi da partigiani nel periodo 1944-47. Ora, anche escludendo le vicende relative alla Venezia Giulia, dove solo in Istria furono uccisi una cinquantina di preti (tutti figli di un Dio minore, e sui quali, prima o poi, confidiamo che qualcuno possa scrivere cose diverse dalla bolsa agiografia destrorsa o dal giustificazionismo a oltranza di una certa storiografia “di confine”), restano ottanta morti ammazzati in abito talare, sui quali solo l’appassionata indagine del giornalista di "Avvenire" inizia a gettare un po’ di luce. Ci ha fatto specie constatare come in molti casi Beretta abbia incontrato il fastidio degli interlocutori, e registriamo con doloroso stupore l’atteggiamento di alcuni sacerdoti (pp. 198-199) i quali di un loro confratello morto ammazzato sessant’anni prima non hanno saputo dire niente più che un requiescat, riattaccando il telefono in faccia al giornalista.&lt;br /&gt;Sappiamo bene che sui preti uccisi dai partigiani nel 1944-45, oltre al disinteresse, molta storiografia ha messo sottotraccia una risposta buona per tutte le stagioni, ossia “che in fondo se lo meritavano”: chi scrive rammenta ad esempio gli impietosi commenti di Carlo Francovich nel suo &lt;em&gt;La Resistenza a Firenze&lt;/em&gt; (Firenze, La nuova Italia, 1962) di fronte all’uccisione del pievano di Cercina don Adolfo Nannini avvenuto nel maggio del 1944; questi, dalle indagini di Beretta, pare non fosse esattamente una spia al servizio dei nazisti. Sui sacerdoti uccisi dopo il 25 aprile, e talvolta fino alle soglie del 1948, confidiamo che qualcuno esca dalle proprie gabbie politiche per spiegare le ragioni di un accanimento anticlericale che portò in modo cruento nella tomba tre sacerdoti in Piemonte, tre fra Lombardia e Veneto e ben venti nella sola Emilia Romagna.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Un vademecum per la storia militare di Salò&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;P. Battistelli, A. Molinari, &lt;em&gt;Le forze armate della RSI&lt;/em&gt;, Milano, Hobby&amp;amp;Work, 2007&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il volume di Battistelli e Molinari è un agile e preciso vademecum per chiunque si voglia avvicinare al complesso tema delle forze armate di Salò. Di questo lavoro non possiamo che dire, da studiosi di storia militare, ogni bene possibile. La narrazione è sintetica e rigorosa, avulsa da qualsiasi colorazione ideologica; la genesi, l’evoluzione e la fine dell’esercito, della (quasi inesistente) marina e della (scarsa) aviazione dell’ultimo Mussolini ci è apparsa davvero priva di difetti evidenti. Lo studio dei due ricercatori consente, in molti casi, di mettere in soffitta alcune indigeste pizze di taglio neofascista, tanto datate e imprecise quanto improvvisamente citate anche in studi di serie pretese. E’ ovvio che il dettaglio dell’analisi non scende fino al livello di compagnia o di plotone, ma per una ricerca che non ha pretesa di essere un’“opera omnia”, i contenuti esposti bastano e avanzano.&lt;br /&gt;In conclusione una avvertenza: mancano le note. Ciò appare un peccato men che veniale, visto che il lavoro archivistico e bibliografico traspare in ogni singola pagina, in tutte le tabelle e nelle statistiche presenti nel volume. Chi scrive, a beneficio del lettore, aggiunge che molta parte del lavoro deriva con tutta evidenza dalle decennali indagini di Pierpaolo Battistelli, che a suprema vergogna dell’editoria italiana, sono rimaste sino ad oggi purtroppo in gran parte inedite.&lt;br /&gt;Ad averne libri di storia militare come questo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Il duce di Cremona&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;G. Pardini, &lt;em&gt;Roberto Farinacci&lt;/em&gt;, Firenze, Le Lettere, 2007&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Giuseppe Pardini ci presenta quella che, sotto tutti i punti di vista, appare la biografia definitiva di Roberto Farinacci, ras di spicco dell’ala radicale del fascismo. Ci sarebbe da aggiungere “finalmente”, in quanto nell’ultimo lustro la figura del leader dello squadrismo cremonese, è stata lumeggiata in modo non sempre appropriato in opere di taglio giornalistico o tutt’al più divulgativo.&lt;br /&gt;Il lavoro di Pardini è invece assai documentato, sia dal punto archivistico che bibliografico, e si concentra soprattutto sul decisivo decennio che va dal 1920 al 1930, periodo nel quale la carriera politica di Farinacci sostanzialmente si esaurisce in modo completo: creatore dello squadrismo rurale nella bassa Lombardia (con modalità organizzative che evidenziano notevoli somiglianze con il modello ferrarese di Italo Balbo), protagonista della marcia su Roma, segretario del partito nei mesi cruciali del delitto Matteotti (davvero ricche di interesse le pagine relative a questo periodo), accantonato da Mussolini il quale, passata la buriana, gli preferisce l’allineato Augusto Turati, e infine scomodo e neghittoso antiduce che dalle colonne del suo “Regime Fascista” bacchetta e polemizza con la Chiesa, gli industriali, i fascisti tiepidi e riformatori, spesso ignorato e frequentemente censurato: il giornale viene diverse volte sequestrato e Mussolini ordina al prefetto di Cremona di controllarne quotidianamente le bozze prima di permetterne l’uscita.&lt;br /&gt;Gli anni ’30 ci consegnano un Farinacci isolato e “sotto schiaffo” da parte della magistratura e degli informatori dell’OVRA, riuscendo peraltro sempre ad uscire indenne in ogni sede di giudizio. Nella seconda metà del decennio avviene l’avvicinamento al nazismo, che diventa vera e propria alleanza alla vigilia della guerra mondiale, tanto che il megafono italiano delle posizioni antisemite di Adolf Hitler diviene stabilmente il “Regime Fascista”. Peccato che Pardini non abbia fatto luce su questo passaggio con la stessa profondità dei capitoli iniziali del volume, probabilmente a causa di motivi editoriali (il volume effettivamente è assai corposo). Ancor meno spazio è dedicato alla fine del percorso umano di Roberto Farinacci, segnato dal poco avveduto comportamento nella fatale notte del 25 luglio 1943, dalla fuga in Germania e dall’adesione alla RSI, esperienza che si conclude tragicamente per il ras di Cremona, con la fucilazione nella piazza di Vimercate.&lt;br /&gt;E’ forse questo l’unico appunto che ci possiamo permettere di avanzare all’autore, ossia l’aver redatto una biografia dettagliata e approfondita, ma forse “sbilanciata” sul periodo in cui Farinacci fu davvero l’ago della bilancia del fascismo. Peraltro concordiamo con Pardini quando sottolinea come, esaurito il compito di cane da guardia della rivoluzione delle camicie nere, il radicale segretario del PNF aveva cessato di offrire motivi di interesse per Mussolini, il quale lo confinò, per i vent’anni successivi nel suo feudo lombardo, da dove ringhiò molto, senza mai mordere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Giovani carnefici in camicia nera&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;S. Residori, &lt;em&gt;Il massacro del Grappa&lt;/em&gt;, Verona, Cierre, 2007&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La storia militare, come qualche volta abbiamo sottolineato, è un mestiere ingrato, fatto di cifre, statistiche, battaglioni e reggimenti. Però, come sostiene Giorgio Rochat, è l’unico supporto possibile per capire vicende altrimenti destinate a fumose indagini sociologiche che in alcun modo sono d’aiuto per la ricostruzione e l’interpretazione dei fatti.&lt;br /&gt;Questa specializzazione della ricerca storica è animata da una testarda e ristretta “coalizione di volenterosi”, di cui chi scrive si onora di far parte, composta da uomini consci di fare studi tanto indispensabili quanto sottovalutati da larga parte del mondo accademico. Accogliamo quindi volentieri fra noi Sonia Residori che ci ha regalato – a oltre sessant’anni dai fatti in questione – la prima indagine sistematica dei reparti italiani e tedeschi che parteciparono alla sanguinosa caccia all’uomo svoltasi sul monte Grappa alla fine di settembre del 1944. Il fatto di aver unito alla sensibilità femminile la sicura padronanza di documenti (molti dei quali inediti), dovrebbe a parer nostro indurre tutti gli studiosi scientifici a essere grati alla studiosa vicentina, la quale, letteralmente, fa nomi e cognomi di chi fra Bassano e Feltre massacrò senza pietà centinaia di giovani e giovanissimi disarmati e inermi.&lt;br /&gt;Già, perché il primo mito che viene dissolto è quello della &lt;em&gt;so called&lt;/em&gt; battaglia del “Grappa”, nato ai tempi in cui Roberto Battaglia e le decine dei suoi (assai meno dotati) discepoli locali gonfiavano di retorica le vittorie partigiane, mascherando le sconfitte, gli errori e le vigliaccherie dei capi e dei gregari dietro a poderose cortine fumogene di artifici dialettici e di mezze verità. Non ci fu alcuna battaglia nei colli sopra Bassano, come certa storiografia ha scritto per mezzo secolo unendo in modo incongruo nomi e luoghi che videro fatti d’arme nella prima guerra e nella seconda guerra mondiale. Lo scontro (se così possiamo chiamarlo) riguardò poche decine di animosi che cercarono in modo coraggioso e suicida di opporsi alla “operazione Grappa”, che coinvolgeva circa quattromila fra fascisti e nazisti, appoggiati da armi pesanti, e coordinati dal comando superiore delle SS e della polizia tedesca. Gli altri, le centinaia di giovani che sulla montagna avevano cercato rifugio e protezione per non essere costretti alla leva della RSI o ai lavori forzati per la Wehrmacht, furono catturati senza fatica alcuna e condotti come agnelli al macello, già spettacolarmente preparato a valle: forche, roghi e muri per le fucilazioni.&lt;br /&gt;Bene fa la Residori a soffermarsi sulla leggerezza dei comandi partigiani e sull’insipienza degli ufficiali di collegamento delle missioni alleate che furono la causa prima del massacro. Così come altrettanto bene la studiosa vicentina illumina i protagonisti della strage; molti li conoscevamo, come i ragazzi in camicia nera del 63° M &lt;em&gt;Tagliamento&lt;/em&gt;, già tragicamente assuefatti alla violenza più estrema e i fascisti del posto inquadrati nella brigata nera &lt;em&gt;Faggion&lt;/em&gt;, che aggiungono un ferale tocco fratricida all’azione. Altri rappresentano una scoperta davvero degna di nota: gli avieri della &lt;em&gt;Flak Italien&lt;/em&gt; i quali provenivano dai battaglioni giovanili della GNR, gli impuberi fucilatori delle &lt;em&gt;fiamme bianche&lt;/em&gt;, tragici balilla sui quali davvero ci sarebbe necessità di indagini più accurate e i disgraziati poliziotti del &lt;em&gt;Corpo di sicurezza trentino&lt;/em&gt;, i quali in divisa tedesca e agli ordini di ufficiali nazisti composero – con evidente spregio antitaliano – alcuni dei plotoni di esecuzione di Bassano. Fra i tedeschi constatiamo la presenza degli specialisti della SD (l’intelligence delle SS) e il &lt;em&gt;braccio secolare&lt;/em&gt; composto da russi rinnegati e da un reparto davvero ubiquo della lotta antipartigiana e meritevole anch’esso di ulteriori approfondimenti, ossia il &lt;em&gt;Sicherungsregiment&lt;/em&gt; della Luftwaffe, appena reduce da lungo ciclo operativo in Piemonte.&lt;br /&gt;Non manca nulla nelle pagine che descrivono il succedersi della strage, con il quotidiano stillicidio di impiccati e fucilati senza misericordia e spesso di fronte al pubblico dei camerati venuti a godersi le esecuzioni: forse solo una donna poteva descrivere con la pietas necessaria questa pagina di violenza assoluta e devastante; i fatti del Grappa segnarono poi in modo indelebile la pacifica comunità locale, la quale, come altrove, nel dopoguerra ebbe da un lato la giustizia sommaria (che in genere non punisce i colpevoli) e dall’altro l’indecente iter giudiziario offerto da uno stato assente e arcigno, che rimise in libertà in pochi anni e senza troppo danno gli autori materiali della strage.&lt;br /&gt;Sonia Residori trascrive infine con puntualità, a imperitura memoria dei posteri, le dichiarazioni processuali grottesche e risibili concordate fra gli imputati al fine di sminuire le ingombranti responsabilità delle esecuzioni bassanesi; nel leggerle si avverte un contrasto stridente con la memoria dei reduci di Salò, in genere densa di “pugnal fra i denti e bombe a mano”. Il rastrellamento più feroce avvenuto nel Veneto fra il 1943 e il 1945 diventa incredibilmente “la gita sul Grappa” di fronte ai giudici alle Corti d’assise, una sorta di allegra camminata fra i boschi, incidentalmente costellata di morti, uccisi non si sa da chi. L’unico paragone che, &lt;em&gt;absit iniuria verbis,&lt;/em&gt; ci sovviene alla mente leggendo questi puerili balbettamenti è quello con le “merende” che andavano a fare gli imputati del processo per gli omicidi avvenuti a Firenze e dintorni a cavallo degli anni settanta e ottanta. E ciò, secondo noi, la dice lunga sul lato oscuro della guerra civile.&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3929441310239027592-5452673408888279807?l=orientamentistorici.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3929441310239027592/posts/default/5452673408888279807'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3929441310239027592/posts/default/5452673408888279807'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://orientamentistorici.blogspot.com/2007/12/strenne-natalizie-e-consigli-per-gli.html' title='fascisti, antifascisti e morti ammazzati'/><author><name>andrea rossi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/10741692204208134661</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='23' height='32' src='http://img512.imageshack.us/img512/125/carlistasdy2.jpg'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3929441310239027592.post-1042038658752609821</id><published>2007-10-14T14:58:00.000+01:00</published><updated>2007-10-17T13:06:15.839+01:00</updated><title type='text'>buoni e cattivi</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;Ingiustizie italiane (&lt;em&gt;recensione di Paolo Gheda&lt;/em&gt;)&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Dianella Gagliani (a cura), &lt;em&gt;Il difficile rientro. Il ritorno dei docenti ebrei nell’università del dopoguerra&lt;/em&gt;, Clueb, Bologna 2004, 224 pp.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Il volume curato da Dianella Gagliani si collega espressamente ad una precedente collettanea dedicata alla “cattedra negata” (che si era concentrata sul giuramento di fedeltà dei professori al fascismo). Rispetto al primo lavoro, il filo rosso che raccorda i presenti interventi è quello del razzismo. Se nella lentezza della reintegrazione dei docenti rimossi per le leggi razziali si può rinvenire la preoccupazione di non coinvolgere i docenti subentrati nella cattedra, secondo Pier Ugo Calzolari “ben più distintamente vi si coglie il desiderio di chiudere sbrigativamente i conti con la stagione dell'obbrobrio razzista” (p. 7).&lt;br /&gt;Secondo la curatrice, se è vero che la sconfitta del fascismo costituì “la premessa per l'affermarsi di una cultura della tolleranza e dell'inclusione” (p. 11), tale inversione non risultò immediata anche in ambito dell'alta cultura e dell'insegnamento superiore. Le stesse modalità di reintegro del personale ebraico epurato da parte del regime non avvenne secondo una logica di recupero totale degli incarichi e delle qualifiche ma in forma soprannumeraria e con la condivisione di corsi e direzioni di istituti con i docenti subentrati a seguito delle leggi razziali. Si trattò quindi di un ritorno “in sordina” da parte dei docenti ebrei, che non fu pubblicizzato da alcuna cerimonia o convegno, palesando nella autorità repubblicane una mentalità tesa piuttosto a ridicolizzare l’impatto del fascismo sull’alta cultura (p. 12). In effetti, però, resta oggi dimostrata l'interazione che legava negli anni Trenta, il personale docente delle università alla politica attraverso vari organismi quali enti, comitati, consorzi, constatazione che di fatto nega l'isolamento totale dell'Università dal regime (p. 14). In questo senso appare particolarmente esemplare l'autodifesa del Rettore di Bologna Ghigi che in sostanza giustificò la sua adesione al regime dinanzi alla commissione di epurazione sottolineando i vantaggi di cui l'Ateneo aveva goduto. Il nodo più significativo fu il fatto che nel 1938 con la promulgazione delle leggi razziali non ci si rese conto del danno culturale per gli atenei accettando di cacciare i docenti ebrei (p. 15). Si trattò della perdita di circa 400 elementi tra professori ordinari, assistenti e i liberi docenti. Per il particolare caso di Bologna la ricerca di Simona Salustri ha sinora identificato docenti allontanati dall'ateneo bolognese, ma un dato ancora più impressionante è quello rilevato da Gian Paolo Brizzi, relativo ai 436 studenti ebrei cacciati di cui solo sei rientrarono alla fine della guerra.&lt;br /&gt;Secondo Roberto Finzi il tema del ritorno nella cultura ebraica del secondo dopoguerra è un nodo che a lungo si presenta come “irrisolto e irresolubile per chi ne è uscito vivo ma mai indenne” (p. 22). Sotto questo punto di vista va considerato il fatto che gli accademici di origine ebraica espulsi dalle università italiane abbandonarono immediatamente l'idea di trovare una nuova collocazione lavorativa nella penisola, come attestano le figure di Modigliani e Segrè. Un atteggiamento che non mutò all'indomani della caduta del fascismo nell'Italia liberata, quando “le cose procedettero in maniera tale da scoraggiare molte dal tornare, anche in assenza di quei motivi “ragionevoli” che potevano indurre gli specialisti di determinati settori a rimanere là dove erano emigrati” (p. 24). Nel complicato panorama post bellico vi fu secondo Finzi una sottovalutazione grave della persecuzione quasi una sua rimozione (p. 30), e tutto ciò lo induce a formulare l'idea di una gestione dei perseguitati durante la defascistizzazione il più possibile indolore, una formula di autoassoluzione nelle quali l'antisemitismo era del tutto attribuito al passato regime e gli italiani della Repubblica se ne sentivano estranei. Anche per questo l'epurazione ebbe breve vita. Quindi, secondo questa lettura, la sottovalutazione della persecuzione degli ebrei e la mancata epurazione successiva sono solo un aspetto di un più ampio problema italiano di relazione con la cultura ebraica. La convinzione di Finzi è che le leggi razziste ebbero anche nella cultura italiana “radici solide, antiche e più recenti” (p. 32), forse collegate anche ad una componente antigiudaica del cattolicesimo. Vi fu però anche la concomitante mancanza di un ricambio organizzativo nella struttura universitaria post bellica in Italia: “La perdita secca per la ricerca italiana originata dai provvedimenti “a difesa della razza” del 1938 divenne danno definitivo per come si operò nel 1945” (p. 38). Successivamente si registrò un ulteriore irrigidimento di queste norme nel senso della inammissibilità di un ricorso contro il trasferimento volto a tutelare la cattedra dei subentrati (p. 41). Circa l'iter accademico degli epurati, il decreto ministeriale non riconobbe sostanzialmente il diritto agli anni di carriera durante la forzata lontananza dall'insegnamento; un professore straordinario, ad esempio, avrebbe potuto chiedere di essere sottoposto a giudizio per la nomina ordinaria ma nel caso non si fosse avvalso di tale facoltà il giudizio sarebbe stato quindi effettuato dopo tre anni di effettivo insegnamento; tutto ciò secondo Finzi attesta una mentalità per cui non si era affermato un diritto ma una semplice facoltà; tra procedure complicate e linguaggi poco chiari degli articoli di legge, il bilancio fu, a suo avviso, che paradossalmente “sulle spalle dei docenti reintegrati - la maggior parte di" razza ebraica" – si caricava il peso dei problemi e delle disfunzioni venutesi a creare a seguito della loro persecuzione [...] chi aveva fruito delle "risorse aggiuntive" create dalla legislazione razzista manteneva intatto il suo ruolo e il suo potere” (p. 44).&lt;br /&gt;Secondo Fabio Levi il ritorno degli ebrei nelle università italiane dopo la guerra fu un percorso “misto di ostacoli e pieno di ombre” (p. 53); per chi decise di non ritornare in Italia, una motivazione poté essere costituita dal fatto che “il ritorno a casa avrebbe comportato un distacco ulteriore, da un rifugio dimostratosi spesso accogliente e ospitale” (p. 54) sebbene per gli ebrei l'Italia non costituì mai la “terra straniera” e non fu come la Germania per gli ebrei tedeschi. Inoltre, il sollievo della liberazione non poté cancellare l'angoscia per gli ultimi anni del fascismo, soprattutto il dato psicologico generale per cui nella percezione ebraica il lavoro aveva subito, durante la tragedia delle persecuzioni, un inevitabile ridimensionamento. Permaneva inoltre la difficoltà di convivenza tra chi veniva integrato nei ruoli accademici e chi sette anni prima aveva contribuito in molti casi alla sua estromissione (p. 55), o per lo meno l’interruzione a livello disciplinare dei contatti e dei rapporti con i colleghi in qualche modo aveva rallentato le esperienze didattiche dei docenti epurati rispetto a quelli rimasti in cattedra; questo problema si riflesse anche nella leva accademica, considerato che i più giovani trovarono grandi difficoltà a integrarsi dopo la liberazione venendo spesso considerati dei veri e propri intrusi. Si trattò così di una rottura nella vita e nelle carriere “irrimediabile”. Inoltre, secondo Levi, la subalternità dei docenti ebrei nel dopoguerra e la loro totale assenza da determinate cattedre contribuì a un generale depauperamento scientifico. In sostanza, vi fu una netta sottovalutazione all'interno dell'antifascismo della politica antisemita del regime e delle conseguenze che esso aveva avuto per il paese (p. 68).&lt;br /&gt;Parallelamente alla lettura italiana, Lutz Klinkhammer propone una riflessione sul caso tedesco della reintegrazione. In un clima assai più rigido di quello italiano l'unica alternativa permessa ai docenti ebrei alla persecuzione e, dopo il 1941, alla deportazione, fu l'emigrazione. L'autore passa in rassegna i vari provvedimenti emanati dal governo nazista volti a limitare, fino a escludere completamente, la presenza ebraica all'interno delle università. Vi furono 790 accademici esclusi che si videro costretti a emigrare e solo 85 avrebbero deciso di rientrare alla fine della guerra.&lt;br /&gt;Per Francesca Pelini le leggi razziali furono utilizzate dal regime come veicolo ideologico per intensificare il processo di fascistizzazione della società (p. 87). L’autrice porta poi il caso interessante di alcuni docenti cacciati che chiesero e ottennero il reintegro dal regime interpretando le norme sulla razza. Il reintegro nei ruoli dopo la guerra trovò invece resistenze anche da parte del Ministero, come ad esempio nel caso della negazione del reinserimento per chi aveva acquisito nel frattempo una cittadinanza straniera (p. 103).&lt;br /&gt;Simona Salustri affronta nel dettaglio il caso bolognese, proponendo gli esiti di una vasta ricerca all’interno dell’Alma Mater e negli archivi di Stato volta a verificare gli spostamenti di tutti i docenti dell’ateneo colpiti dalle leggi del 1938, partendo dalla importante fonte costituita dal “Censimento del personale di razza ebraica” compilato dall’amministrazione universitaria bolognese (p. 113). L’elenco ricavato dalla ricerca è nuovo e aggiornato grazie anche all’utilizzo di criteri interpretativi, quali quello dell’esclusione dei docenti emeriti, a cui Bottai stesso non revocò il titolo onorifico, facendone espungere semplicemente i nominativi dagli annuari accademici (p. 117), o la verifica effettuata anche sui lettori universitari (p. 118). La Salustri si occupa quindi delle forme di reintegrazione nell’ateneo felsineo (p. 119s), nonché delle problematiche – spesso drammatiche – connesse a questi rientri (come il ritrasferimento delle famiglie dei cattedratici provenienti dall’estero), e non meno gravi sotto il profilo lavorativo, quali l’estromissioni di fatto dai precedenti livelli di responsabilità in università, come esemplifica il caso del direttore della Clinica pediatrica Maurizio Pincherle (p. 127), che attraverso uno sdoppiamento odi cattedra fu in sostanza allontanato dai suoi precedenti compiti operativi. In questa e in altre simili vicende toccate ai docenti cacciati dal regime pare di vedere però più che una forma di antisemitismo sommerso il prevalere della mentalità delle enclaves accademiche che dopo sette anni si erano ormai richiuse su posizioni protezionistiche rispetto al potere accademico in loro mano dal 1938 in avanti. La stessa Salustri parla esplicitamente del fatto che i perseguitati furono in realtà considerati al loro ritorno in Italia come degli “usurpatori” (p. 135). Sotto queste pressioni vi fu anche chi rinunciò volontariamente all’insegnamento, come il docente di puericultura Riccardo Fuà (p. 138). La Salustri, inoltre, dedica opportunamente attenzione a una categoria sinora trascurata dalla storiografia, ovvero quella degli assistenti, che nella maggior parte dei casi, non ebbero alcuna comunicazione ufficiale di reintegro, oltre a essere già stati liquidati nel 1938 senza diritti di quiescenza: per essi “era difficile alla fine del conflitto pensare di poter tornare alla situazione precedente le leggi razziali” (p. 141). In sostanza, anche la Salustri conferma il dato che la cacciata del Trentotto costituì una perdita culturale per l’accademia italiana a titolo definitivo (p. 146).&lt;br /&gt;Riccardo Bonavita scende nel dettaglio della sofferta esperienza di rientro di due figure accomunate da “una ingiustizia strana e indecifrabile”, Santorre Debenedetti e Attilio Momigliano (p. 149s), mentre Gianni Sofri propone una memoria e una riflessione sul discusso tema dei docenti che decisero nel 1931 di non obbedire al regime e, non firmando il cosiddetto “giuramento dei professori” (p. 159 e ss.).&lt;br /&gt;Infine, in uno dei contributi più interessanti, Gian Paolo Brizzi affronta un altro versante del problema dell’incidenza delle leggi razziali fasciste sul quadro universitario italiano e in particolare bolognese, ovvero il caso degli studenti ebrei, un aspetto “né minore, né trascurabile” dell’antisemitismo del regime (p. 166). Con un taglio interpretativo attento alla questione della mobilità studentesca, la cosiddetta “peregrinatio accademica” Brizzi. Se l’Alma Mater si distinse negli anni Venti e Trenta per la presenza di studenti stranieri (tra le più alte in Italia eccezion fatta per l’allora Regia Università (appunto) per Stranieri di Perugia (regificata nel 1925), facendosi anche “rimproverare” per questo dalle autorità fasciste (p. 167), il dato più originale è che a seguito del censimento effettuato per disposizioni ministeriali nel 1938 il 75 per cento di tale gruppo di studenti straniero aveva origini ebraiche, a duplice testimonianza della fuga per via dell’antisemitismo dagli altri atenei in Europa e conseguentemente nella presenza nell’ateneo felsineo a quella data di “alcune condizioni favorevoli”, su tutto la peculiare liberalità dei GUF bolognesi a non limitare il proprio impegno alla “glorificazione” del Duce, ma piuttosto a ispirare “principi di tolleranza, contrari comunque agli eccessi razzisti della propaganda tedesca di quegli anni” (p. 169); gli stessi studenti ebrei risultano in molti casi iscritti ai GUF (p. 171), in un clima di integrazione politica ed etnica pari a pochi altri casi in Italia (si pensi ancora alla “Stranieri” di Perugia). Un quadro che però mutò repentinamente e radicalmente con la promulgazione delle leggi razziali, quando i GUF felsinei si convertirono alle posizioni antigiudaiche più dure del regime e il corpo docente assunse posizioni “farisaiche” (p. 172). Gli effetti di questo radicale mutamento di scenari per gli studenti ebrei sono registrati da Brizzi in una gradualità di decisioni da essi prese: chi era prossimo al conseguimento dei titoli affrettò il più possibile la conclusione degli studi mentre per gli iscritti ai primi anni si presentò la drammatica alternativa se trasferirsi per continuare gli studi o abbandonare: alla fine, meno del 10 per cento degli studenti ebrei dell’ateneo bolognese riprese gli studi dopo la guerra (p. 176).&lt;br /&gt;Conclude il volume l’appendice documentaria che raduna sistematicamente gli esiti della ricerca di Simona Salustri sull’intero corpo docente bolognese di origini ebraiche, all’atto dell’applicazione delle leggi razziali, accompagnando i nominativi con dettagliati profili biografici (p. 179 e ss.).&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Martiri della carità &lt;em&gt;(A.R.)&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Gianluca Fulvetti, &lt;em&gt;Una comunità in guerra&lt;/em&gt;, Napoli, Ancora del Mediterraneo, 2006, 285 pp.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Il volume dello studioso toscano esamina per la prima volta in modo documentato, un episodio dell’occupazione tedesca in Lucchesia sino ad oggi solo parzialmente illuminato da indagini scientifiche: la deportazione e il successivo massacro dei monaci della certosa di Farneta e di molti civili che in essa avevano trovato rifugio, avvenuto nel settembre 1944 ai Pioppeti di Camaiore e successivamente alle foce del fiume Frigido, presso Massa. Settanta morti, molti dei quali erano sacerdoti che pagarono l’esercizio della carità cristiana nei confronti dei perseguitati: ebrei, partigiani, oppositori del regime di Salò.&lt;br /&gt;La precisa connotazione antireligiosa dell’azione è una semplice constatazione delle parole dei carnefici (i professionisti del massacro appartenenti, &lt;em&gt;more solito&lt;/em&gt;, alla 16° divisione SS &lt;em&gt;Reichsfürer&lt;/em&gt;), che al momento dell’irruzione sacrilega nella certosa insultano e scherniscono i monaci per la loro opera di conforto alle vittime della persecuzione (si vedano le pp. 117-130 del volume, con le vivide testimonianze di chi era presente ai fatti). Non mancano poi quegli atti di violenza e tortura specificamente contra christianos che di lì a poco avranno tragica replica sull’Appennino bolognese, a Sperticano come a San Martino, dove le chiese verranno bruciate e i sacerdoti passati per le armi assieme al proprio gregge: ai frati, fatti vestire per spregio in abito civile, infatti, viene bruciata la barba, fra le risate dei militi dalle mostrine con le rune che urlano “dì al tuo Dio di farla ricrescere!” (p. 147); forse fra questi nazisti ci sono dei veterani dei reggimenti &lt;em&gt;Totenkopf&lt;/em&gt; o degli &lt;em&gt;Einsatzkommando&lt;/em&gt; (lo è senz’altro il capo dell’ufficio operazioni della divisione, Helmut Looss, presente all’atto dell’irruzione e della deportazione dei frati), i quali tormentavano nella stessa maniera gli ebrei ortodossi in Bielorussia e in Ucraina. Il martirio, come detto, avverrà in due fasi, prima nei pressi di Camaiore e poi, dopo un ulteriore trasferimento dei prigionieri al carcere Malaspina di Massa, alle foci del fiume Frigido. Una vicenda feroce, nella quale sono sinistramente coinvolti (come avevamo ipotizzato in alcuni studi su Lucca nella RSI, e come Fulvetti dimostra con ampia documentazione) alcuni elementi della 36° brigata nera &lt;em&gt;Lucca&lt;/em&gt;, usati dalle SS come lo saranno di lì a poco i loro camerati carraresi della 35° brigata nera di Giulio Lodovici: spie, guide nei rastrellamenti, guardie e torturatori.&lt;br /&gt;Nel dopoguerra ci sarà una giustizia frettolosa e una sentenza indecente per questi fatti, complice la disastrosa condotta dei giudici italiani. Eduard Florin, sergente della &lt;em&gt;Reichsfürer&lt;/em&gt; e primo responsabile dei fatti, viene infatti fortunosamente individuato dalla commissione alleata che indaga sui crimini di guerra, e consegnato alle autorità italiane che lo processano nel 1947, poco dopo le condanne (miti) ai fascisti lucchesi. Come si legge nella precise pagine di Fulvetti, uno dei rari casi in cui, prima delle “archiviazioni provvisorie” di palazzo Cesi, si riesce a portare alla sbarra un criminale nazista si conclude con una incredibile assoluzione, dovuta a reticenze dei testimoni e a disinvolte interpretazioni dei giudici militari italiani; poco consola il fatto che, sessant’anni dopo, il diretto superiore di Florin, Hermann Langer sia stato condannato all’ergastolo.&lt;br /&gt;La storiografia resistenziale della Toscana, si è spesso dimostrata poco attenta alle &lt;em&gt;storie dei preti&lt;/em&gt;; senza la tenacia di Fulvetti, ancora oggi si avrebbero solo notizie superficiali sui fatti di Farneta, evento invece assai interessante, che mette in discussione uno dei più rigidi postulati di Roberto Battaglia, ossia la presunta contrapposizione fra basso e “alto” clero nell’appoggio alla lotta di liberazione (l’autore si sofferma specificamente su questo argomento a pp. 216-220). Questo schematismo ideologico ha ostacolato per molto tempo una analisi seria del ruolo della Chiesa nella guerra civile; forse perché la storiografia marxista non è mai riuscita ad appropriarsi di un concetto secondo noi invece assai semplice: in quei tempi difficili i sacerdoti cercarono soprattutto di essere bravi preti, indipendentemente dal loro ruolo all’interno delle gerarchie ecclesiastiche, e spesso pagando in prima persona. Come i monaci della certosa lucchese.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;I buoni (pochi) e i cattivi nell’occupazione italiana della Jugoslavia&lt;/strong&gt; &lt;strong&gt;&lt;em&gt;(A. R.)&lt;br /&gt;&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;H. James Burgwyn, &lt;em&gt;L’impero sull’adriatico&lt;/em&gt;, Gorizia, LEG, 2006, 414 pp.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Il nostro giudizio sarà di parte, ma la precisa, documentata e, soprattutto, distaccata indagine di Burgwyn sull’occupazione italiana della Jugoslavia fra il 1941 ed il 1943, se non avesse altri meriti (e ne ha) andrebbe letta solo per le righe che lo storico statunitense dedica, a p. 84 del volume, alla figura di monsignor Alojzije Stepinac, vescovo di Zagabria nel corso della guerra, in seguito vittima di un processo farsa durante il regime di Tito e morto in carcere nel 1960:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;em&gt;“…Uomo devoto e austero, era profondamente addolorato per le deportazioni e gli eccidi chi si compivano di fronte a lui (…). In una lettera a Pavelic fece sapere di ritenere Jasenovac una ferita aperta nell’anima croata. Nel maggio dello stesso anno, parlando nella sua cattedrale, criticò apertamente il regime sostenendo che esso non aveva il diritto negare la vita, in quanto dono di Dio…”&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Burgwyn è tutto meno che un reazionario clericale, o un agiografo degli ustasci. Nelle pagine successive metterà in luce le non lievi responsabilità di alcuni ordini religiosi nella persecuzione di ebrei, serbi e zingari. Egli ha però avuto il pregio di esprimere un giudizio non avvelenato dall’ideologia sul vescovo di Zagabria. La beatificazione di Stepinac, ricordiamo, suscitò invece dal 1998 in avanti i sacri furori del laicismo nostrano, e una articolata produzione saggistica, tanto feroce nella vis polemica quanto mediocre dal punto di vista scientifico; non mancarono di dare il loro contributo denigratorio, purtroppo, anche alcuni storici di valore, fra i quali ricordiamo il recentemente scomparso Gaetano Arfè, il quale scrisse cose migliori di quelle pubblicate su &lt;em&gt;La rivista del Manifesto&lt;/em&gt; nel dicembre 2000, quando in un articolo denso di anticlericalismo militante, sostenne che Stepinac era un “primate ustascia” (sic!) : alla faccia del costruire le interpretazioni sulle fonti documentate e non sulle opinioni.&lt;br /&gt;In generale il volume desta interesse non solo per la puntuale descrizione dei due anni e mezzo che ci videro occupanti sgraditi (in contrapposizione – e finalmente lo si sottolinea apertis verbis – ai tedeschi, sempre occupanti, ma inizialmente accolti dai croati nel plauso generale, pp. 57-58) ma anche per la serena constatazione della difficoltà a trovare i buoni in quel teatro bellico. Sulle nostre responsabilità si trovano annotazioni che confermano quanto già detto da altri studiosi (su tutti Tone Ferenc, Mario Cuzzi, Filippo Focardi, Teodoro Sala e Davide Rodogno): fummo occupanti cialtroni e sanguinari (gravi, come da noi sottolineato in passato, le responsabilità delle formazioni della MVSN, p. 359), prepotenti senza averne i mezzi, in balìa di una confusa suddivisione dei poteri: amministrazione civile contro militari in Slovenia, militari contro l’amministrazione civile in Dalmazia, diplomatici fascisti contro i militari in Croazia, tutti contro tutti nella grottesca e tragica “guerra diplomatica” fra Montenegro ed Albania, regioni che in teoria dovevano entrambe essere sotto il nostro diretto controllo civile e militare.&lt;br /&gt;Non migliori però appaiono gli altri attori delle guerre civili jugoslave, i quali in maggioranza non brillavano per mitezza e civiltà.&lt;br /&gt;Del governo di Ante Pavelic, Burgwyn non può che illustrare la coerenza genocida, sottolineandone pure il progressivo distacco dal popolo croato, che divenne pressoché totale nella fase finale della guerra.&lt;br /&gt;I cetnici di Mihailovic ebbero l’indubbio pregio di essere stati i primi ad opporsi alla Wehrmacht e agli ustascia, quando ancora il patto Molotov-Ribbentrop regolava i rapporti fra nazisti e comunisti. In seguito le formazioni cetniche, che specie in Montenegro ed Erzegovina avevano un notevole seguito fra le popolazioni contadine, si resero disponibili ad alleanze, tattiche e strategiche, con gli italiani, unici a proteggere gli ortodossi (e gli ebrei) dalla furia omicida degli uomini di Pavelic.&lt;br /&gt;In questo già sanguinoso contesto Tito conduceva una guerra di liberazione nazionale senza troppi riguardi per i civili, e Burgwyn sottolinea correttamente come la brutalità dei comunisti finì per spingere una larga parte della popolazione montenegrina verso i cetnici, così come in Slovenia (in misura minore) verso le formazioni collaborazioniste anticomuniste (pp. 128-140). In quest’ultima area il nazionalismo straccione dei proconsoli fascisti e l’irresponsabile “pugno di ferro” dei vertici militari produsse un odio forsennato verso gli italiani che superò in pochi mesi ogni possibile ritrosia – che pure esisteva fra popolazioni di radicato sentimento religioso (pp. 144-145) – nei confronti dei partigiani. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Lo studioso americano, correttamente, constata come il salto di qualità delle forze armate titine avvenne solo nella tarda estate del 1942, quando, dopo alcuni consistenti rovesci militari, i vertici dell’esercito di liberazione jugoslavo compresero che gli eccessi ideologici andavano superati in nome dell’ideale di una guerra nazionale contro tutti gli occupanti e i loro collaboratori (pp. 226-227). Insomma, paradossalmente, per il comunista Josip Broz, la svolta avvenne solo dopo aver constatato che la guerra ideologica non produceva i risultati sperati. Ulteriore tempo per riorganizzare le fila, Tito lo ottenne con spregiudicate azioni negoziali condotte direttamente con l’avversario principale, ossia la Wehrmacht, al fine condiviso di “regolare i conti” con i nazionalisti montenegrini (pp. 268-269): fatto che in genere gli agiografi (anche nostrani) hanno preferito espellere dalle narrazioni più politicamente orientate.&lt;br /&gt;In modo non meno paradossale, l’esercito italiano dette lustro alla propria fama quanto più si allontanò dal paradigma fascista della &lt;em&gt;legge di Roma&lt;/em&gt;, che tanto entusiasmava invece gli amministratori civili delle nostre zone di occupazione (i quali, non casualmente, finirono tutti per diventare prefetti o ministri a Salò). Il sistematico sabotaggio della persecuzione antisemita croata e nazista, è merito talvolta sottovalutato dalla storiografia italiana sull’argomento. Sapere che ci furono generali come Paride Negri, comandante della divisione Murge, i quali ebbero a dire di fronte a commensali nazisti che “la deportazione degli ebrei è contraria all’onore dell’esercito italiano” (p. 239) getta un raggio di sole in un panorama di ferale e generalizzata disumanità.&lt;br /&gt;In conclusione troviamo assai significative le righe conclusive del volume:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;em&gt;“… Non vi è dubbio che se un tribunale internazionale avrebbe giudicato Roatta colpevole di crimini di guerra, una corte di ebrei o di serbi ortodossi molto probabilmente avrebbe fatto cadere le accuse a suo carico. Dalla debacle jugoslava, Roatta emerge – caso più unico che raro – con la duplice reputazione di persecutore e salvatore…”&lt;/em&gt; (p. 367).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Se assieme si possa essere “persecutori e salvatori” è materia su cui gli studiosi scientifici dovrebbero iniziare ad interrogarsi senza pregiudizi ideologici.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3929441310239027592-1042038658752609821?l=orientamentistorici.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3929441310239027592/posts/default/1042038658752609821'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3929441310239027592/posts/default/1042038658752609821'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://orientamentistorici.blogspot.com/2007/10/buoni-e-cattivi.html' title='buoni e cattivi'/><author><name>andrea rossi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/10741692204208134661</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='23' height='32' src='http://img512.imageshack.us/img512/125/carlistasdy2.jpg'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3929441310239027592.post-2311149603114065583</id><published>2007-08-19T18:20:00.000+01:00</published><updated>2007-08-19T18:30:17.555+01:00</updated><title type='text'>Enrico Mattei 1906-1962</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;em&gt;Nel corso del 2006 si sono svolti alcune interessanti giornate di studio per ricordare la figura di Enrico Mattei a cent'anni dalla nascita. Di seguito ne commentiamo gli atti e analizziamo un articolo di recente pubblicazione che ha suscitato un certo scalpore nella comunità scientifica.&lt;/em&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;em&gt;&lt;/em&gt; &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;Ricordi democristiani&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;em&gt;Un protagonista della rinascita italiana&lt;/em&gt; – &lt;em&gt;Enrico Mattei&lt;/em&gt;, atti del convegno di Roma promosso dall’Associazione nazionale partigiani cristiani, 29 novembre 2006, Roma, Cardoni, 2007.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il volume, più che delle vere e proprie relazioni di studiosi e ricercatori scientifici, raccoglie memorie legate ad Enrico Mattei di alcuni protagonisti della storia democristiana e dell’ENI negli anni ’50. Non per questo appare privo di interesse, non fosse altro perché le parole (e i silenzi) disegnano bene il momento in cui nacque in modo strutturato la cosiddetta “sinistra DC”, di cui Mattei fu uno dei &lt;em&gt;levatori&lt;/em&gt;, fondamentale dal punto di vista delle risorse economiche. &lt;br /&gt;Su come l’imprenditore marchigiano si relazionasse con la politica in passato già molto è stato scritto (su tutti i ricordi di Italo Pietra e le analisi di Carlo Galli). Le testimonianze di presentazione e introduzione di Bruno Olini e Gerardo Agostini, rispettivamente segretario e presidente dell’associazione partigiani cristiani mettono a fuoco il dettaglio distintivo che ebbe Mattei rispetto agli altri protagonisti della lotta di liberazione: la fede cristiana che animava l’imprenditore marchigiano, intensamente vissuta nello spirito sociale e riformatore della scuola di Giorgio la Pira e Giuseppe Dossetti; esemplare in merito la citazione tratta da uno dei suoi numerosi interventi in occasione di commemorazioni resistenziali e riportata in una delle relazioni:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;… Operare in silenzio con tenacia nell’interesse del nostro Paese. Ogni giorno un ansia nuova ci sospinge: fare, agire, assecondare lo sforzo del popolo che risorge. Noi abbiamo fiducia nella Provvidenza, essa assiste sempre tutti, e assiste il nostro Paese, che fiorisce e si rinnova…&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;I princìpi sopra riportati sono in gran parte convergenti con quelli delle forze politiche riformatrici che contribuirono alla ricostruzione del nostro paese, ma nello stesso tempo divergono per il &lt;em&gt;peso specifico&lt;/em&gt; della loro ispirazione. Purtroppo è inutile sottolineare quanto poco di questi valori sia stato sottolineato in modo positivo nelle narrazioni storiografiche. La classe politica di ispirazione azionista e socialcomunista ha avuto una storiografia che, da posizione dominante, ha contribuito a sottolineare i propri meriti, a cassare le evidenti storture, e a sottovalutare i pregi altrui, specie quelli dei protagonisti cattolici del dopoguerra.&lt;br /&gt;Si legge così con piacere la vicenda di Giovanni Galloni, giovane democristiano ex partigiano, il quale tramite i leader cattolici della guerra di liberazione (Eugenio Cefis e Giovanni Marcora, uomini la cui azione è ancora oggi largamente ignorata dalla storiografia resistenziale) entrò in contatto con Enrico Mattei, da cui ottenne il sostegno per organizzare l’attività della componente “dossettiana” della DC, poi definita “la Base”. Bartolo Ciccardini rammenta nel dettaglio la pericolosa (e altrettanto ignota) attività partigiana di Mattei, prima nelle Marche e poi a Milano; di seguito descrive l’azione economica dell’imprenditore di Matelica prima all’Agip e poi all’ENI, in difesa del basilare e spesso obnubilato principio del &lt;em&gt;restare padroni a casa propria&lt;/em&gt;. Non inutilmente, in conclusione al suo intervento, Ciccardini afferma: “…oggi si celebrano imprenditori che utilizzando proprietà pubbliche, come l’etere, per costruire imperi economici personali. E’giusto ricordare che sono esistiti imprenditori capaci di costruire grandi imprese per utilità della comunità”. &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;E’questo il tema affrontato da Emilio Colombo, che correttamente ricorda come l’Italia sconfitta in guerra e soggetta alla ingombrante e inevitabile pressione politica statunitense rischiò di divenire una inerme terra di conquista per le grandi compagnie petrolifere internazionali. L’azione dell’azienda di stato guidata da Mattei, l’oggi tanto deprecato “intervento statale”, evitò di legarci mani e piedi a decisioni prese all’estero sulla nostra pelle, e consentì uno spazio di sviluppo autonomo e proficuo per l’industria italiana degli idrocarburi. Un modello che, come ricorda Colombo, fu alla base di fondamentali accordi economici con i paesi che lentamente si affrancavano dal colonialismo europeo. Giuseppe Accorinti, &lt;em&gt;grand commis&lt;/em&gt; dell’Agip e giovane dirigente dell’ENI ritorna poi sui temi già da lui affrontati in un interessante volume autobiografico (&lt;em&gt;Quando Mattei era l’impresa energetica, io c’ero&lt;/em&gt;, Matelica, Hacca, 2006). A giusta ragione l’ex manager ricorda come quella della corruzione politica fosse in gran parte una leggenda creata ad arte dai (ben sovvenzionati) nemici italiani e stranieri dell’ENI; Mattei, secondo Accorniti, cercò in ogni modo di non estendere al livello sottostante alla presidenza le intese necessarie alla sopravvivenza e all’espansione dell’azienda. Caricò questo onere su di sé, e questo era il senso della infelice battuta sui politici pagati “come un taxi alla fine della corsa”. In quella Italia, in bilico fra due blocchi e influenzata pesantemente da strategie politico economiche straniere di segno opposto, almeno secondo Accorniti, non fu possibile fare diversamente.&lt;br /&gt;Stona, in questo contesto, la relazione di Giulio Andreotti, costellata di citazioni altrui e povera di memorie personali. Forse non casualmente, visto che il politico romano non fu di certo tra i sostenitori dell’azione del presidente dell’ENI e della sua corrente politica di riferimento. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Dalla Resistenza agli idrocarburi&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;em&gt;Enrico Mattei - Il comandante partigiano, l’uomo politico, il manager di stato&lt;/em&gt;, atti del convegno di Ferrara, 29 aprile 2006, a cura di Davide Guarnieri, Pisa, BFS, 2007.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La giornata di studi che l’Istituto di storia contemporanea di Ferrara ha dedicato nel 2006 alla figura di Enrico Mattei è stata, a quanto ci risulta, la prima volta in cui ricercatori scientifici si sono confrontati sulla figura del manager di Matelica. L’obiettivo del convegno era quello di focalizzare le tre anime di Mattei: leader del movimento di Liberazione, parlamentare democristiano, presidente dell’ENI.&lt;br /&gt;Nota comune a tutti gli interventi, di qualità eccellente, è la disattenzione pluridecennale attorno a questa figura. Le biografie dedicate a Mattei – tutte di taglio giornalistico – hanno avuto come &lt;em&gt;focal point&lt;/em&gt; esclusivo (e ossessivo) la tragica scomparsa del manager di stato in un mai chiarito incidente aereo nei cieli della Lombardia; poco esiste sulla storia dell’industria petrolifera italiana, scarsa è stata l’attenzione alla sua attività politica, nulla o quasi di serio, come rileva uno degli interventi, è stato scritto sull'azione di Mattei all'interno del comando generale del CVL.&lt;br /&gt;Diversi gli argomenti oggetto delle analisi; Leonardo Raito approfondisce i legami fra l’imprenditore di Matelica e la democrazia cristiana, mettendo in luce i legami postbellici con i “suoi” partigiani bianchi, la cui azione nel partito sostenne in modo convinto; fu contemporaneamente promossa la piena autonomia dall’ANPI (da cui si staccò creando la FIVL), al fine di rivendicare uno spazio di “antifascismo autonomo”, in contrapposizione a quello ormai appiattito sulle posizioni del PCI. Paolo Gheda, in una originale analisi, ci mostra un Mattei attivo collaboratore di Giovanni Battista Montini, vescovo di Milano e futuro Papa, nel comitato “nuovi templi”, per la costruzione di nuove chiese nelle accresciute periferie del capoluogo lombardo.&lt;br /&gt;Suscita amare riflessioni, in questa presente stagione di anticlericalismo conclamato, nella quale si ritiene che per dare prova di laicità e democrazia occorra nascondere le proprie convinzioni, il fatto che un “laico” già leader della Resistenza, e manager di una grande azienda di stato, non solo non facesse mistero di essere credente e praticante, ma addirittura contribuisse economicamente e con spirito propositivo alle necessità della diocesi dove aveva sede la propria impresa. Davvero altri e più civili tempi.&lt;br /&gt;Le problematiche legate al mercato degli idrocarburi nell’Italia del dopoguerra sono poi approfondite da Matteo Troilo, mentre Ilaria Tremolada, nell’affrontare la politica commerciale dell’ENI in Iran si sofferma sulla &lt;em&gt;diplomazia parallela&lt;/em&gt; dell’ente guidato da Mattei, la quale non di rado confliggeva con le posizioni ufficiali del ministero degli Esteri italiano. Guido Samarani, offre un ulteriore prova della straordinaria lungimiranza del manager italiano descrivendone il suo interesse per la Cina alla fine degli anni ’50, stagione in cui non esistevano legami diplomatici fra il nostro paese e il regime di Mao Zedong; e non si può che leggere con stupita ammirazione cosa Mattei pensasse del paese asiatico esattamente cinquanta anni fa:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;… Si tratta di un popolo di 650 milioni di abitanti che avrà bisogno di una infinità di aiuti, fra i quali per esempio l’engineering, e che noi oggi siamo in grado di fornire tramite la più grande società europea del genere. Ossia l’ENI …&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Deborah Sorrenti approfondisce in chiave globale l’azione a cavallo fra politica estera e strategia commerciale dell’ente di stato guidato dal manager marchigiano nei difficili anni della guerra fredda e della contrapposizione dei blocchi, evidenziando una originale posizione &lt;em&gt;terzaforzista&lt;/em&gt; di Mattei; non casualmente, l’indipendenza dell’ENI nelle scelte internazionali andò scemando dopo la tragica morte del suo primo presidente. Infine Lucia Nardi descrive appassionatamente il ricco e ancora largamente inesplorato archivio storico dell’azienda; la nostra speranza è che esso possa essere visitato dagli studiosi più frequentemente di quanto non sia stato in passato, al fine di gettare nuova luce su un uomo dalla retta coscienza che molto ha dato al nostro paese.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;E per Mattei, eja eja alalà&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Luca Tedeschi, &lt;em&gt;Enrico Mattei squadrista e dissidente fascista&lt;/em&gt;, in: Nuova Storia Contemporanea, n. 3-2007.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ha fatto molto discutere questo saggio in cui vengono alla luce i trascorsi giovanili di Enrico Mattei; in realtà l’articolo, già di per sé non particolarmente lungo, se sfrondato da alcune pagine non essenziali (note biografiche, accenni al fascismo marchigiano e milanese e alla bibliografia esistente sul presidente dell’ENI) si riduce a un documento proveniente dall’Istituto Gramsci e due dell’archivio centrale dello Stato. Le carte provenienti dall’ACS, riguardano rispettivamente la denuncia che Mattei fece presso il tribunale e l’ufficio politico della milizia di Milano di un suo dipendente che aveva trafugato documentazione segreta, e un colloquio registrato da un informatore dell’OVRA in cui Mattei, dipinto come fascista di vecchia data, si lamentava della politica economica del regime. Si tratta di conoscenze di vecchia data, già citate in diverse biografie, e che, se da un lato non avevano ancora avuto un riscontro documentale, non erano mai state smentite da alcuno.&lt;br /&gt;Unica effettiva novità sono le carte del Gramsci, che registrano l’iscrizione al fascio di Matelica nell’ottobre del 1922, quando Mattei era poco più che sedicenne. Null’altro si sa su questi fatti. Non esistono riscontri attendibili su eventuali attività squadriste o di altre violenze eventualmente attribuibili all’allora fattorino della fabbrica vernici del comune marchigiano. &lt;em&gt;Rebus sic stantibus&lt;/em&gt; non si capisce davvero il clamore suscitato da questo – invero modesto – intervento di Luca Tedeschi.&lt;br /&gt;Mattei fu fascista nell’adolescenza, e iscritto al PNF negli anni ’30. A noi risulta che i curricula politici di altri importanti protagonisti della Resistenza fossero ingombranti o imbarazzanti quanto o forse più di quello del futuro presidente dell’ENI. E perché non ipotizzare una tessera posticcia da “antemarcia” (esistono diversi casi, il più noto quello di Galeazzo Ciano che se la fece fare da Alessandro Pavolini) al fine di favorire la propria attività imprenditoriale a Milano?  &lt;br /&gt;Per citare Shakespeare, verrebbe davvero da dire “molto rumore per nulla”.&lt;br /&gt; &lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3929441310239027592-2311149603114065583?l=orientamentistorici.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3929441310239027592/posts/default/2311149603114065583'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3929441310239027592/posts/default/2311149603114065583'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://orientamentistorici.blogspot.com/2007/08/enrico-mattei-1906-1962.html' title='Enrico Mattei 1906-1962'/><author><name>andrea rossi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/10741692204208134661</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='23' height='32' src='http://img512.imageshack.us/img512/125/carlistasdy2.jpg'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3929441310239027592.post-2677379457505581790</id><published>2007-07-01T17:24:00.000+01:00</published><updated>2007-07-02T10:18:25.794+01:00</updated><title type='text'>Storie in camicia nera</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;em&gt;Negli ultimi anni si sono svolte diverse occasioni di dibattito sulla nascita, lo sviluppo e la fine del fascismo nel nostro paese. &lt;/em&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;/span&gt; &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;em&gt;Gli atti di due convegni, il primo svoltosi a Mantova, il secondo a Fermo,  sono stati di recente resi pubblici e sono di seguito analizzati. &lt;/em&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;&lt;/strong&gt; &lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;strong&gt;Padania violenta&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;em&gt;Fascismo e antifascismo nella valle Padana&lt;/em&gt;, atti del convegno di studi di Mantova, 14/16 dicembre 2005, a cura dell’Istituto mantovano di storia contemporanea, Bologna, Clueb, 2007 (pp. 540, € 32, 00).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il convegno di Mantova del dicembre 2005 ha rappresentato una preziosa occasione per un confronto sullo stato dell’arte della storia del fascismo nelle regioni padane. La parte più ricca e originale di questa raccolta, senza nulla togliere ad alcuni interessanti interventi su Salò, è quella dedicata agli anni ’20 nell’Emilia Romagna e nella bassa Lombardia, ossia il periodo della nascita e dell’avvento del fascismo nelle due regioni. Abbiamo individuato un &lt;em&gt;fil rouge&lt;/em&gt;, che unisce tutte le realtà analizzate, anche se, purtroppo, non tutti i ricercatori intervenuti hanno saputo farlo emergere come fattore unificante delle vicende narrate: si tratta del tasso elevato di violenza presente nello scontro politico nel primo dopoguerra; la cruenta dialettica sociale è infatti il vero comune denominatore riscontrabile, sia pure in modo diverso, in tutte le storie locali al centro delle indagini.&lt;br /&gt;Fabrizio Venafro, in una analisi sulla realtà bolognese caratterizzata da pesanti stilemi marxiani, deve constatare che lo squadrismo superò per efficienza “le squadre di combattenti e nazionalisti (…); gli unici in grado di vantare una certa preparazione paramilitare nel contrastare il movimento socialista” (p. 13). Quest’ultimo, a sua volta, non ci risulta fosse propriamente animato da intenti gandhiani, tanto è vero che Matteo Pasetti rileva, a giusta ragione, come a Forlì “l’abitudine a pratiche di violenza politica precedette e favorì l’irruzione fascista” (p. 54); a Piacenza, secondo Fabrizio Achilli, si verifica un fenomeno già da noi individuato nel Ferrarese, ossia il passaggio di alcuni leader anarco-sindacalisti allo squadrismo: “il sindacalismo fascista si insinua nelle crepe che si aprono in quelle aree della pianura agricola dove più aspra è stata la lotta delle leghe rosse” (p. 88). Come nella provincia estense, una generazione di sindacalisti plasmati alla scuola della violenza soreliana, salta il fosso e va a fare la rivoluzione, ma in camicia nera. Peraltro i fascisti, anche nell’Emilia profonda trovano una inattesa dose di consenso, ben sottolineata da Anna Maria Ori nel suo saggio. Appare al riguardo illuminante per stile e contenuti il manifesto con cui a Carpi si presentavano i socialisti alle elezioni amministrative del 1920 parte del quale, citato dalla Ori, merita di essere riportato per esteso:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;… &lt;em&gt;Non si va al comune per amministrare meglio dei borghesi, per dare prova di giustizia e di correttezza amministrativa o per fare il bene della cittadinanza, e simili altre promesse democratiche piccolo-borghesi. I socialisti al comune devono provvedere esclusivamente all’interesse di classe del proletariato, antagonista a quello della borghesia&lt;/em&gt; … (p. 167)&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;Sono espressioni che parlano a volumi sul clima dell’Emilia anni ’20, e forse proprio per questo a lungo ignorate; eppure senza una analisi attenta di questi frammenti risulta incomprensibile la ragione per cui si creò un nocciolo duro di consenso attorno al movimento di Benito Mussolini.&lt;br /&gt;A fronte di alcune innovative analisi sull’avvento della dittatura, appaiono non sempre convincenti alcuni interventi relativi alle vicende del ventennio successivo. Le analisi di Giovanni Taurasi sulle carceri di Castelfranco Emilia, così come quelle di Juri Meda su chi si opponeva più o meno palesemente al regime, finiscono quasi per giustificare conclusioni opposte a quelle degli autori, ossia che il dissenso era talmente minoritario e disomogeneo per mezzi e fini, da risultare ininfluente o invisibile.&lt;br /&gt;Non diverso il rischio che corrono Antonella e Davide Guarnieri nel descrivere la situazione di Ferrara sotto la RSI; entrambe le relazioni, peraltro, sono preziose per la messe di dati inediti e la narrazione di vicende sino ad oggi ignote. Lo studio dello scenario in cui si mossero gli antifascisti ferraresi dà vita ad un quadro imbarazzante, in cui l’adesione al fascio repubblicano estense assume aspetti quasi totalitari, comprensivi del ritorno al potere di gruppi politici ed economici che il 25 luglio prima e l’armistizio poi avevano fatto scomparire nel resto dell’Emilia. Stridente è infatti il paragone fra i 9.000 iscritti al PFR estense rispetto alla sparuta pattuglia che frequentava l’agonico fascio di Reggio, già in disfacimento ancor prima del 1943, come ben si ricava dall’analisi di Massimo Storchi; inquietante appare poi l’inquadramento di quasi 2.500 camicie nere nella GNR, forze che sommate alle centinaia di squadristi della brigata nera ferrarese offrivano un controllo talmente capillare del territorio da non rendere necessaria, come sottolinea Davide Guarnieri, la presenza della Ordnungspolizei nella provincia ferrarese.&lt;br /&gt;Nel suo studio della figura di Leandro Arpinati, Brunella della Casa fa di nuovo riflettere su come il fascismo delle origini fosse assai permeabile all’inserimento di personale dai percorsi umani e politici ben lontani dallo stereotipo classista dominante in molta storiografia dell’ultimo cinquantennio. Riemerge, sia pure di passata, la vicenda del fascio bolognese, fondato nel 1919 dai repubblicani Pietro Nenni e Guido Bergamo, elementi assai lontani dall’agraria o dal capitalismo industriale (e infatti espunti dall’analisi &lt;em&gt;superideologica&lt;/em&gt; di Venafro, di cui si è detto dianzi). Il percorso umano del “ras” bolognese, prima anarchico, poi squadrista ed infine antifascista, ammazzato da partigiani che potevano essere anagraficamente figli suoi, è, a parer nostro, la spia di contraddizioni spesso risolte con l’eliminazione dalle ricostruzioni storiche.&lt;br /&gt;Il volume si conclude con alcune analisi di vicende locali che poco aggiungono a quanto sinora noto, ed in un caso, quello dello studio che Ermanno Mariani dedica alle formazioni poliziesche di Salò, appaiono di una povertà imbarazzante, ben al di sotto del tono generale del volume; nel riprendere da un libro divulgativo di Silvio Bertoldi di trent’anni fa l’elenco di alcune formazioni di polizia (“vi erano poi la Finizio, la Castellanzi, la Pollastri, la De Sanctis, la Panfi, La Pennacchio”, p.485), l’autore &lt;em&gt;fa filotto&lt;/em&gt;, mettendo assieme reparti autonomi (Mario Finizio, comandante del CIP, centro informativo politico, alle dipendenze tedesche), nomi sbagliati (Pollastri invece che Guglielmo Pollastrini, comandante delle squadre d’azione a Roma, che nulla c’entra con la valle Padana), elementi organici della Questura (come Carlo De Sanctis a Ferrara), e individui su cui bisognerebbe iniziare a fare analisi serie, come il fantomatico “Panfi”, elencato da mezzo secolo senza alcuna informazione su diecine di volumi dedicati alla Resistenza, e che secondo noi è il conte magiaro al servizio del SD milanese Spérőe Pállfi (e non Panfi), che Vincenzo Costa descrive nel suo L’ultimo federale (Bologna, Il Mulino, 1997, p. 182-183).&lt;br /&gt;In conclusione il nostro auspicio è lo stesso che Paul Corner (apprezzato &lt;em&gt;discussant&lt;/em&gt; durante le giornate mantovane) espresse due anni fa, ossia che dopo una lunga e proficua stagione di ricerche sull'ultimo fascismo, si torni a studiare la nascita dello squadrismo, specie nelle realtà emiliane e lombarde che meglio materializzarono il disegno mussoliniano del partito armato in camicia nera.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;I dolorosi percorsi di Salò&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;em&gt;Violenza tragedia e memoria della Repubblica Sociale Italiana&lt;/em&gt;, atti del convegno di studi di Fermo, 3-5 marzo 2005, a cura di Sergio Bugiardini, Roma, Carocci, 2006, (pp. 370, € 28, 00)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il debutto dell’Istituto di storia contemporanea di Fermo (AP) ho coinciso con l’organizzazione di un interessante convegno di respiro nazionale sulle vicende della repubblica di Salò; le relazioni, pubblicate alla fine del 2006 presso l’editore Carocci, appaiono di livello assai elevato, con indagini su fatti e personaggi rimasti sinora in ombra e talvolta descritti in passato in modo incompleto e approssimativo.&lt;br /&gt;L’opera infatti appare valida soprattutto grazie alle relazioni dedicate agli argomenti meno conosciuti del biennio 1943-45: le complesse vicende locali della galassia salotina, le biografie dei gerarchi di seconda e terza schiera, le continuità spesso ignorate fra le tre Italie (del re, di Mussolini e della faticosa democrazia postbellica), che coinvolsero larghi settori della burocrazia, delle forze armate e della polizia.&lt;br /&gt;Il curatore, Sergio Bugiardini, nella sua introduzione sostiene che l’idea di fare un convegno sulla RSI nel sessantesimo anniversario della Liberazione poteva apparire “provocatoria” (p. 8) e ciò secondo noi la dice lunga sulle ragioni per cui, come di seguito aggiunge Enzo Collotti, “la storiografia sulla Repubblica sociale italiana nasce in epoca relativamente recente” (p. 15): ci sono, purtroppo, ritardi di mezzo secolo che solo la benevola analisi di quest’ultimo studioso può addebitare “al riflesso autodifensivo di natura politica” (p. 17). Collotti osserva poi come il vacuum sia stato colmato da una alluvione di opere autobiografiche o narrative di orientamento neofascista; Francesco Germinario, poco oltre conferma al riguardo quanto vent’anni fa già avevano compreso Giovanni de Luna e Mario Isnenghi: la memorialistica di Salò “enorme e ancora in crescita anche negli anni più recenti” (p. 29) fu sì redatta a fini autoassolutori, ma venne però letta da tanti (o tantissimi: basti pensare alle numerose ristampe di una indigesta &lt;em&gt;pizza&lt;/em&gt; come le memorie di Rodolfo Graziani) che null’altro reperivano sull’argomento. Se lo schematismo definitorio dei vari Battaglia, Mira, Salvatorelli e Santarelli non avesse fatto premio sulla necessità di fare indagini serie sull’ultimo fascismo, forse le analisi di Fredrick W. Deakin sarebbero rimaste una testimonianza meno solitaria su quel controverso periodo. Il meritorio e indispensabile censimento delle fonti archivistiche della RSI condotto dalla fondazione ISEC di Sesto San Giovanni sotto il coordinamento di Luigi Ganapini, prosegue frattanto tra mille difficoltà, e bene hanno fatto Grazia Marcialis e Gaetano Grassi, nella loro relazione a constatare che i tempi per la redazione della Guida agli archivi della Resistenza furono assai più brevi. I ritardi sono comunque una imbarazzante pagina sotto gli occhi di tutti; anche Lutz Klinkhammer conferma un silenzio assordante che, con transalpina bonomia, lo studioso tedesco spiega “con una certa fase politica” (p.49).&lt;br /&gt;Concluse le valutazioni di carattere generale, si giunge alla parte migliore del volume; incontriamo l’inedita storia del “Corriere della sera” nel biennio 1943-45 narrata da Mauro Forno, seguita dagli interessanti cenni che Gloria Gabrielli offre sul percorso umano di Carlo Silvestri, intrecciato a doppio filo per un quarto di secolo con quello di Benito Mussolini. Sergio Bugiardini, in una preziosa analisi della stampa locale marchigiana durante l’occupazione tedesca, fa luce anche sugli inediti e precari equilibri che reggevano l’ultimo fascismo in questa regione. Di grande interesse il profilo dei trentenni che qui, come altrove, fecero rinascere le federazioni provinciali, come Caterbo Mattioli a Pesaro, il quale era talmente convinto di prendere parte a un conflitto ideologico da richiedere, dopo la caduta di Mussolini, “l’adesione alle SS tedesche” (p. 121); un percorso simile ad altri da noi studiati e che conferma la necessità di approfondire le continuità fra vecchio e nuovo fascismo. Maura Firmani si addentra nell’universo oscuro delle &lt;em&gt;ragazze di Salò&lt;/em&gt;, e della loro irriducibile fede mussoliniana, soprattutto tramite lo studio delle vicende di alcune detenute fasciste nel penitenziario di Perugia; la Firmani così dipinge una di esse “l’attivismo politico della donna non si esaurì dietro le sbarre, anzi fu alimentato da una cospicua corrispondenza con i camerati tutta incentrata nell’esaltazione di quanto da essi compiuto” (p. 145); desta una certa vertigine il fatto che se questa descrizione non si sapesse essere riferita ad una volontaria di Salò, potrebbe rappresentare una delle tante &lt;em&gt;pasionarie&lt;/em&gt; di colore politico opposto descritte nelle antologie resistenziali.&lt;br /&gt;Tornando alle vicende locali, Amedeo Osti Guerrazzi approfondisce la biografia di Guglielmo Pollastrini, uno dei animatori del fascio repubblicano della capitale, sottolineando che “solo nel 2004 è uscito un volume dedicato alla federazione fascista dell’Urbe” (p. 159); saggio scritto dallo stesso Guerrazzi, aggiungiamo noi, il quale con grande caparbietà e rigore ha studiato fatti e vicende su cui non un rigo di carattere scientifico era stato scritto in sessant’anni, nonostante sull’occupazione tedesca di Roma siano stati dati alle stampe dozzine di volumi. Marta Baiardi offre un quadro ricco di dettagli sulla triste vicenda dell’ufficio affari ebraici di Firenze e sul suo capo Giovanni Martelloni, il quale agì nella sostanziale indifferenza e talvolta con l’esplicita approvazione di diversi cittadini del capoluogo toscano (p. 221).&lt;br /&gt;Qualche superficialità nell’ambito della storia militare si rinviene nell’intervento di Gianmarco Bresadola Banchelli sull’&lt;em&gt;Adriatische Kustenland&lt;/em&gt;, dove pare che fossero presenti solo reparti tedeschi o sloveni, con un minimo apporto di formazioni italiane, perlopiù di scarsa efficienza (p. 256). In realtà nel Friuli, in Istria e nella Venezia Giulia si trovavano cinque reggimenti di &lt;em&gt;Milizia difesa territoriale&lt;/em&gt; (ex legioni MVSN) più altri reparti autonomi (reggimento alpini &lt;em&gt;Tagliamento&lt;/em&gt;, battaglione bersaglieri &lt;em&gt;Mussolini&lt;/em&gt; ed altri) discretamente armati ed equipaggiati, anch’essi agli ordini del comandante della polizia e delle SS Odilo Globocnik. Senza contare l’arrivo, nell’inverno 1944-45 di altri reparti della X Mas di Junio Valerio Borghese.&lt;br /&gt;Spiace che Brunello Mantelli riduca il suo intervento sui rastrellamenti nelle Marche a sole sei pagine, peraltro colme di riferimenti bibliografici e archivistici: magari lasciando meno spazio ai &lt;em&gt;brevi cenni sull’universo&lt;/em&gt; che interpuntano alcune parti del volume, si sarebbe potuto incoraggiare il bravo storico torinese a scrivere qualcosa di più.&lt;br /&gt;Sfocata appare la relazione di Agostino Bistarelli sulla ricostruzione delle forze armate italiane al termine del conflitto; le cifre sulle forze armate della RSI (p. 294) sono tratte dai poco attendibili volumi di Nino Arena e Teodoro Francesconi e la scelta di soffermarsi sulle vicende postbelliche dei partigiani nell’esercito italiano non contribuisce alla conoscenza dei percorsi degli ex &lt;em&gt;ragazzi di Salò&lt;/em&gt;; su essi, diversi anni or sono, Pier Paolo Battistelli scrisse che furono smistati in percentuali “non allarmanti” nei vari CAR e successivamente nei Corpi. Bene avrebbe fatto l’autore a fare luce anche su questo tuttora ignoto ambito di indagine.&lt;br /&gt;Di grande interesse e novità, infine, la analisi delle continuità dei vari corpi dello stato, come la magistratura, la polizia e la burocrazia ministeriale, studiate rispettivamente da Giovanni Focardi, Giovanna Tosatti e Marco Borghi. Qualche perplessità ci lascia lo studio della Tosatti, quando afferma che il 20% dei questori aderì alla RSI, mentre “i prefetti di carriera si erano rifiutati in blocco di collaborare” (p. 326). I dati che conosciamo contraddicono questa analisi; i prefetti (poi definiti “capi provincia”) erano spesso arrivati a questo incarico provenendo direttamente dal PNF o dalla Milizia, e dopo l’armistizio, in diversi casi, la loro fede politica potè più del giuramento al re (alcuni casi: Emilio Grazioli, Giovanni Dolfin, Melchiorre Melchiorri, Rino Parenti e Oscar Uccelli). Discorso simile si potrebbe fare anche per i responsabili delle questure, che secondo noi aderirono in misura assai superiore all’uno su cinque di cui parla l’autrice della relazione.&lt;br /&gt;Le conclusioni di Luigi Ganapini, che sottolineano la necessità di proseguire lo studio sulle continuità – invero numerose – tra l’Italia del ventennio fascista, quella dell’occupazione tedesca e quella democratica, sono condivisibili, anche se non possiamo negare il nostro rammarico per alcune sferzanti opinioni che lo storico milanese esprime sulla Chiesa cattolica; questa, assente o quasi nelle pagine precedenti, viene incomprensibilmente citata solo nell’elenco dei soggetti che hanno contribuito a stendere una “cappa di autoritarismo e repressione” sul nostro paese (p. 351).&lt;br /&gt;Ciò non modifica il nostro giudizio sull’opera, che resta senz’altro positivo, e semmai ci fa chiedere se non sia giunto il momento per affrontare in modo sereno (magari in una giornata di studi) il ruolo della Chiesa nei mesi in cui assieme, nel nostro paese, si svolsero la lotta di liberazione e la guerra civile.&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3929441310239027592-2677379457505581790?l=orientamentistorici.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3929441310239027592/posts/default/2677379457505581790'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3929441310239027592/posts/default/2677379457505581790'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://orientamentistorici.blogspot.com/2007/07/storie-in-camicia-nera.html' title='Storie in camicia nera'/><author><name>andrea rossi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/10741692204208134661</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='23' height='32' src='http://img512.imageshack.us/img512/125/carlistasdy2.jpg'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-3929441310239027592.post-8314085043149232464</id><published>2007-05-29T14:27:00.000+01:00</published><updated>2007-06-27T13:14:34.277+01:00</updated><title type='text'>Storie emiliane del '900</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;em&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;Negli ultimi mesi sono stati pubblicati diversi volumi inerenti la storia dell’Emilia Romagna nel corso del ‘900, e soprattutto sul cruciale passaggio del ventennio fascista, dall’avvento della dittatura, passando attraverso le fosche giornate di Salò per finire con le sanguinose epurazioni successive al secondo dopoguerra. &lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;/div&gt;&lt;em&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;Soffermiamo di seguito la nostra analisi su tre studi che hanno diversi motivi di interesse.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;strong&gt;Bastonatori per caso?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;(ILARIA PAVAN, Il podestà ebreo, Bari, Laterza, 2006)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lo studio della Pavan ha l’indubbio pregio di mettere a fuoco la vita del podestà di Ferrara Renzo Ravenna, e assieme il difetto di ignorare il contesto generale in cui si svolse la vicenda umana al centro della biografia. Ravenna fu ininterrottamente podestà a Ferrara per quasi quindici anni, fino a quando, poco prima dell’emanazione delle leggi razziali, dopo pressioni governative a lungo respinte dai circoli estensi più vicini all’avvocato (Italo Balbo in testa), fu costretto a dimettersi, ultimo amministratore di religione ebraica ancora in carica nel nostro paese.&lt;br /&gt;La figura di Ravenna e delle sue amicizie appare correttamente delineata, specie per quanto concerne l’ambiente familiare, la descrizione della comunità ebraica ferrarese e i legami fra i principali gruppi economici della città estense. Ben descritte inoltre, grazie al notevole apporto di documentazione degli archivi familiari, la sua azione – invero innovativa e onesta – per la città, le persecuzioni successive al 1938, e, soprattutto, quelle patite durante l’occupazione tedesca.&lt;br /&gt;Lacune, talvolta piuttosto sorprendenti, si trovano come detto nella narrazione della Ferrara culla dello squadrismo di Italo Balbo. Non pare reggere, alla prova delle ricerche più accurate e della documentazione reperibile presso l’archivio di stato di Ferrara (praticamente assente nel libro della Pavan), la descrizione di un Ravenna &lt;em&gt;fascista per caso&lt;/em&gt;, quando ben si sa come la comunità ebraica fosse fortemente affascinata dal movimento mussoliniano; ancor meno plausibile è l’oleografia di Italo Balbo, incredibilmente raccontato come un &lt;em&gt;bastonatore per caso&lt;/em&gt;: neanche cinque pagine per descrivere le imprese giovanili di “pizzo di ferro” (compresa la feroce uccisione di don Minzoni) a fronte delle decine dedicate a Balbo aviatore e poi “illuminato” governatore della Libia. Il fatto che la carica di podestà fosse di nomina governativa, infine, passa quasi come un dettaglio secondario; indipendentemente dalle qualità umane, nessuno infatti, aveva eletto Ravenna come amministratore della città (la quale, peraltro, appare fra quelle dove maggiore fu il consenso per la dittatura).&lt;br /&gt;Ci avrebbe forse aiutato a comprendere meglio le vicende di Ferrara negli anni ‘30 la lettura degli atti del convegno Italo Balbo e il ventennio fascista svoltosi nel capoluogo estense nel dicembre del 2000, e citati dalla Pavan. Non abbiamo purtroppo avuto la fortuna della studiosa milanese e allo stato attuale non ci è dato sapere dove tali atti siano: certamente non in fase di pubblicazione presso la casa editrice “Il Mulino” come sostiene in nota l’autrice.&lt;br /&gt;In conclusione si tratta di un volume complessivamente utile e interessante, che però, come altri hanno scritto, dice molto sul “podestà ebreo” e poco, o quasi nulla, sul capoluogo che governava.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;strong&gt;Sindacalisti “cuori neri”&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;(ROBERTO PARISINI, Dal regime corporativo alla repubblica sociale, Ferrara, Corbo, 2006)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Roberto Parisini affronta per la prima volta il tema del corporativismo in una delle province dove maggiormente si sviluppò la struttura del sindacalismo fascista, ossia Ferrara e la sua provincia. Con una espansione a tappe forzate, condotta con energia sconosciuta in altre realtà italiane, il regime corporativo nella provincia estense conobbe nel corso del ventennio una capillare estensione dal capoluogo alla periferia, con unità locali dei sindacati in camicia nera nei luoghi più lontani, e all’epoca, più desolati e poveri del Ferrarese.&lt;br /&gt;In realtà dove leghe rosse e bianche erano state spazzate via delle squadracce di Italo Balbo, Giulio Divisi e Olao Gaggioli, gli unici luoghi dove era possibile fare una – sia pur modesta – azione a favore delle diseredate classi lavoratrici (braccianti soprattutto), furono le sezioni dei sindacati corporativi, i quali, in diversi casi finirono per avvalersi di anche personale che proveniva da esperienze di colore politico affatto diverso. &lt;em&gt;Bon grè mal grè&lt;/em&gt;, il lumpenproletariat del basso Ferrarese accettò questo cambiamento e dove prima bussava alla porta della lega, si recò con sempre maggior frequenza all’uscio del sindacato fascista.&lt;br /&gt;Il quadro che emerge dalla efficace analisi di Parisini è straordinariamente complesso, e assai mutevole a seconda delle varie realtà locali: si constata, comunque, un certo consenso da parte dei lavoratori per le strutture corporative, almeno in un primo periodo; poi, con il trascorrere degli anni e con l’emergere delle contraddizioni interne al sindacato fascista (insanabile la divisione fra chi credeva davvero possibile una funzione di rappresentanza delle istanze dei lavoratori e chi aveva semplicemente assunto una nomina e il relativo stipendio), subentrò la sfiducia e il distacco. Resta però innegabile una presenza sul territorio ferrarese di una forma di organizzazione del consenso al regime che riuscì a trasferire, a differenza di altre, la sua continuità anche nella discreditata stagione di Salò.&lt;br /&gt;Dove il partito fascista implode con il 25 luglio e fatica a risorgere dopo l’8 settembre, il sindacato (e, aggiungiamo noi, la milizia) sopravvive e diventa una delle strutture locali su cui il malfermo regime della repubblica di Mussolini può contare dal principio alla fine della sua triste avventura, nell’aprile del 1945.&lt;br /&gt;E’ questo, forse, il contrasto stridente con il resto dell’Emilia Romagna, dove il consenso alle organizzazioni fasciste era già precario nel 1940-43 e nullo dopo tale data. Ferrara resta, innegabilmente, un’isola nera, un luogo dove il forsennato prefetto-federale (ossia &lt;em&gt;Gauleiter&lt;/em&gt;, alla nazista) Enrico Vezzalini semina il terrore con i suoi scagnozzi guidati da Carlo Tortonesi, ed assieme registra un imprevedibile favore, diffuso non solo all’interno del partito fascista repubblicano, con le sue “tirate” contro i potentati dell’economia agraria.&lt;br /&gt;In conclusione, uno studio prezioso, che rivela aspetti poco studiati almeno per quanto riguarda una realtà, quella di Ferrara, considerata marginale rispetto al resto dell’Emilia proprio per i suoi tratti distintivi, così poco omologabili con il resto della regione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;strong&gt;Preti che un po’ se la sono cercata …&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;(NAZARIO SAURO ONOFRI, Il triangolo rosso, Bologna, Edizioni Sapere 2000, 2007)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Chiariamo immediatamente un punto: questo accurato studio di Onofri (in realtà è una ristampa aggiornata: la prima edizione è del 1994) è uno dei pochi lavori in cui sono offerti numeri attendibili sulla stagione delle violenze postbelliche in Emilia Romagna; i circa 2.000 morti in tutta la regione dalla liberazione alla fine del 1946 (quasi tutti raggruppati nei mesi del furore del 1945) sono una cifra quasi certa, frutto di uno studio scrupoloso su documenti d’archivio e fonti edite (comprese quelle dei reduci della RSI), incrociati con pazienza certosina dall’ex giornalista e partigiano, senza cedimenti ideologici o inutili semplificazioni. Di questo occorre essere grati a Onofri, poiché offre dati certi, un appiglio sicuro in un oceano di propaganda di vario colore politico che nell’arco di 50 anni ha spesso voluto far passare per veri sia gli improponibili “rigonfiamenti” della pubblicistica nostalgica, sia gli altrettanto incredibili “assottigliamenti” di alcuni studiosi più amanti dell’ideologia che della verità.&lt;br /&gt;Insomma, del merito e del metodo nulla si può dire. Non convincono invece alcune interpretazioni e conclusioni (drastiche) che qua e là nel libro si incontrano.&lt;br /&gt;E’ certamente vero che l’esplosione della furia sui collaborazionisti alla fine della guerra fosse ampiamente prevedibile, e che sia stata una cifra caratteristica di tutta l’Europa occidentale - specie in Francia e Belgio - . Da questo a esaltare la violenza sommaria di quei giorni dicendo che “mai a memoria d’uomo i popoli d’Europa furono animati, come in quel momento da un comune anche se violento &lt;em&gt;(sic)&lt;/em&gt; desiderio di giustizia” (p. 37) ce ne corre parecchio. La giustizia anomica (senza regole, come diceva Max Weber) ha il pregio di essere veloce e il difetto di non prendere sempre i colpevoli, e se li prende, di non punirli con proporzione. Se quella stagione di cui Onofri pare senta nostalgia fosse proseguita per molto tempo, probabilmente ricorderemmo il 25 aprile volentieri come il terrore di Maximilien Robespierre.&lt;br /&gt;Inaccettabile è la spiccia descrizione di alcuni episodi indegni di un paese che aveva appena riacquistato la libertà, come l’assalto alle carceri di Carpi e Ferrara e soprattutto l’atroce vicenda dei sette fratelli Govoni di Pieve di Cento (BO), catturati, torturati e massacrati da alcuni partigiani comunisti della brigata “Paolo” nel maggio 1945. Onofri dedica a questa tragedia poche righe distratte, sostenendo, cosa che non ci risulta in alcun modo, che due di essi avevano partecipato a rastrellamenti nella zona. Non una parola di pietà ne’ di rammarico.&lt;br /&gt;In più punti e segnatamente quando parla di un noto opuscolo edito dalla DC (&lt;em&gt;La seconda liberazione dell’Emilia&lt;/em&gt;, Roma, SPES, 1949), si irride alcune esagerazioni della propaganda cattolica, sui fatti avvenuti negli anni fra il 1945 ed il 1948. Spiace però che il bravo studioso ignori tutti gli studi scientifici che Salvatore Sechi ha svolto sul PCI emiliano e sulle sue effettive potenzialità insurrezionali. I militanti del PCI non avevano probabilmente i rubli d'oro, come si diceva nell’opuscolo, ma armi automatiche, munizioni e radio trasmittenti, quelle però c’erano eccome. Lamentarsi della propaganda della DC senza poi leggere le cronache de &lt;em&gt;L’Unità&lt;/em&gt; o de &lt;em&gt;L’Avanti&lt;/em&gt; in quegli stessi anni, appare poi espediente discutibile. In realtà, in piena guerra fredda gli interventi di ambo le parti furono a gamba tesa in diverse occasioni; esisteva comunque una non trascurabile differenza nei valori di fondo proposti dai due schieramenti, uno dei quali, e lo stesso Onofri lo ammette, non prevedeva la costruzione di una democrazia occidentale in Italia.&lt;br /&gt;Come già detto dianzi, c’è una sorta di costante giustificazionista nella puntuale descrizione che si fa di quella non pacifica stagione. Le proteste degli agricoltori e dei mezzadri contro i proprietari, piccoli e grandi, che sfociarono in proteste con morti non meno defunti dei contadini celebrati nei martirologi del PCI, secondo l'autore erano dovuti all’ostinazione dei &lt;em&gt;padroni &lt;/em&gt;i quali non capivano che “la rivoluzione e la violenza dei mezzadri erano i mezzi e non il fine &lt;em&gt;(sic)&lt;/em&gt;” (pp. 111-112). Insomma, un po’ se l’erano cercata.&lt;br /&gt;Altri che se “l’erano cercata” furono i preti ammazzati in Emilia in quegli stessi anni (una ventina quelli su cui esistono dati certi, nella precisa analisi sui singoli casi fatta da Onofri). Don Umberto Pessina, ammazzato a rivoltellate in canonica nel giugno 1946, è così ricordato dall’autore: “era un prete intransigente e non certo un don Camillo” (p. 133): insomma, forse anche lui se l’era meritata, almeno un pò.&lt;br /&gt;In conclusione ribadiamo il giudizio in precedenza esposto: il volume offre una messe di dati su cui non è oggettivamente possibile avere dubbi. E di ciò ne siamo grati all’autore. Assai meno convincente appare Onofri quando ci vuole descrivere l’atmosfera e i fatti dell’Emilia post bellica, con una agiografia imbarazzante di una stagione che, comunque, non fu tra le più memorabili di questa regione, almeno secondo noi. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/3929441310239027592-8314085043149232464?l=orientamentistorici.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://orientamentistorici.blogspot.com/feeds/8314085043149232464/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=3929441310239027592&amp;postID=8314085043149232464' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3929441310239027592/posts/default/8314085043149232464'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/3929441310239027592/posts/default/8314085043149232464'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://orientamentistorici.blogspot.com/2007/05/storie-emiliane-del-900.html' title='Storie emiliane del &apos;900'/><author><name>andrea rossi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/10741692204208134661</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='23' height='32' src='http://img512.imageshack.us/img512/125/carlistasdy2.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry></feed>
