mercoledì 4 gennaio 2023

UN SALUTO

 Carissimi, sono passati quindici anni interi da quando ho iniziato questa avventura. Non c'erano social media, e pensavo fosse utile offrire una guida a chi si occupa di storia; osservo oggi tempi diversi e più veloci di allora. E ammetto di non avere la concentrazione di un tempo. Mi scuso con amici che non avrò tempo di recensire, o con studiosi a cui non potrò spiegare, qui, la differenza fra storia e militanza. Lascio disponibile a tutti questo archivio, con la speranza che sia utile. Per chi fosse interessato, il materiale dei primi dieci anni di ORIENTAMENTI STORICI è disponibile in volume presso l'editore d'Ettoris. Oppure, potete farne richiesta direttamente a me all'indirizzo mail andrearossi_fe@yahoo.it 

Sono stati anni belli e libri belli. Saluto tutti quelli che hanno condiviso questa pagina.

Andrea



sabato 8 gennaio 2022

IL MEGLIO DEL 2021

 

Federico Ciavattone, Arditi in Sicilia, Archivio Storia, Fidenza, 2021

L’autore, esperto di storia militare, narra per la prima volta la vicenda di uno dei pochi reparti d’elite delle forze armate regie, ossia il X reggimento arditi, una formazione volontaria di elementi scelti, addestrati alla guerra non convenzionale e ad azioni simili a quelle dei commando britannici o tedeschi. L’impiego fu frammentario, e praticamente si concluse nel corso del luglio 1943 all’ombra dell’Etna, con risultati notevoli dal punto di vista tattico, ma sostanzialmente inutili a cambiare l’esito della campagna di Sicilia, ormai destinata, per le forze dell’Asse a concludersi in modo catastrofico. Una storia che dimostra, una volta di più, come il regime avesse plasmato il nostro esercito secondo la retorica dei “milioni di baionette” senza minimamente avere intuito i canoni della guerra moderna, fatta anche di azioni di guerriglia, controguerriglia, sabotaggio e incursioni mirate. “Too little, too late”: fu troppo poco, e troppo tardi.

Mario Avagliano-Marco Palmieri, Paisà, sciuscià e segnorine, Il Mulino, Bologna, 2021

Mario Avagliano e Marco Palmieri continuano la loro indagine sull’Italia fra guerra e dopoguerra, con rigore e assieme partecipazione umana, narrando il dolore del Mezzogiorno: un popolo brutalizzato dai tedeschi in ritirata dopo l’armistizio e trattato in modo sprezzante da americani e (soprattutto) inglesi; uomini e donne oggetti, infine, delle violenze di massa delle truppe nordafricane al comando dei francesi, su cui si stese, velocemente, un muro di omertà istituzionale. Cosa sapeva il Settentrione, diviso fra guerra civile e movimento di liberazione, di questa situazione? Poco o nulla, tanto è vero che emerge con chiarezza il pregiudizio (antico) sociale e politico verso il sud della nazione. Gli autori riescono nell’intento di offrire al lettore un affresco fatto di chiaroscuri, in cui la vitalità di una parte del paese convisse con fame, degrado, umiliazioni e vessazioni.

Chiara Colombini, Anche i partigiani però…, Editori Laterza, Bari-Roma, 2021

La resistenza è sotto attacco e va difesa; questa in estrema sintesi la tesi dell’autrice. In realtà, quello che negli ultimi venti anni è stato oggetto di revisione (non di “attacco”) è stata la valutazione del comportamento del partito comunista durante e dopo la fine della guerra in Italia. La differenza valoriale tra le parti in causa, non ci pare sia mai stata messa in discussione, se non tra frange estreme, non presenti e non rappresentate politicamente. Sono invece le centinaia di omissioni degli aspetti più controversi della guerra civile ad aver creato l’humus su cui l’attenzione dell’opinione pubblica si è andata a concentrare col trascorrere degli anni: nessuno obbligava generazioni di storici a evitare gli angoli bui della guerra civile almeno fino agli studi di Claudio Pavone; Se alla fine la pentola è stata scoperchiata, di certo non è colpa di un complotto antidemocratico, ma della parzialità con cui la storia di quei mesi è stata raccontata per decenni.

Charles Messenger, Il gladiatore di Hitler, Italia Storica, Genova, 2021

L’edizione italiana di questo eccellente lavoro di Charles Messenger, storico militare scomparso nel 2017, esce a venti anni dalla prima edizione inglese; lo studio è al momento l’unica biografia scientifica di Joseph “Sepp” Dietrich, guardia del corpo di Adolf Hitler che fu comandante per oltre un decennio della “Leibstandarte Adolf Hitler”, la prima divisione delle SS. Il profilo umano di questo sergente dell’esercito del Kaiser che concluse la seconda guerra mondiale da generale d’armata, ha diversi aspetti di interesse: incolto ma amato dai suoi soldati, inadeguato ai compiti di comando ma carismatico assai più del suo capo Heinrich Himmler, rappresentava in fondo l’ideale del soldato politico del Reich. L’autore si riserva il giudizio sulle responsabilità dirette nelle atrocità commesse dai suoi uomini, e questa fu la sentenza della giustizia americana che dopo qualche anno lo rimise in libertà: dimostrazione che non solo in Italia fu larga la manica verso i guerrieri ideologici del “nuovo ordine” europeo.

H. James Burgwyn, Mussolini e la repubblica di Salò, Castelvecchi, Roma, 2021

L’autore si era già occupato del regime fascista durante la seconda guerra mondiale nel suo precedente L’impero sull’Adriatico (LEG, Gorizia, 2006) e questo volume potrebbe essere il seguito ideale della precedente ricerca. Il lavoro, costruito su una bibliografia di alterna qualità (si trovano citati assieme studi scientifici e altre pubblicazioni di taglio giornalistico) poco però aggiunge alla storiografia più recente: Mussolini appare debole e incerto, da un lato in balìa dei fascisti intransigenti e dall’altro schiacciato sotto il peso degli occupanti nazisti; vorrebbe emanciparsi dall’alleato occupante, ma in fondo non nasconde la propria stima per Adolf Hitler e la radicalità della guerra totale (anche per quanto riguarda lo sterminio degli ebrei). Forse Burgwyn pecca di provincialismo nel finale, quando afferma che gli scritti di Giampaolo Pansa hanno dato il “la” ad una reviviscenza del fascismo in Italia, dimenticando che, forse, i silenzi politici della sinistra sulle violenze postbelliche hanno fatto più male alla sinistra stessa che le pubblicazioni di un bravo giornalista.

Alberto Leoni, O tutti o nessuno!, Ares, Milano, 2021

Le vicende dei sacerdoti emiliani e romagnoli caduti durante la seconda guerra mondiale non ha mai conosciuto particolare successo storiografico; in genere gli studi, per la maggior parte biografici, si sono concentrati su singole figure, vittime delle violenze naziste, fasciste e comuniste, o hanno cercato di inquadrare il movimento cattolico della regione nel quadro più ampio del passaggio fra guerra e dopoguerra. Leoni, meritevolmente, ha raccolto e annotato i profili dei 123 prelati morti per cause belliche fra il 1940 e il 1945; 14 cappellani militari, 37 uccisi da tedeschi o dai fascisti, 27 da partigiani o ex partigiani e ben 45 per i bombardamenti aerei. Forse, fra tutti, quest’ultimo dato dovrebbe fare maggiormente riflettere su queste biografie, per fare comprendere come i pastori in nessun caso si allontanarono dal loro gregge. Anzi, in molti casi per i propri fedeli vissero, soffrirono e, talvolta, morirono.

Giacomo Pacini, La spia intoccabile, Einaudi, Torino, 2021

La storia di Federico Umberto d’Amato, narrata pregevolmente da Pacini, è la dimostrazione di come il transito dalla guerra al dopoguerra, per quanto concerne le forze dell’ordine del nostro paese, fu assai più fluido di come è stato fino a oggi narrato; per quello che concerne poi i servizi di informazione del ministero dell’Interno, il passaggio fra fascismo, monarchia e repubblica, rappresentò sostanzialmente un “continuum”, con la cristallizzazione nei propri ruoli di chi si era ricavato spazi di potere negli anni di più intensa collaborazione con gli alleati atlantici fra gli anni quaranta e cinquanta. D’Amato fu protagonista di questa continuità, agendo spesso in assoluta autonomia rispetto ai governi che si sono susseguiti nel nostro paese, almeno fino a metà degli anni settanta. L’autore, correttamente, non ci lascia sentenze definitive sul personaggio, ma indubbiamente l’interpretazione di alcune pagine di storia recente, dal golpismo, allo stragismo, al terrore rosso e nero degli anni di piombo, risulta ben diversamente illuminata dopo la lettura del volume.


domenica 3 gennaio 2021

Il meglio del 2020

 

Cesare Catananti, Il Vaticano nella tormenta, Edizioni San Paolo, Milano, 2020

In genere quando i ricercatori storici si sono interessati dell’azione del Vaticano nel corso della seconda guerra mondiale e durante l’occupazione tedesca di Roma, l’attenzione è andata soprattutto agli atti diplomatici della Santa Sede. Il volume di Catananti, frutto di uno studio attento degli archivi della Gendarmeria pontificia, osserva invece il piccolo mondo della Città del Vaticano, una minuscola enclave pacifica in mezzo ad una guerra mondiale, ed uno scoglio di libertà nel corso del tragico periodo del dominio nazista. Stato indipendente riconosciuto da tutte le forze in campo, il Vaticano ospitò corpi diplomatici di paesi in guerra o sconfitti dal terzo Reich, sotto stretta sorveglianza dalla polizia fascista, e riuscì a dare ospitalità a prigionieri di guerra alleati che, in qualche modo, oltrepassavano il colonnato del Bernini; i vertici della Gendarmeria, che assieme alla Guardia svizzera provvedeva alla sicurezza dei labili confini della città leonina, erano ben consci di come la sicurezza del Pontefice fosse tutt’altro che un dato acquisito, tanto che nella cruciale estate del 1943 fu redatto un dettagliato piano di difesa dei palazzi apostolici, nell’eventualità che una azione armata potesse mettere a repentaglio la vita di Pio XII. Ovviamente, se un commando tedesco avesse cercato, come era effettivamente stato progettato, di rapire il Papa, ben poco avrebbero potuto fare poche centinaia di guardie male armate e poco addestrate, se non “difendere col proprio corpo” il Pontefice, come si legge in una parte della relazione. Con l’arrivo degli Alleati, a giugno del 1944, non finirono comunque i grattacapi per il piccolo corpo militare che operava all’ombra del cupolone, con decine di militari e civili tedeschi che in qualche modo cercavano di evitare la prigionia scavalcando a loro volta le transenne di piazza san Pietro. L’autore affronta anche questo conclusivo periodo con precisione e puntualità, tratti distintivi dell’intero studio.

Mimmo Franzinelli, Storia della Repubblica Sociale Italiana, Laterza, Bari, 2020

La storia della repubblica di Mussolini ha conosciuto nell’ultimo ventennio una rinnovata attenzione da parte degli storici, con lavori di diseguale livello, soprattutto per la tendenza di molti studiosi di voler dimostrare i propri teoremi ideologici prima ancora di aver ricostruito i fatti effettivamente accaduti. Il corposo e approfondito studio di Franzinelli rappresenta un po’ la “summa” di una lunga stagione di ricerche che lo storico bresciano ha svolto nell’arco di un quarto di secolo sulla storia della resistenza, del fascismo e dell’occupazione tedesca. Non casualmente molti dei temi affrontati dall’autore nel corso degli anni ritornano nel volume: la sudditanza verso gli occupanti nazisti, il declino umano e politico di Mussolini, la violenza come tratto distintivo del fascismo di Salò, la corte dei miracoli raccolta attorno a villa Feltrinelli, e la persecuzione degli ebrei attuata senza pietà in stretta collaborazione con le SS. Certamente tutto questo è ben documentato nella ricerca, ed appare innegabile nei fatti; tuttavia non convincono alcune interpretazioni frettolose o la sufficienza con cui viene analizzato il ritorno in campo di intellettuali e politici tutt’altro che sconosciuti come Giovanni Gentile, Filippo Tommaso Marinetti o Nicola Bombacci, i quali avrebbero forse meritato una attenzione maggiore e ritratti umani meno “tranchant”. Allo stesso modo il tema delle rappresaglie verso i fascisti dell’aprile e maggio 1945 probabilmente poteva essere affrontato in modo diverso dal semplice rapporto “causa effetto” (violenza inferta e violenza ricevuta), anche alla luce di una geografia della violenza che fu diseguale in tutto il nord Italia. Detto questo, la ricerca di Franzinelli è comunque un utile lavoro di insieme, che può servire da guida per chi affronti da neofita l’argomento o da chi intenda approfondire una delle stagioni più tragiche della storia della nostra nazione.

AA. VV., Di guerra e di genti: 100 racconti della Linea Gotica, Pendragon, Bologna, 2020

Andrea Marchi, Gabriele Ronchetti e Massimo Turchi, curatori di questo volume collettaneo, hanno condotto un lungo e proficuo lavoro di raccolta di testimonianze, scritte e orali che si è dipanato in luoghi diversi per oltre un decennio. Il canovaccio è la Linea Gotica, dove il fronte italiano si fermò per più di sei mesi a cavallo fra 1944 e 1945, e che scorreva lungo l’Appennino fra Toscana, Emilia e Romagna; vissero a cavallo di questo fronte, non sempre definito in modo chiaro, le comunità locali, i partigiani, i tedeschi, i fascisti, gli americani, i britannici e i brasiliani, civili e militari, uomini di paesi lontani che nell’ultimo inverno di guerra combattevano in Italia, “fronte secondario” per gli alti comandi alleati e del III Reich. Troviamo così storie piccole di soldati e famiglie, stragi e scampoli di civiltà, azioni eroiche e vigliaccherie, come in ogni vicenda bellica. Con la differenza che tutto è raccontato dal basso, dal punto di vista della “gente comune”, in un continuo confronto fra narrazioni di episodi conosciuti, e il vissuto di chi si trovò dentro a quel pezzo di storia. In un periodo in cui molte volte la storia è ormai ridotta a sorella povera delle altre discipline scolastiche, la lettura di questo lavoro potrebbe fare comprendere anche alle generazioni più giovani cosa fu il vissuto dei nostri nonni, gli ultimi ormai ad aver osservato in prima persona i fatti narrati; e qui c’è molto di narrazione a livello familiare, forse l’unica capace di coinvolgere, almeno emotivamente, chi è nato decenni dopo quella guerra che finì per attraversare tutto il nostro paese, senza risparmiare nessuno. Dopo settantacinque anni, probabilmente, sarebbe necessario trovare nuovi strumenti didattici ( ad esempio come questo volume) per tenere viva la memoria di quella stagione, ammesso e non concesso che nella società contemporanea la memoria abbia ancora un significato.

Mario Avagliano, Marco Palmieri, I militari italiani nei lager nazisti, Il Mulino, Bologna, 2020

Avagliano e Palmieri, con la consueta cura e precisione, descrivono una pagina a lungo dimenticata nella storia del nostro paese, ossia quella della resistenza senza armi dei nostri soldati fatti prigionieri (senza diritti) dai nazisti dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. Il fatto che ci sia stata una “dimenticanza” nei manuali e nelle tante storie più o meno ufficiali del periodo, è un dato certo: non si spiega altrimenti  la miriade di testimonianze diaristiche e da una memorialistica di ogni livello e di ogni genere che fin dall’immediato dopoguerra ha avuto come oggetto gli IMI (internati militari italiani) e come fine l’imperioso desiderio di rendere nota una vicenda dai più ignorata o scarsamente conosciuta; ed effettivamente bisognerebbe chiedersi come si fece a sottovalutare in modo così ingeneroso la sofferenza di seicentomila soldati deportati nel Reich, la loro riduzione in schiavitù tramite fame e violenze fisiche e morali (il leit motiv di ogni ricordo raccolto dagli autori) al fine di aderire al governo del grigio duce di Salò, e successivamente il loro sfruttamento senza pietà dall’apparato industriale bellico di Albert Speer e di Fritz Sauckel, i proconsoli hitleriani addetti alla “guerra totale”. Una vicenda con pagine limpide di eroismo testimoniate dalle decine di migliaia che persero la vita in Germania per tener fede al loro giuramento, e vigliaccherie, come le adesioni al fascismo repubblicano o i piccoli razzismi di casa nostra, con i meridionali senza pacchi viveri, emarginati e ridotti ad una sofferenza ancora più devastante rispetto ai loro connazionali del nord, ai quali era comunque permesso un minimo di assistenza da parte delle famiglie ancora sotto l’occupazione tedesca.  I vari aspetti della vicenda sono esposti in una narrazione senza retorica, lontana dai toni delle commemorazioni ufficiali di questi ultimi anni; anche per questo siamo grati agli autori, i quali aggiungono un nuovo tassello al mosaico della storia dei nostri anni ’40 fra guerra e dopoguerra.

Volker Ullrich, Otto giorni a maggio, Feltrinelli, Milano, 2020

La settimana decisiva per gli equilibri post bellici della seconda guerra mondiale, incredibilmente, è una delle meno studiate dalla storiografia, e forse una di quelle meno conosciute nell’ambito della storia del XX secolo. Per decenni si è fatto coincidere il suicidio di Adolf Hitler con il collasso del Reich e la fine della guerra; in realtà i sette giorni successivi alla morte del Fuehrer, appaiono straordinariamente importanti, con un incrocio di vicende e di fatti ancora in molti casi da esplorare, e furono di guerra combattuta, ancora ferocemente, in mezza Europa. Mentre il governo di Karl Doenitz temporeggiava nell’accademia navale di Flensburg, dotato di pieni poteri civili e militari, centinaia di migliaia di tedeschi cercavano in ogni modo di raggiungere le zone sotto controllo degli angloamericani, e intere armate della Wehrmacht procedevano, con lo stesso obiettivo, verso occidente, per sfuggire ad una vendetta sicura da parte dell’Armata rossa. I collaboratori del terzo Reich ovunque furono sottoposti a rese dei conti cruente e spietate, mentre la cortina di ferro iniziava a calare da Danzica fino a Trieste. Il fatto compiuto, unica legge di guerra, avrebbe avuto risvolti fondamentali dal 1945 fino alla caduta del muro di Berlino, tanto è vero che i confini destinati a restare in piedi fino al 1989 furono quelli stabiliti all’atto della resa firmata a Reims da Wilhelm Keitel e dai suoi collaboratori. Inutili e superflui, infatti, furono gli incontri e le conferenze tenutesi il mese successivo a Berlino: la guerra fredda sostituiva quella combattuta con una sovrapposizione in cui gli scadenziari temporali appaiono privi di senso. Ullrich comprende bene questo passaggio epocale, e scandisce le giornate del maggio 1945 finalmente con l’attenzione che meritano, e che dovrebbero essere il canovaccio per nuovi studi, su una stagione che spiega molte cose dell’Europa di ieri e di oggi.

lunedì 6 gennaio 2020

Il meglio del 2019


Paolo Graziano, Neopopulismi, Il Mulino, Bologna, 2019

E’ ormai prassi comune utilizzare la definizione “populismo” con accezione negativa nel discorso pubblico e nei media (particolarmente in Italia); eppure non mancherebbero studi sociologici, storici e politologici che dovrebbero quantomeno consigliare maggiore cautela per comprendere un fenomeno diffuso in tutte le maggiori democrazie occidentali, e che ha un successo politico crescente in tutta Europa. Paolo Graziano, in questo agile e denso volume, ci offre non soltanto un quadro delle caratteristiche che distinguono i vari populismi, facendo notare come non esista solo un modello “di destra” (rappresentato da Orban piuttosto che dalla Lega) di questa modalità di rappresentanza politica, ma anche diverse esperienze “di sinistra” (come Podemos o Syriza) che hanno conosciuto e conoscono un notevole sviluppo in tutto il continente. L’autore inoltre riesce a smontare molti dei pregiudizi che ruotano attorno al termine “populismo”, osservando, come si legge nel sottotitolo dello studio, quanto sia probabile la lunga durata, se non la stabilizzazione di questa forma-partito nel presente e nel futuro. Purtroppo lo snodo centrale delle analisi di Graziano, ossia le risposte alla crisi della rappresentanza democratica, sono ancora oggi, soprattutto in Italia, le grandi assenti dal dibattito politico. Più facile offrire al pubblico commenti denigratori, demonizzando a ogni livello un’esperienza che nulla ha a che fare con i totalitarismi del XX secolo, e  che, anzi, ha aumentato ovunque il livello di partecipazione nella politica attiva, spesso anche da parte di molti cittadini che fino a quel momento erano rimasti “alla finestra” non riconoscendosi in alcun partito tradizionale. In tanti fra gli analisti più meno autorevoli che quotidianamente ci propongono analisi sussiegose sul presente e sul futuro del nostro paese, dovrebbero avvicinarsi alla lettura, semplice ed esaustiva, di Graziano. Magari riuscirebbero a uscire da una spirale di retorica sterile per rappresentare, finalmente un quadro veritiero del paese, ammesso che questo sia di qualche interesse per molti narcisi del giornalismo italiano.

Istvan Deak, Europa a processo, Il Mulino, Bologna, 2019

Questo studio di insieme, tanto approfondito quanto di semplice lettura, è stato pubblicato nella nostra lingua con inspiegabile ritardo (l’edizione in lingua inglese è del 2015) e con un titolo che purtroppo non rispecchia il doppio senso dell’originale,  “Europe on trial”, che può significare assieme “Europa a processo” o “L’Europa alla prova”. Deak offre al lettore un saggio di storia comparata che dovrebbe essere tenuto in considerazione da chiunque voglia avvicinarsi a una lettura imparziale dei collaborazionismi europei, della loro ascesa e caduta, e di come la giustizia post bellica ha punito chi aveva creduto, fino alle estreme conseguenze, al nuovo ordine hitleriano. Spesso, anzi quasi sempre, si è giudicato il collaborazionismo italiano come una sorta di evento unico, senza guardare come esperienze simili si svilupparono nel corso dell’occupazione tedesca. Allo stesso modo, poco si è indagato su come le nazioni democratiche (o meno democratiche, o sotto il tallone sovietico) giudicarono nel dopoguerra i fedeli del vangelo nazista. Si scoprono così (finalmente), nuove chiavi di lettura: il nazionalismo anticomunista presente in numerosi stati del centro Europa, che fece giudicare la Wehrmacht un male minore rispetto all’Armata rossa, l’autentico furore antisemita dei seguaci del Fuehrer (e non solo) in Olanda, Belgio e Francia. La confusa sovrapposizione di lotte etniche e movimento antinazista nei Balcani. La giustizia insurrezionale e sommaria fu un tratto distintivo di ogni nazione del continente, prendendo poi una via ideologica al di là della cortina di ferro, fino alla completa dissoluzione di ogni parvenza di movimento democratico, mentre sotto l’ombrello statunitense, la collaborazione divenne col passare degli anni, un peccato veniale, tollerabile e tollerato praticamente ovunque, dalla Danimarca fino all’Italia. Senza contare, come argutamente argomenta Deak, i tanti voltagabbana, fanatici nazisti prima e fanatici comunisti poi, che in Ungheria come in Romania, misero al servizio dei nuovi padroni i loro servizi di poliziotti senza scrupoli. Una lettura illuminante, che finalmente riesce a spostare la messa a fuoco delle analisi sulla cosiddetta “mancata epurazione” italiana, con esperienze analoghe del resto d’Europa.

Giovanni Cecini, I generali di Mussolini, Newton Compton, Roma, 2019

L’autore offre un quadro d’insieme dei vertici delle forze armate fasciste, riunendo le biografie dei maggiori esponenti di esercito, marina e aviazione del periodo fascista; percorsi che in apparenza possono apparire disomogenei, ma che in realtà, a nostro parere, hanno un comune denominatore, ossia l’acquiescenza verso il regime di Mussolini, con uno specchio non troppo ampio di distinzioni. Nel dopoguerra molti degli alti ufficiali le cui storie sono tratteggiate nel volume, hanno cercato in ogni modo di scrollarsi di dosso l’etichetta del “generale fascista”: da Pietro Badoglio a Giovanni Messe, passando da Federico Baistrocchi al “repubblichino” Rodolfo Graziani, nessuno rivendicò la propria piena adesione alle scelte del fascismo, dalle guerre coloniali al catastrofico conflitto mondiale. Salvo i caduti in guerra o coloro che scomparvero prematuramente, tutti, dal 1945 in avanti, aggiustarono le proprie biografie, con memoriali o veri e propri romanzi, per affermare una propria distanza dalle malefatte del ventennio. In realtà, come Cecini descrive “ad abundantiam”, la scelta di Mussolini di investire fin dagli anni ‘20 enormi quantità di denaro pubblico (sperperato poi in mille rivoli, con un micidiale sistema di inefficienze e di corruttele di ogni genere) nelle nostre forze armate, fu una autentica manna dal cielo per chi si trovava ai vertici dell’esercito. Si costruirono dal nulla prodigiose carriere militari per coloro che navigavano attorno al “cerchio magico” del duce, destinate a sciogliersi come neve al sole ai primi seri rovesci successivi al giugno 1940. Non per questo, onestamente, i “generali di Mussolini” erano tutti degli incompetenti; di certo pochi avevano studiato seriamente i modelli emergenti nelle tattiche e nelle strategie delle forze armate del continente, e nessuno, fatto salvo Italo Balbo, aveva toccato con mano il modello statunitense della produzione in serie degli armamenti e della mobilitazione di massa per la macchina bellica. Forse, insomma, nessuno era fascista nel cuore e nell’animo, diversi confidavano in onori e prebende a buon mercato, e solo una ristretta minoranza comprese la follia dell’intervento in guerra, che avrebbe poi segnato la fine del “cursus honorum” di ciascuno dei protagonisti dello studio.

Paolo Morando, Prima di piazza Fontana, Laterza, Bari, 2019

Nel confuso ginepraio del terrorismo nero in Italia, è difficile trovare un bandolo della matassa nel susseguirsi di attentati, stragi, complotti riusciti e mal riusciti, ai danni del popolo italiano e della democrazia. Paolo Morando, in questo pregevole studio, punta le luci sulle “altre bombe”, quelle dimenticate del 25 aprile 1969, esplose in Fiera e alla stazione centrale di Milano, che precedettero di pochi mesi l’eccidio di piazza Fontana. Eppure, paradossalmente, sono le uniche per le quali esistono i colpevoli e sono state acclarate in modo definitivo le responsabilità di Franco Freda, Giovanni Ventura e della cellula veneta del movimento neonazista “Ordine Nuovo”. Certo, non provocarono morti, però il perverso meccanismo fatto di fanatici di destra, burattinai appartenenti alle istituzioni, poco accorti investigatori della polizia, capri espiatori a buon mercato, come gli anarchici del capoluogo lombardo, era già scattato come in una prova generale, stringendo il cappio attorno agli innocenti e facendo sparire le tracce dei veri colpevoli. I nomi che rinveniamo nel volume sono gli stessi che si ritrovano nelle decine di lavori sulla strage della banca nazionale del lavoro: da Pietro Valpreda a Giuseppe Pinelli, da Luigi Calabresi ad Antonino Allegra, oltre ovviamente ai già citati protagonisti del terrore nero. Surreali le udienze ai processi che si celebrarono nei primi anni ’70, nei quali, a differenza di quelli per la strage di piazza Fontana, non si ebbe nemmeno la magra soddisfazione di vedere, al banco degli imputati, gli innocenti di sinistra assieme ai colpevoli di destra. Tutto il castello di menzogne finì per crollare sulla testa di chi aveva letteralmente fabbricato le prove per incastrare gli anarchici, mentre le colpe, quelle vere, furono individuate solo dopo decenni. Unico appunto che si può a fare a questo comunque istruttivo lavoro di indagine, è il tono, forse troppo conciliante, per il mondo dell’estremismo di sinistra, che era tutt’altro che pacifico e innocuo. Così come il modo con cui è tratteggiato l’operato del commissario Luigi Calabresi ci è parso talvolta inutilmente severo e tagliente. Questo a nostro modesto avviso.

Mario Avagliano, Marco Palmieri, Dopoguerra, Il Mulino, Bologna, 2019

Prosegue il meritorio lavoro di rilettura dell’Italia a cavallo fra gli anni quaranta e cinquanta svolto da Avagliano e Palmieri, i quali, tassello dopo tassello, svolgono un meritorio lavoro di divulgazione colta per chiunque voglia avvicinarsi alla storia recente del paese; gli autori si soffermano in questo studio sull’immediato dopoguerra, centrando, a nostro parere, quella che è la chiave di lettura del periodo, ossia la sovrapposizione di storie destinate spesso a incrociarsi e sovrapporsi in modo magmatico. Se un errore, madornale, è stato fatto in passato negli studi sul biennio tra il 1945 e il 1947, è sempre stato quello di cercare una “reductio ad unum” di vicende impossibili da sintetizzare, e che forse andavano viste e valutate singolarmente. Così come era impossibile il dialogo fra i monarchici e i repubblicani, era impervio il rapporto fra il nord reduce dalla guerra civile e il sud che non aveva conosciuto la resistenza, e i reduci della prigionia inglese o francese erano destinati a non capire il sacrificio personale di chi aveva subito l’internamento, militare o politico, nel sistema concentrazionario nazista. Ogni singolo italiano conosceva un dolore familiare diverso da quello degli altri, in una generale incomprensione collettiva mediata in modo assai parziale dalle forze politiche che emergevano sullo scenario di un paese distrutto e diviso. La voglia di giustizia espressa prima sommariamente e poi in maniera sempre più blanda per vie istituzionali nei confronti dei protagonisti dell’ultimo feroce scampolo di fascismo, si scontrava con la volontà diffusa di normalità, se non di vero e proprio divertimento. Lo scontro ideologico fu durissimo, e spesso cruento, ma si ha l’impressione che la reale volontà di fare un “ribaltone” antidemocratico da parte delle sinistre, fosse patrimonio di una fazione motivata, ideologicamente preparata e oggettivamente capace di fare ricorso alle armi per instaurare un regime comunista nel paese, ma conscia di essere minoritaria anche all’interno del mondo operaio e contadino. Tutti, sia pure in modo diverso, volevano guardare avanti, compresi gli ultimi nostalgici di Mussolini e gli orfani del re in esilio dopo il referendum perso (o pareggiato?).

mercoledì 2 gennaio 2019

IL MEGLIO DEL 2018


Sergio Tau, La repubblica dei vinti, Marsilio, Venezia, 2018

Raccogliere le ultime voci prima del silenzio; questo l’obiettivo di Sergio Tau, che con lo scrupolo del cronista, a venti anni di distanza, ha messo mano alle interviste realizzate per la trasmissione radiofonica RAI Le voci dei vinti. Un patrimonio immenso, che all’epoca fu solo parzialmente utilizzato sia per motivi di programmazione sia, soprattutto, perché il tema della militanza nella RSI era ancora argomento tabù, oggetto di infinite polemiche dentro e fuori dal parlamento. Forse solo per chi è arrivato dopo quella stagione alcune cose appaiono scontate: il disorientamento post 8 settembre, l’affezione per i miti del ventennio, l’effetto trascinamento che ebbe l’esempio del “fascismo in famiglia”. Nelle testimonianze, crude, atroci, rabbiose e allo stesso tempo così dense di verità raccolte dall’autore, tutti questi temi riemergono e ribollono, senza censure e senza rimorso. E tutto ci appare spietato, come spietata è una guerra civile combattuta fra diciottenni. Una cronaca feroce di venti mesi di agguati e rappresaglie, bei gesti e vigliaccherie, fino alla sconfitta finale e alle rappresaglie del dopo. Il libro di Tau è forse uno dei migliori dell’ultimo decennio sul tema della guerra fra italiani, e per come è stato realizzato ci appare migliore di tante narrazioni moraliste pubblicate di recente. Perché il dolore qui si tocca con mano.  

Davide Filippi, La battaglia di Cecina, Phasar, Firenze, 2018

E’ un peccato che l’autore, non uno storico di professione, abbia curato poco l’editing di questo lavoro; l’opera è infatti costellata di cattive traduzioni ed è redatta con prosa genuina, ma zoppicante. Eppure, come tante altre narrazioni di storia locale, la vicenda narrata nelle pagine de La battaglia di Cecina è ancora in gran parte inedita nella storiografia sulla campagna d’Italia combattuta fra 1943 e 1945. Nel giugno e luglio 1944, la parte meridionale della provincia di Livorno vide lo scontro frontale, uno dei pochi nella nostra penisola, fra le Waffen SS e l’esercito americano, in una battaglia che ebbe risvolti incredibilmente cruenti per ambo le parti. I feroci e giovanissimi fanti con le mostrine nere della 16° divisione Reichsfuehrer affrontarono gli altrettanto agguerriti nippoamericani del 442° reggimento Nisei, in una serie di scontri durissimi, talvolta all’arma bianca, con perdite spaventose e atti di coraggio vicini all’incoscienza. La divisione tedesca ne uscì decimata nell’organico, e il battesimo del fuoco delle SS fu il prologo di una scia di atrocità che sconvolgeranno Toscana ed Emilia, da Sant’Anna di Stazzema a Marzabotto; per gli statunitensi fu la prova, nei confronti della propria comunità e di una nazione che era in guerra con il loro paese di provenienza, di essere meritevoli di fiducia e testimoni di un coraggio fuori dal comune (il reggimento è a tutt’oggi il più decorato dell’esercito USA). Tutto questo meritava una narrazione appropriata ed è bene essere grati a Filippi per lo sforzo di raccontare quanto sino ad oggi era stato in gran parte trascurato.

Leonardo Raito, Paolo Spriano, Cleup, Padova, 2018

Nonostante il rilievo avuto nella vicenda del PCI, e nella narrazione del partito stesso, Paolo Spriano non aveva ancora goduto dell’attenzione di uno studio monografico. Leonardo Raito, con maestria, senza acredine e allo stesso tempo senza toni agiografici, colma questa lacuna, offrendoci il profilo di un uomo colto e tormentato, ma fedele fino in fondo alle tesi del marxismo; dalla vicenda resistenziale che lo vide giovane protagonista del movimento di liberazione piemontese, sino alla repentina scomparsa avvenuta alla vigilia della caduta del muro di Berlino, Spriano, talvolta facendo torto alla sua stessa fine intelligenza, fu comunista senza tentennamenti e con fede cieca. Convinto che l’assenza di democrazia nell’Urss e nei paesi del patto di Varsavia fosse un peccato veniale sulla strada del socialismo, e non il vulnus originale del leninismo prima e dello stalinismo poi. Autore di un imprescindibile studio sulla storia del comunismo in Italia, non fu capace di ammettere errori nella traiettoria di quel partito, e quando anche messo di fronte all’evidenza dei fatti, da Budapest 1956 a Praga 1969, proseguì senza tentennamenti sul binario delle proprie idee, non volendo o non potendo distaccarsene. Raito, al termine dello studio, davvero prezioso, raccoglie una serie di scritti, editi e inediti, di Spriano. Una lettura utile per comprendere meglio il percorso di uno studioso tanto sensibile umanamente quanto inscalfibile nelle proprie certezze ideologiche.

Rino Moretti, Cattura e morte di un dittatore, Mursia, Milano, 2018

L’autore è un ricercatore non accademico che già in passato aveva offerto prove di notevole interesse, come il volume, sempre pubblicato per Mursia, sulla battaglia di Argenta, scontro decisivo per l’ottava armata britannica sulla via della liberazione dell’intero nord Italia. In questo studio Moretti non ha la pretesa di lanciare degli scoop su una vicenda ormai notissima e oggetto di monografie da oltre mezzo secolo, ma di offrire lo stato dell’arte degli studi scientifici sull’ultima settimana del fascismo e dei suoi leader. Nelle pagine del volume si presentano finalmente con il giusto equilibrio tutte le parti in causa: servizi americani, britannici e tedeschi, partiti politici italiani, formazioni partigiane di diverso equilibrio e diverso orientamento. Il tutto nel collasso di un regime ventennale e al termine di un anno e mezzo di spietata guerra civile. In uno scenario di questo genere, forse, come sottolinea Moretti, è abbastanza inutile cercare un filo conduttore in mezzo alla generale confusione dell’ultimo scampolo della seconda guerra mondiale; molti eventi si susseguirono per puro caso, con andamento zigzagante, proprio perché non c’era un canovaccio sull’argomento principale: che fare del duce dopo la sua cattura. I fatti, oltre ogni dietrologia, questo dimostrano, e ciò che ne seguì fu il confuso susseguirsi di ordini fra autorità in disaccordo, che solo in un secondo momento cercarono di creare una vulgata a beneficio del paese. Con scarso successo.

Fausto Sparacino, Norberto Bergna, Brigata Nera Aldo Resega, Ritter, Milano, 2018

L’opera di Sparacino e Bergna è davvero certosina nel ricostruire non soltanto le linee generali della storia formazione derivata dalla militarizzazione dei fascisti milanesi, ma le cronache delle decine di fasci del capoluogo lombardo dal settembre 1943 fino all’aprile 1945. Le informazioni riportate, sia pure in tono agiografico (manca, come spesso accade in questo tipo di studi ogni accenno alle fucilazioni, alle deportazioni e alle torture, che pure ci furono in gran quantità) risultano spesso inedite o poco esplorare. Il quadro che emerge, non diversamente dagli studi sull’altra formazione meneghina, ossia la legione “Ettore Muti”, è quella di una guerra civile stracittadina, dove si incrociavano rancori ventennali, divisioni familiari, rivalità paesane e di quartiere, il tutto in una atmosfera torbida e luttuosa, dove gli eventi maggiori, come la visita di Benito Mussolini avvenuta in un imprevisto tripudio di folla, a dicembre 1944, si incrociano con le storie di paese, con i funerali desolati e solitari delle camicie nere e con lo stillicidio degli agguati e delle rappresaglie. La narrazione è arricchita da una ricchissima documentazione fotografica, in gran parte inedita, sulle manifestazioni pubbliche del fascismo milanese. Lo studio appare indispensabile per chiunque intenda avvicinarsi alla storia dell’ultimo squadrismo, tema che nonostante gli apporti degli ultimi venti anni di storiografia, necessita tuttora di continui approfondimenti e aggiornamenti.

Eugenio di Rienzo, Ciano, Salerno, Roma, 2018

L’autore ci offre una biografia letteralmente monumentale di Galeazzo Ciano e ci consegna uno studio non solo indispensabile, ma per molti aspetti definitivo per comprendere la storia del “genero del regime” dopo decenni di lavori giornalistici o di agiografie scarsamente attendibili. L’affresco che ci viene offerto ha numerosissimi motivi di interesse, non solo per gli storici di professione ma anche per chiunque voglia approfondire la vicenda umana e politica di uno dei protagonisti del ventennio fascista. Ciano, predestinato in ogni senso, al ruolo che ricoprì al fianco (e alle spalle) di Mussolini, fu molte cose contemporaneamente: squadrista ad honorem, fascista spurio, diplomatico incosciente, marito infedele, monarchico in articulo mortis, mussoliniano ondivago e tessitore di trame tanto occulte quanto inconsistenti, l’ultima delle quali gli risultò fatale. Obiettivamente, però gli interlocutori del conte di Cortellazzo non gli erano di molto migliori: ministri di stati autoritari se non di autentiche dittature, esponenti mediocri di governi democratici deboli con i forti e forti con i deboli, autentiche nullità che hanno lasciato dietro le proprie spalle disastri politici e persecuzioni disumane per motivi razziali, etnici e ideologici. Non ci pare casuale che, oltre ai leader del nazismo e del fascismo, quasi tutti i protagonisti del volume siano morti precocemente e violentemente, oppure siano scomparsi senza lasciare ulteriori tracce nella storia politica europea. Un bel mondo dorato nel quale Ciano era un parvenu, ma che dalle pagine di Di Rienzo ci appare più vicino a “Grand Budapest Hotel” che a “L’ora più buia”: un universo autoreferenziale, tragico e ridicolo assieme, costellato di protagonisti e comparse irresponsabili e inadeguate. Quando in molti, anche oggi, rimpiangono “gli statisti di un tempo” forse dovrebbero leggere cosa furono davvero i politici di allora, e riflettere sui loro disastri, e sulle loro manchevolezze, elencate con puntualità e gran mestiere dall’autore.

domenica 25 febbraio 2018

ADDENDA ET CORRIGENDA


A distanza di qualche tempo ripercorro le più importanti uscite storiche dell'ultimo periodo, scusandomi per la periodizzazione un po' altalenante delle uscite, problema che temo non sarà risolto nel prossimo periodo. Spero comunque di offrire ai lettori uno strumento interessante e in qualche modo utile.

L'autore

Mario Avagliano, Marco Palmieri, 1948, Il Mulino, Bologna, 2018

Prosegue il lavoro di rilettura della nostra storia recente da parte dei due autori, e come sempre ci troviamo di fronte a descrizioni ed analisi tutt’altro che banali o convenzionali; lo studio di un anno cruciale per le vicende della nazione, durante il quale entrò in vigore la costituzione, la DC vinse contro il fronte socialcomunista e il paese rischiò di scivolare in una nuova, sanguinosa guerra civile, ha il suo filo conduttore nelle tante italie che affrontavano il durissimo dopoguerra: quella dei mille campanili e di una divisione (che tuttora esiste) fra nord e sud della nazione; quella della forze politiche cattoliche, laiche e socialiste che guardavano a occidente e dello schieramento marxista legato a doppio filo all’Unione sovietica; quella della gente comune, tanta gente comune, che cercò, nonostante tutto e tutti, di rimettere in piedi una nazione stremata e devastata, per farne un posto migliore. E infine, quella di una classe politica che, vista con l’occhio di oggi, pare composta da giganti, anche quando si parla di comprimari. Non possiamo che essere grati ai due studiosi per averci offerto questo nuovo e interessante sguardo su ciò che eravamo, con la speranza di capire meglio ciò che siamo oggi.

Giuseppe Brienza, Cattolici e anni di piombo, Solfanelli, Chieti, 2017

La Democrazia cristiana, da metà degli anni 60 alla fine degli anni 70, ebbe l’ingrato compito di dover assieme governare il paese, progettare il futuro della nazione, e subire contemporaneamente l’ira sanguinaria dell’estremismo politico di sinistra, e dell’odio sociale diffuso a piene mani dopo il 1968 nelle scuole e nelle università. Nonostante questo, il partito ebbe il merito di riuscire a mantenere un livello di dibattito interno degno di rilievo e spesso sottovalutato. Giuseppe Brienza si concentra su uno degli aspetti meno conosciuti di questi fermenti, ossia il progetto gollista e presidenzialista di Bartolo Ciccardini e alla rivista “Europa Settanta”. I frutti di quella discussione purtroppo sono rimasti chiusi in qualche cassetto di un parlamento che conobbe prima il riflusso della partitocrazia, e poi la stentata seconda repubblica post tangentopoli. Ciccardini ha lasciato molto su cui riflettere, e bene ha fatto Brienza a ricordare questo politico cattolico con la schiena dritta, di cui chi scrive ha avuto l’onore di essere amico e collega nella difficile gestione dell’Associazione partigiani cristiani, di cui fu presidente fino alla scomparsa.

Renato Sasdelli, Fascimo e tortura a Bologna, Pendragon, Bologna, 2017

L’autore ritorna, dopo dieci anni dall’interessante Ingegneria in guerra, a narrare la tragica trasformazione di una parte importante del polo universitario bolognese in un centro destinato alla detenzione e alle sevizie dei partigiani del capoluogo. Il lavoro si sviluppa cronologicamente con alcune interessanti premesse riguardanti l’attitudine alla violenza che si riscontrava nelle sedi littorie anche prima dell’armistizio e dell’occupazione tedesca: un rosario di pestaggi, perquisizioni, arresti arbitrari che avevano costellato l’intero ventennio, e che furono la cifra distintiva del fascismo felsineo nel corso della RSI. Sasdelli amplia, con dettagliate schede individuali alcuni dei profili dei maggiori responsabili, la tragica cronaca dei seicento giorni della facoltà di ingegneria sotto le insegne di Salò. Come è facile immaginare, escludendo coloro che furono vittime della giustizia sommaria post 25 aprile e alcuni comprimari, gli esponenti di punta del fascismo bolognese passarono praticamente indenni la stagione delle corti d’assise straordinarie, per ritornare già negli anni ’50 alle proprie professioni. La memoria, purtroppo, non è mai stata la specialità della nostra nazione, nemmeno nelle regioni che hanno fatto, per propaganda ideologica, decenni di antifascismo militante.

Andrea Carlesi, Pistoia nella RSI, Greco&Greco, Milano, 2016

Alcuni dei più consistenti passi avanti nella ricostruzione della tormentata storia di Salò, sono giunti in anni recenti da una serie di studi redatti da studiosi locali, che hanno analizzato pazientemente le vicende del fascismo “in provincia”, ossia nei luoghi dove maggiormente si sentivano gli effetti della policrazia post armistiziale. Andrea Carlesi indaga, con notevole abbondanza di documenti, fonti edite e inedite, e diverse testimonianze, la realtà pistoiese, la quale presenta aspetti inediti e fino ad oggi poco conosciuti. Come altrove il fascismo post armistiziale rinacque con uomini rimasti ai margini nel corso del ventennio, i quali non faticarono a farsi la fama di estremisti, e a circondarsi di collaboratori, spesso giovani e giovanissimi, altrettanto e forse più fanatici degli squadristi “anni ‘20”. I fatti di sangue, assai circoscritti, riguardarono episodi di faide stracittadine o di paese, e il passaggio del fronte, con il tragico episodio del padule di Fucecchio. Le camicie nere, come sappiamo, si ritirarono con i nazisti, e si insediarono a Bormio e, cosa ignota, a Lodi, specie per quanto riguarda i montecatinesi. Entrambi i nuclei si fecero comunque mal volere, proseguendo l’attività antipartigiana fino alle estreme conseguenze, restando spesso vittime delle rappresaglie successive alla liberazione.

AA. VV., Oltre il 1945, Viella, Roma, 2017

Si tratta di un volume collettaneo curato da Enrico Acciai, Guido Panvini, Camilla Poesio, Toni Rovatti, che ha come argomento la transizione fra guerra e dopoguerra al termine del secondo conflitto mondiale. Sia pure apprezzabile, lo studio testimonia il ritardo della storiografia ufficiale rispetto a questo tema, affrontato invece in modo diffuso nell’ultimo ventennio da studiosi non appartenenti al mondo accademico, i quali hanno contribuito a risollevare l’argomento dalle secche ideologiche post resistenziali. Fa riflettere, per ben comprendere l’intonazione generale del testo, l’intervento di Camilla Poesio, la quale scopre la vergogna del campo di concentramento di Coltano oltre un quarto di secolo dopo il pionieristico lavoro di Pietro Ciabattini, che lì era stato internato nell’estate del 1945. L’autrice affronta l’argomento come se nessuno prima di oggi avesse scritto nulla su quei reticolati, vergognosi per un paese che aveva appena conquistato libertà e democrazia. In realtà sul tema molto è stato già detto scritto, certamente non per merito dei ricercatori del mainstream storiografico. Magari, avrebbe giovato se, almeno in nota, si fosse fatto cenno a tutti quelli che hanno dedicato gratuito impegno a portare avanti il dibattito pubblico su questi argomenti.

Daniele Trabucco, Michelangelo de Donà, L’ordinamento giuridico della Repubblica sociale Italiana, Solfanelli, Chieti, 2017

Gli autori affrontano un tema controverso, ossia l’abbozzo, mai pienamente sviluppato di quello che sarebbe dovuta diventare l’architettura costituzionale della repubblica di Mussolini; è, ovviamente, una storia di “wannabe” perché nei diciotto mesi di vita della repubblica lacustre, molto restò sulla carta, fatto salvo un tentativo di applicazione, ormai fuori tempo massimo, delle velleità corporative descritte nel “manifesto di Verona”; i diciotto punti di quel documento dovevano essere la base di discussione per una successiva assemblea costituente, che, come sappiamo, non fu mai convocata. Restano i progetti di carta fondamentale redatti da vari intellettuali vicini al duce di Salò, che una volta letti e corretti, venivano messi agli atti, senza alcun tipo di rispondenza nell’ordinamento giuridico. L’ultimo governo fascista produsse semmai un corposo insieme di decreti con effetto di legge, i quali, questi sì, ebbero conseguenze sulla vita dei cittadini del nord Italia, dall’organizzazione delle forze armate all’architettura amministrativa della nazione, con l’introduzione della figura del “capo della provincia”. Rileggere quel “corpus” fa comprendere che l’azione di governo, effettivamente ci fu, ovviamente condizionata dalla guerra e dall’occupazione tedesca. E che fu tutto sommato esercitata entro limiti non diversi dal governo del re insediatosi a Brindisi …
    

giovedì 4 gennaio 2018

ORIENTAMENTI STORICI E' IN LIBRERIA


DIECI ANNI DI LAVORO IN UN UNICO VOLUME DISPONIBILE PRESSO D'ETTORIS EDITORI


Descrizione
Come si è evoluta la storiografia del XX secolo nell’ultimo decennio? Quali sono stati gli elementi distintivi del dibattito fra studiosi in merito agli snodi più importanti della storia del secolo scorso? Queste le domande a cui si cerca di rispondere in questo volume, che raccoglie le schede critiche a cento saggi storici editi fra il 2006 e il 2016 sui temi del fascismo, dell’antifascismo, della resistenza, e della storia militare della seconda guerra mondiale. L’obiettivo del lavoro è quello di offrire, a studiosi e appassionati dei temi sopra indicati, una guida a quegli studi che maggiormente hanno influenzato il confronto fra i ricercatori, o che comunque hanno presentato sotto una luce diversa temi ancora oggi capaci di suscitare discussioni animate e pareri tutt’altro che univoci. 
 

Scheda Libro Dieci Anni Cento Libri

Autore: Andrea Rossi
Titolo:
Dieci Anni Cento Libri
Sottotitolo: 2006-2016: un decennio di Orientamenti Storici
Anno: 2017
Pagine: 160
Collana: Sentieri
F.to 15 x 21 brossura cucito
ISBN: 978-88-9328-035-8